John Schooley’s School of Rock

John SchooleyAmerica,1996: Tim Warren pubblica We Told You Not To Cross Us, un album che riscrive le coordinate nel mondo lo-fi, che picchia come un colpo di frusta in pieno volto. Segue un ep con Walter Daniels (e un secondo album pubblicato postumo lo scorso anno) e i Revelators scompaiono.

Nel frattempo il loro batterista, John Schooley, continua a trascinarsi nelle viscere del rock’n’roll – prima con gli Hard Feelings e attualmente come one-man band. Tra tutti i suoi impegni ha anche trovato il tempo per rispondere a qualche domanda per Black Milk

Prima di tutto,ti devo ringraziare. Se ho iniziato a  esplorare  questo lato malato del rock’n’roll è grazie a We Told You Not To Cross Us. Quale album, invece, ha cambiato la tua vita?

Probabilmente Missing Link – Volume 3, la compilation della Norton su Link Wray. Non avevo mai ascoltato Link fino a quando un mio amico non mi suggerì provarci. E’ divertente, perchè il ragazzo che mi ha consigliato di ascoltarlo era questo vecchio hippie amico di tutte quelle orribili jam band. Eravamo amici, ma con gusti musicali completamente differenti. Lui veniva della East Coast, aveva visto Link in passato e pensava fosse giusto per me. Perciò andai al negozio di dischi locale (Whizz Records, di cui parla l’ultima canzone dell’album dei Revelators) e Volume 3 era l’unico disco che avevano. Lo portai a casa e misi la canzone “Growlin’ Guts” perchè mi piaceva molto il titolo. Mi mandò completamente fuori di testa e mi fece capire come doveva suonare una chitarra rock’n’roll.
Naturalmente ero preparato a quel momento, avendo ascoltato molto blues e rock’n’roll delle origini e anche qualcosa di punk rock come Ramones e Sex Pistols; ma Link Wray ha dato un senso a tutto questo. Ero davvero incazzato con me stesso, perché pensavo che fosse un crimine non aver mai ascoltato alcun disco di Link Wray prima di quello! Se ci fosse giustizia Link Wray sarebbe famoso ed Eric Clapton, o chi per lui, sarebbe quello che nessuno ascolta.
Ne avevo abbastanza di Eric Clapton e non avevo mai ascoltato Link, il che era semplicemente sbagliato.

I Revelators sono stati una delle band più importanti della scena garage anni Novanta. Nel tuo blog non sei mai gentile con la musica mainstream di quel periodo: cosa voleva dire essere un artista indipendente nell’era pre-Internet?

