Brimstone Howl, i ragazzi venuti dal Nebraska

BrimstoneHowl.BigDealBrimstone Howl – Big Deal What’s He Done Lately (Alive Records, 2009)

Quasi 20 anni fa portai un amico totalmente digiuno di musica “alternativa” al City Square di Milano. Quando attaccarono le prime note di “Touch Me I’m Sick”, la marea umana lo trattò come una roulotte in mano a un tornado e non lo vidi più per tutta la sera. Non ci feci caso più di tanto, sentivo l’adrenalina impadronirsi delle mie movenze e delle mie sinapsi.

Ebbene, se siete amanti del garage e delle emozioni forti allora vi consiglio di ascoltare Big Deal What’s He Done Lately la quarta fatica dei Brimstone Howl, from Nebraska.

I ragazzi interpretano un garage che non ascoltavo in gruppi così nuovi da tempo, ma ormai sono vecchio per queste cose.

E così il primo pezzo “Last Time”, dal ritmo deciso e incalzante, mi ha fatto sobbalzare sulla sedia e scalciare in aria mandando le ciabatte a colpire il mio schermo piatto HD ready.
C’è così tanto punk in questo gruppo che andando avanti nell’ascolto ho addirittura buttato via il plaid e per poco non mi sono tirato addosso la tisana bollente all’eucalipto e rosa canina – che avevo appoggiato sul puffo di fianco al “buon libro”, compagno ormai solito delle mie serate.

Le sensazioni e le ombre di altri gruppi, rigorosamente low-fi, che provengono da questo lavoro sono davvero tante.
Sentite “Last Dispatch” (ecco QUI il video) diffondere le sue movenze da pezzo mid tempo rollingstoniano che gracchia da una radio scassata.
Ascoltate la miscela prodotta da un qualcosa che ricorda il ritmo “uanciutrifor” dei primi Ramones, come la stessa opening track “Last Time” o “M-60” (e la voce di John Ziegler assume le sembianze di quella della lunga buonanima di Joey R.), oppure il riverbero esagerato di altri pezzi come “I’ll Find You”, che può addirittura ricordare i Cramps e il loro psychobilly d’antan.

Due curiosità in ordine sparso, buttate esclusivamente per gli amanti della rubrica “forse non tutti sanno che”: il titolo dell’album sembra essere una citazione che Joey Ramone attribuiva al produttore, adesso in carcere, Phil Spector; Jay Reatard, purtroppo scomparso recentemente, ha prodotto un loro 7″ nel 2006 (Blood on the Rocks, Bones in the River).

Vorrei davvero dire “cazzo che bel lavoro!”, ma non vorrei sembrare scurrile. E quindi non lo farò.

Voi, però, fatevi il piacere di comprarlo e di ascoltarlo: a mio avviso è una delle cose più interessanti degli ultimi anni. Se poi non vi piace potete non parlarmi più, come fece quel mio amico che mi accompagnò al concerto dei Mudhoney di tanti anni fa.

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1 Commento

  1. grande band con un’ottima discografia alle spalle… e sono pure molto Gun Club per la gioia del Valentini!

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