A zonzo con Bob

lookdylanD.A. Pennebaker – Bob Dylan, Don’t Look Back

“Non guardarsi indietro, ma guardarsi sempre alle spalle, pararsi il culo”.

Se c’è un messaggio/non messaggio che Dylan – più o meno esplicitamente – lancia di continuo in pasto alla plebe è quello del doppio senso, dell’allegoria biblica, della simbologia ermetica estenuante; e Pennebaker, nel suo film-documentario, centra in pieno l’indecifrabilità del bardo profeta nell’anno di grazia 1965, ovvero quando Dylan si appresta a conquistare il Regno Unito, on the road in compagnia di pochi fidati compari (Alan Price, Paul Jones, John Mayall e il suo scaltro – nonché onnipresente  manager Albert Grossman).

Uno dei primi rockumentary nudi e crudi della storia: un mese intero in cui Dylan viene ripreso in un blob di immagini spesso oscure e decontestualizzate da Pennebacker – che cerca di sviscerare quelle dinamiche ordinarie, extra-ordinarie o artistiche che già nel ’65 facevano di Robert Allen Zimmerman l’autore più interessante della scena folk rock planetaria.
Per la serie “ora vi svelo di che materia è fatta una star”… ma Dylan si mette costantemente fuori fuoco, ai margini della macchina da presa, pur essendoci sempre. Una sorta di costante invisibile. D’altro canto Pennebaker riesce a non fallire, pur fallendo nell’impresa – almeno in quelli che erano gli intenti originari.

Quello che ne scaturisce è  di un’attualità sconvolgente, così come  l’incipit del documentario con il mitologico video di “Subterranean Homesick Blues” – poi scopiazzato a destra e manca per tutta la videorockologia a venire – con comparse d’eccezione quali Allen Ginsberg e Ringo Starr; con un Dylan che si finge imbranato e svogliato, nell’atto di sfogliare cartelloni con su scritte le parole della canzone, parodiando il pacifismo hippie becero, vetero  flower-power.

Nel ’65 Dylan decostruisce la propria icona prima che la critica lo faccia: in questo modo riduce all’impotenza tabloid e giornalisti musicali, che nulla possono di fronte a una forza polemica, imbevuta di autenticità come la sua. In poche parole la sua metodologia è quella del search and destroy: fa a pezzi tutti, dai suoi fan, ai giornalisti spesso obsoleti e impreparati, mette a fuoco l’inutilità della posa rocker e delle relative mode estetiche.

Pennebaker,  un po’ per culo e un po’ per abilità, non si perde nessun passaggio di questo Dylan ’65 (perché sia Dylan del ’63 che Dylan del ’67 sono cosa ben diversa e controversa); così che alla fine di una “Times They Are A-Changin’” e “Love Minus Zero” o di fronte una sublime “It’s All Over Now Baby Blue” (cantata di fronte al Dylan britannico, Donovan) viene voglia anche al più efferato dei criminali di farsi il segno della croce e andare in pace.

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