Quando ho iniziato a suonare con i Revelators c’erano poche band che sentivamo essere sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Uscendo per la Crypt suonavamo con molte band di Sixties garage, ma i Revelators non suonavano quel tipo di rock’n’roll. Noi ci collegavamo a un retaggio più antico coverizzando vecchia roba blues, rockabilly e country, mischiandola con il punk rock: abbiamo praticamente saltato i Sixties.  E poi nel garage Sixties c’era un elemento fashion che proprio non abbiamo mai capito. Ma, essendo noi sotto all’etichetta che ha pubblicato la serie Back From The Grave siamo stati accomunati alle bands Sixties.
Comunque avevamo l’impressione che ci fossero poche band e un ristretto circolo di persone che avrebbero apprezzato la nostra musica. La maggior parte della musica popolare allora, compresa quella indipendente, era piuttosto brutta. Immagino che non sia molto diverso ora –  in quasi tutte le epoche, la maggior parte della musica prodotta non è buona.
Comunque era più difficile trovare informazioni e farti sentire da chi avrebbe apprezzato la tua band. Se avessimo avuto Internet saremmo stati in grado di trovare molte più persone a cui i Revelators piacevano. Ed è successo in seguito, ma ci sono voluti più o meno 10 anni per diffondere il verbo.
D’altra parte, un aspetto positivo di quel periodo era che le persone compravano i dischi e li ascoltavano con attenzione. Penso che adesso tutti vano in giro con il loro iPod, ma pochi ascoltano davvero un album. Prima, quando facevi un disco, avevi qualche aspettativa che le persone l’avrebbero ascoltato per intero. Adesso scaricano una montagna di roba e molto verosimilmente non riescono ad ascoltare tutto. Io stesso ho qualcosa come 70 giorni di musica in iTunes, ora. C’è talmente tanta musica disponibile che perdi la speranza che qualcuno possa ascoltare quello che tu fai.
Guardandomi indietro mi sento davvero fortunato ad aver suonato in band che hanno sfornato un album prima che Internet prendesse il sopravvento e cambiasse tutto. Era divertente pensare che qualcosa che tu hai creato avrebbe potuto fare il giro del pianeta. Anche se avevi stampato solo poche copie, sarebbero potute finire in tutti gli angoli del mondo. Il pensiero che un ‘oggetto fisico faccia un giro del genere è in qualche modo più soddisfacente di un file  distribuito virtualmente.
Adesso è un bel periodo per essere un appassionato di musica, perché ti puoi connettere e trovare immediatamente quasi tutto ciò che vuoi ascoltare. D’altronde, il lato negativo è che è un terribile momento per essere un musicista: le persone comprano meno dischi, quindi anche anche in tour vendi meno roba. Non ho mai guadagnato troppi soldi facendo il musicista, ma adesso ne guadagni ancora meno, essendoci pochi acquirenti di dischi. La cosa positiva è che puoi mettere la tua roba online e tutto il mondo può ascoltarla facilmente. Ma non potendo vendere copie del tuo disco hai una risorsa in meno per pagare le spese dei tour e andare a suonare per queste persone. In più, c’è talmente tanto materiale lì fuori che è difficile far interessare qualcuno a ciò che fai. Onestamente mi giova ancora il fatto che la mia prima band era su Crypt, negli anni Novanta.
Mi sento davvero come se fossi stato testimone della fine di un’epoca – l’età delle registrazioni su supporto fisico. Penso che dagli anni Trenta (quando il 78 giri divenne popolare), fino alla fine del 2000 e al termine dell’era dei cd, sia stata l’età d’oro per la musica. Credo che la musica diverrà una forma d’arte minore, in futuro. C’erano ancora pittori dopo il Rinascimento, ma la pittura non era più così importante culturalmente. Per me, cresciuto in un piccolo paese sperduto nel nulla, la musica era una finestra su un mondo più grande. La musica era una forma d’arte che mi ha introdotto a diversi tipi di persone e  a modi differenti  di pensare. Sicuramente  alcuni ascolteranno e creeranno ancora musica, ma sarà solo una delle tante opzioni di divertimento e non una specie di religione come era per le persone prima di Internet. I ragazzi non dovranno contare sulla musica per essere scoprire il mondo o per formare la loro identità. Potrebbero esserci altre forme d’arte che si diffonderanno e serviranno a questo scopo. Non penso ci sia necessariamente una ragione per lamentarsi: sarà interessante vedere cosa accadrà. Poi c’è talmente tanta musica proveniente da questa età dell’oro, che ci vorrà una vita intera per digerirla tutta.

Alla fine degli anni Novanta le classifiche hanno accolto i White Stripes, che molte persone indicano come pionieri di un nuovo garage. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi : è un episodio di sfruttamento dell’underground, una sua mistificazione da parte della massa, oppure anche l’industria mainstream – ogni tanto – vede un raggio di luce?

