Parli del diavolo e spunta la pagnotta

cover Il Pan del DiavoloIl Pan del Diavolo – Sono all’osso (La Tempesta, 2010)

Sono cresciuto accerchiato da amici appassionati di musica non di massa – o alternativa che dir si voglia – dell’idea che il rock cantato in italiano fosse una totale merda. Così, fin da ragazzetto, forse per sentirmi diverso tra i diversi, ho sviluppato un interesse per tutti quei gruppi che utilizzavano l’idioma italico, seppur con risultati non sempre entusiasmanti.

Sul finire degli anni Ottanta ho amato il “rock italiano” di Diaframma, Litfiba, Moda, Denovo e compagnia new-waveggiante; mi sono divertito e ho pure pensato il giusto mettendo sul piatto dischi di rock demenziale – che poi tanto demenziale non era – dei vari Skiantos, Lino e i Mistoterital, Sandro Oliva & The Blu Pampurio’s, Truzzi Broders, I Fagiani.
Stesso discorso nei Novanta, durante i quali tra discacchi garage-punk in bassa fedeltà e noise isterico, ho mantenuto le orecchie tese verso Massimo Volume, Afterhours, I Fichissimi, The Gang, Ritmo Tribale eccetera, eccetera.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che sì, va be’, ma dai, insomma, alla fin fine, però il R’N’R (le maiuscole non sono casuali!) è un’altra cosa.

Bugia.

Gli anni Zero ci hanno regalato degnissimi gruppi di primitive r’n’r cantato in italiano: Mutzhi Mambo, The Bone Machine, Nox, tanto per fare dei nomi. E poi ci hanno regalato un gruppo che non solo ha surfato tra i generi “giusti”, ma ha saputo mixare inglese, francese e italiano mantenendo sempre un proprio marchio di fabbrica ed una vena pop(olare) nell’accezione migliore del termine (vena, non pop!).

Sto parlando dei toscani Zen Circus a cui questi nuovi Il Pan Del Diavolo mi hanno subito fatto pensare. Invero la musica del duo palermitano è molto più  scarna, minimale, disperata, d’altronde usano solo due chitarre e una grancassa a sonagli, ma riescono lo stesso a creare ottime vibrazioni in bilico tra cantautorato storto d’antan, blues-country delle radici, rockabilly psicotico, sapido rock’n’roll e Urlatori di fine anni Cinquanta.

Il merito di Pietro Alessandro Alosi (voce, chitarra, grancassa) e Gianluca Bartolo (chitarra 12 corde) è che non sbrodolano, vanno dritti al punto.
Diretti, ecco, direi che diretti è il termine esatto. E personali, nonostante la sarabanda di riferimenti presente nelle loro canzoni. L’omaggio a Lux Interior dal titolo omonimo, per esempio, è il fantasma di Fred Buscaglione devastato da coliche renali in compagnia di Reverend Beat-Man.
Testo e cantato de “Il centauro” devono molto a Rino Gaetano che, sia chiaro, è stato un grande: sputtanato da paura ma pur sempre un grande. Ne “Il boom”, poi, mi ricordano tremendamente un altro gruppo siciliano di qualche tempo fa che ho amato, i Flor (De Mal). “Bomba nel cuore” è una saetta punk di un minuto e rotti (in culo) con gli Zen Circus di cui sopra al gran completo. E mi fermo qui.

La critica, quasi unanimemente, sta osannando Sono all’osso. E fa bene. I due siciliani piacciono senza voler piacere a tutti i costi, ovvero non fanno nulla per essere particolarmente commestibili. E poi sono al posto giusto (nella scuderia di La Tempesta Records) nel momento giusto.

Ciò detto, va da sé che non arriveranno chissà dove. Al massimo possono cavalcare l’onda montata da Le Luci della Centrale Elettrica. Il che significa campicchiare di musica per alcuni anni con lo stipendio di un operaio, magari accomodarsi in qualche salottino televisivo portando a casa un gettone di presenza e, fin quando dura, passare metà della propria vita a suonare in un lungo e in largo per il Belpaese.
Un domani, rientrati nei ranghi, potranno raccontare ai loro figli di quando non dovevano timbrare il cartellino per vivere.

Quanti musicisti rock italiani di talento hanno questo privilegio?

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1 Commento

  1. Pozzi

     /  febbraio 11, 2010

    Volevo recensirlo io questo disco, sono stato anticipato.
    Davvero bravi loro, in più dal vivo sono una furia e riescono a non annoiare nonostante la formula sia sempre la stessa. Meritano molto.

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