Trovavo divertente che quando i Revelators erano in giro le persone ci chiedevano sempre “Perché non avete un bassista?”. Non è che abbiamo inventato noi la formazione senza bassista: c’erano un sacco di band così prima di noi, dai Gories agli Oblivians, ai Fendermen, ai Flat Duo Jets (che erano un duo chitarra/batteria e sono stati in giro per un po’), perciò non eravamo così innovativi – anche se noi eravamo leggermente diversi perché avevamo chitarra, batteria e un cantante. Comunque nessuno conosceva questi altri gruppi, a parte un gruppo davvero ristretto di fanatici, perciò la gente sembrava faticare tantissimo ad accettare che non avevamo un basso. Semplicemente era infastidita da questa cosa.
Ho sempre pensato che suonavamo alla grande e non ho mai sentito la mancanza del basso. Anzi, avendo suonato anni dopo con un bassista (negli Hard Feelings), dico che con la formazione chitarra/batteria senza basso si possono fare cose molto più divertenti, musicalmente.
Quando i White Stripes hanno avuto successo, non avere un bassista sembrò subito un’innovazione pazzesca: il che mi irritava, perché ho suonato in una band che aveva già fatto la stessa cosa, ma molti anni prima!
Penso che i White Stripes siano abbastanza ok: non erano niente di speciale e sicuramente non erano migliori di molte altre band simili, uscite prima di loro. C’erano vari gruppi mediocri quel periodo come i Black Keys, i Detroit Cobras, i Greenhornes, che divennero molto più popolari rispetto al loro valore.  Detto questo, i White Stripes erano probabilmente il meglio nel peggio.
Tra le ragioni per cui i White Stripes divennero famosi, la musica era all’ultimo posto. C’era l’abbigliamento giusto, il cromatismo bianco e nero, il gossip “ma sono davvero fratello e sorella?”… un sacco di cose che – forse – danno alla gente qualcosa di cui parlare, ma che non hanno molto a che fare con la musica. Penso che queste faccende abbiano contribuito al successo dei White Stripes molto più che la musica. Voglio dire: il primo album dei Deadly Snakes e quello dei White Stripes sono usciti più o meno nello stesso momento e Love Undone distrugge letteralmente il debutto dei White Stripes.
Una cosa da tenere a mente è che ciò che a me non piace dei White Stripes è quello che li ha resi popolari. Il look giusto, le ridicole canzoni sull’infanzia: ecco quello che colpiva la maggior parte delle persone. Ricordo Tim Warren che parlando dei White Stripes disse : “ Tutte queste canzone sui sentimenti infantili? È rock pedofilo!”… e io pensavo fosse una definizione esilarante. Stiamo parlando di un tizio che ha pubblicato album dei Teengenerate e Oblivians, quindi ovviamente non aveva gusti mainstream.
Quello che io apprezzavo dei White Stripes, come la slide guitar e le influenze blues, non è ciò che li ha resi appettibili al mainstream.  Se il gruppo avesse suonato come piace a me, o come piace a Tim Warren, non sarebbe mai stato popolare.
I White Stripes e gli altri gruppi di cui tanto ha parlato la stampa in quel periodo sono davvero stati l’ultima occasione in cui le major e la stampa musicale hanno avuto un peso. C’era una specie di entusiasmo preconfezionato per queste rock band. Era la fine dell”era in cui le persone leggevano le recensioni nelle riviste e in cui a qualcuno importava di cosa aveva da dire un giornalista musicale. Ora se senti parlare di una band puoi semplicemente andare online e ascoltarla, decidendo tu stesso se ti piacciono. Essere su Rolling Stone o Spin allora era ancora un gran traguardo, ma adesso chi cazzo legge Rolling Stone o Spin? Quindi, in parte, questa piccola bolla di band garage è stata l’ultima possibilità, per i media, di ficcare qualcosa a forza giù per la gola del pubblico.
Il punto è che il numero delle persone che ascoltano davvero la musica è molto basso. La gente si avvicina o vien esposta alla musica per le più svariate ragioni che raramente hanno qualcosa a che fare con l’ascoltarla o apprezzarla sul serio. Quante tra tutti i fan dei White Stripes andavano oltre, ascoltando altre band simili? Jack White ha fatto bene a dare esposizione alle band e ai musicisti che l’avevano influenzato, ma poche delle persone che hanno comprato l’album dei White Stripes ha poi ascoltato qualcuno di questi gruppi. Per molti era semplicemente una cosa trendy da fare e i White Stripes erano la band del momento.
Sono sicuro che potresti elencare diverse band che pensi fossero migliori e non hanno mai avuto nemmeno una briciola del loro successo. Come musicista e fan della musica devi far pace col fatto che non c’è giustizia. Ci saranno sempre persone che avranno fama e successo, ma tu pensi non siano un granché, mentre ci sono altre che secondo te dovrebbero avere successo e invece lavorano nell’oscurità. Come Link Wray vs Eric Clapton.

schooley-macheteParliamo della dimensione one-man band. Spesso parli delle tue radici rurali, un concetto basilare che ben si collega a una one-man band…

Rispetto a un ragazzo che sta crescendo oggi, io potrei tranquillamente essere nato a un secolo di distanza. Abitavamo sperduti nel nulla, niente Internet, niente tv via cavo, il nostro telefono era in duplex. Ero a qualcosa come come 80 chilometri dal negozio di dischi più vicino – e non era un buon negozio. Compravo le cassette da Wal-Mart, fu grandioso quando trovai Muddy Waters e John Lee Hooker. Facevo le commissioni, davo da mangiare agli animali, guidavo i trattori, mungevo le mucche, raccoglievo il fieno e facevo cose che non erano diverse da ciò che i ragazzi cresciuti nelle fattorie hanno fatto per centinaia di anni.
La piccola fattoria a conduzione famigliare che avevano i miei genitori è sicuramente qualcosa che appartiene al passato. Mi sono dovuto trasferire nella grande città per ragioni economiche, come le persone delle zone rurali hanno fatto sempre. Le fattorie a gestione famigliare stanno facendo la fine dei negozi di dischi. Se fossi restato nella mia città natale non ho idea su cosa avrei fatto. Non era nemmeno un’opzione, per me: volevo scappare di lì comunque.
Non ho nemmeno mai suonato la chitarra con un altra persona fino a che non avevo 20 anni. Perciò ho avuto tempo per migliorare il mio stile da solo, suppongo. Avevo già deciso come volevo suonare prima di aver mai suonato con qualcun altro.

Hai esplorato le radici della musica americana, artisti mai realmente conosciuti e apprezzati dal pubblico. Quale, secondo te, ha portato un’innovazione fondamentale nella musica, ma non ha il giusto riconoscimento?

Non saprei, non mi interessa davvero l’innovazione: nella musica è una cosa sopravvalutata. Mi piace la musica perchè comunica emozioni. Gli aspetti tecnici, in una certa misura, sono secondari per me. Mi piacciono i musicisti la cui individualità esce fuori quando ascolti la loro musica. Mi piace riuscire ad qualcosa e capire all’istante di chi si tratta, dalla chitarra, dal suono della voce, dallo stile compositivo. Ma il fatto, con la musica, è che non c’è una regola: ci sono alcuni musicisti che amo che erano molto tecnici e il cui stile era innovativo, come Little Walter, e ce ne sono altri come Hound Dog Taylor, che è conosciuto per aver detto : “Quando morirò, diranno: ‘Suonava di merda, ma caspita come suonava bene!'”.

Attualmente lavori all’Austin History Center. Qual’è  il nesso tra storia e rock’n’roll? Cosa hai fatto nella tua vita, oltre a suonare in album strepitosi?

Beh, parlare di lavoro non sarà molto eccitante, comunque ricorda che qui siamo negli Stati Uniti e non c’è una rete di previdenza sociale né assistenza sanitaria statale, e io non ho genitori ricchi da spennare, quindi ho dovuto sempre lavorare. Suonando in una band, tra un tour e l’atro ho fatto una serie di fantastici lavori glamour. Quando ero nei Revelators, ho lavorato in una pizzeria, in un ufficio, in un magazino, facendo il turno di mezzanotte all’ufficio postale, come fattorino. Cose eccitanti. Quando mi sono trasferito ad Austin e ho formato gli Hard Feelings, ho lavorato in un negozio di dischi che dava un assicurazione sanitaria, che è una gran cosa qui in America. Perciò ho lavorato lì per parecchio tempo, cosa che mi ha dato la possibilità di conoscere un sacco di musica e di ascoltare molti album. Era un lavoro grandioso, per un musicista, e sono stato molto fortunato.
Comunque, all’incirca nel 2005, quando è uscito il mio primo album da one man band, ho iniziato a vedere quale sarebeb stato il futuro dei negozi di dischi e ho capito che dovevo trovarmi qualcos’altro. Mi sono sempre piaciuti i negozi di dischi e ho persino pensato di aprirne uno mio, ma il mondo è cambiato. In più avevo la possibilità di fare un tour in Giappone, ma semplicemente non potevo permettermelo economicamente. Ho capito di dover iniziare a guadagnare più soldi per coprire quel buco nero che inghiotte soldi che è la mia “carriera musicale”. Non potevo continuare a saltare da un lavoro di merda all’altro. Volevo qualcosa che mi stimolasse culturalmente e fosse interessante per me e non mi interessava vendere nulla o creare profitti per qualsiasi compagnia. E, ovviamente, volevo fare qualcosa che mi permitesse di continuare a suonare. Dovevo pensare a ciò che avrei voluto fare da grande, per essere onesti.
Ho sempre avuto un forte interesse per la storia e, con il collasso dell’industria discografica, ho iniziato a interessarmi a cosa sarebbe successo alla storia della musica americana incisa. Con tutti i problemi di copyright, ci sono così tante registrazioni che rischiano di andare perse… mi ha sempre frustrato il fatto che la musica americana non è rispettata nel mondo accademico, anche se ha avuto una grande influenza sulla nostra cultura. Ho preso in considerazione l’idea di iniziare un corso universitario di Studi Americani o qualcosa del genere, focalizzarmi sulla musica popolare e  ricavare una sistemazione nell’università. Ma non potevo pensare di perdere molto tempo scrivendo tesi e ricerche su queste registrazioni quando, in realtà, queste registrazioni sono in pericolo: volevo dare un contributo più pratico.
Perciò ho iniziato a interessarmi alla preservazione dell’audio, che è un campo che si trova – in pratica – nella sua infanzia, visto che il suono registrato gira da un tempo relativamente breve, specialmente se lo compariamo alla carta.
Così, sono finito all’ Austin History Center, l’archivio storico locale. Sono anche iscritto all’università, studio Archivistica.
Ho provato a trasformare il mio interesse nelle registrazioni in un lavoro. Ho lavorato su una raccolta storica orale, provando a digitalizzare molti vecchi nastri. Ho appena fatto un’intervista con Walter Daniels: ho provato a inserire più materiale possibile sulla comunità underground musicale di Austin nella raccolta. Tim Kerr ha regalato il suo archivio all’History Center, così abbiamo una scatola piena di magliette dei Big Boys e fanzine punk rock, che è fighissimo.
Abbiamo un sacco di interviste orali a personaggi locali, alcune vecchie di 30 anni e più, e nessuna registrazione è stata digitalizzata. La cassetta è un formato morente e le possibilità di farci qualcosa sono poche.
La nostra collezione è solo una delle tante nel Paese e tute stanno affrontando lo stesso problema. Le persone pensano che tutto ormai sia digitalizzato e disponibile online, ma solo una minima parte lo è. La maggior parte delle cose si trovano in scaffali polverosi e in cassette deteriorate e molto scomparirà prima di essere digitalizzato.
Comunque visto che lavoro e studio nello stesso tempo, mi ci vorranno un paio di anni prima di finire. Dopo spero di avere un lavoro nella Libreria Del Congresso o allo Smithsonian  o qualcosa del genere! O rimarrò ad Austin e terminerò di trasferire in digitale tutte queste cassette.

Studiando la società  americana e viaggiando per l’Europa, quali differenze hai visto tra i due continenti, in ambito rock’n’roll?

Sembra che le band europee diano priorità allo stile. Più attenzione a quali vestiti debba indossare la band, agli strumenti che hanno. Hanno più chitarre e amplificatori  costosi, rispetto alle band americane. Ho sempre suonato con amplificatori e chitarre economiche, perché ero povero. Penso che questo faccia parte dell’estetica, se suoni trashy rock’n’roll. La maggiorparte delle band della Crypt non aveva strumenti costosi e amplificatori vintage: gli americani in generale hanno meno stile degli europei, e vestono come straccioni. Se cammini per una strada europea, le persone sono molto meglio vestite rispetto una qualunque strada americana, quindi penso che le band finiscono per concentrarsi di più sulla presenza scenica.
Un’altra cosa che ho notato, è che pare che gli europei scelgono i nomi peggiori per i propri gruppi. Non so se è un problema dato dal fattto che l’inglese non è la loro lingua madre, o cosa. I giapponesi scelgono dei nomi ridicoli e sembra piacergli, in qualche modo, ma ci sono degli orribili nomi rock’n’roll in Europa.
Comunque, questa è tutta roba superficiale. Come per la musica,  è difficile ora generalizzare, perchè Internet ha reso tutto davvero più omogeneo nel mondo. Sono rimasti pochi suoni regionali da poter usare. Puoi sentire alcune band, come i Feedtime, e dire “sembrano australiani!”, anche se non puoi puntare il dito su cosa esattamente li faccia sembrare in quel modo. Ora, invece di essere influenzato dagli altri musicisti locali, sei influenzato da qualunque cosa tu ascolti in tutto il mondo, così è più difficile sviluppare un tipo di suono regionale. Penso che questo abbia portato le band ad assomigliarsi di più, il che è pessimo. Non so se riuscirei ancora a identificare un suono distintivo dell’Europa, America o Giappone.

Spesso i tuoi live sono accompagnati da spettacoli burlesque. Negli ultimi anni questo tipo di show ha avuto un gran ritorno di fiamma, grazie anche a siti come Suicide Girls. Cosa pensi di questo fenomeno?

Beh, mi piacciono le belle donne, in particolare quando non indossano quasi nulla. Ma non penso che ciò abbia molto a che fare con la musica.

Non solo hai suonato nei Revelators, ma anche negli Hard Feelings, in tourneè con R.L. Burnside e nell’album di debutto degli South Filthy. Cosa puoi raccontarmi di queste esperienze?

Ho parlato dei Revelators e del tour con R.L Burnside in molte interviste e non mi è rimasta nessuna storia che non ho già raccontato milioni di volte. Su YouTube c’è una lunga storia che ho registrato sulla tourneè con R.L. Burnside, dal dvd del mio show in Norvegia con lui [clicca QUI per vederla].
Ho suonato solo un pezzo nell’album dei South Filthy, perciò non ho nessuna storia interessante in proposito. Walter era l’unico membro a essere presente, quando ho suonato la mia piccola parte.
Guarda semplicemente il documentario sugli Anvil e potrai farti un’idea di com’erano i tour dei Revelators o degli Hard Feelings (a parte i concerti chd andarono molto bene).

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Quando sono tornato dal mio ultimo tour, mi sono sentito davvero stanco di questa cosa della one-man band, come se avessi già dato tutto, in questa veste. Era ancora divertente, ma non più stimolante. Così, ho deciso di imparare a suonare un nuovo strumento, per rendere il tutto ancora interessante.
Nel mio ultimo album ho suonato un pezzo di Dock Boggs, con la chitarra, e volevo fare alcune canzoni di Uncle Dave Macon. Ma semplicemente non suonavano bene con la chitarra, così ho deciso di iniziare a suonare il banjo, in modo da poter rendere queste canzoni fedelmente.
Ho imparato abbastanza velocemente e ho appena iniziato a suonare il banjo anche dal vivo. C’è voluto del tempo per ottenere il suono giusto, ho dovuto provare diversi pick up e ho dovuto fare un paio di esperimenti per trovare un arrangiamento che andasse bene. Ho finito per mettere delle corde molto spesse e abbassare l’accordatura di un tono. Questo ha reso tutto più semplice per la mia voce e suona meglio amplificato. Il banjo amplificato è troppo acuto ed era quasi fastidioso per il pubblico, quando iniziavo ed era accordato normalmente. Accordato così ha più bassi e non fa male alle orecchie a volume alto. Il mio problema più grande è che è un inferno per la mia mano: finisco con il banjo pieno di sangue dopo ogni show. Non riesco a tenere le unghie lunghe… e senza unghie il volume non è abbastanza alto, per cui finisco col colpirlo come un dannato per compensare. Così scorre sempre un po’ di sangue.

L’ultima domanda è una curiosità… come va con gli occhiali nuovi?

Non mi chiamano più  Buddy Holly. E’ già qualcosa.

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2 commenti

  1. Grande John Schooley e un apprezzamento a voi che gli dedicate spazio.
    Regards from the ss9 road !

    Rispondi
  2. Ma grazie a te Ale!

    Rispondi

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