Il partigiano Johnny

affannosmallJohnny Grieco – Affanno d’artista (2009, autoprodotto)

Johhny molti di voi lo conosceranno: fu il cantante dei genovesi Dirty Actions, negli anni Settanta-Ottanta, mentre ora si presenta in veste di solista, tornato alla ribalta dopo alcuni anni di stop e lontananza dalle scene musicali.

Tempo fa recensimmo su queste pagine il suo ep I’m Cool e lo intervistammo… ma ora è tempo di procedere: cosa peraltro imperativa per un personaggio come Mr Grieco, sempre alla ricerca di modalità espressive e di sfoghi per la sua vena musicale.

Eccoci, allora, ad Affanno d’artista, un full lenght totalmente curato dall’autore (che oltre ad avere scritto i pezzi, averli registrati e averci cantato sopra si è anche autoprodotto il disco).

Ammetto candidamente che per me è un territorio periglioso e poco noto, quello battuto nelle 17 tracce del cd: Johnny, pur avendo profonde radici punk,  non è certo il classico veterano che marcia sul revival facendo karaoke di vecchi hit o presunti tali e – peggio ancora – giocando a riscrivere la musica dei suoi 20 anni. Nossignore.

Affanno d’artista per un rockettaro un po’ cafone come me non è un lavoro semplice. Questo perché è un disco fondamentalmente di elettronica, sperimentazioni e costruzioni sonore. Un medium espressivo, quasi artistico (vedi il titolo, che parafrasa la ormai mitica merda d’artista di manzoniana – Piero Manzoni, per la precisione – memoria), che dal punk eredita l’attitudine strafottente e aperta a ogni tipo di soluzione, purché eterodossa.

Dovendo fare un paragone – considerando la mia scarsa cultura, e quasi inesistente discografia, in materia – il mio cervello suggerisce senza troppi indugi alcune cose dei Clock DVA e un po’ di Kraftwerk. Ma qui dentro sono ravvisabili anche momenti sparsi in Prodigy style – meno la tamarraggine che li contraddistingue. E poi c’è il Bowie più cool (nel senso di freddo ed electro), le atmosfere berlinesi metà anni Settanta e anche un po’ di inferno ambient.

I pezzi più riusciti e coinvolgenti, a mio parere, sono la cover stravoltissima di “Rape Me” (Nirvana), la notevole “Pasolini” (costruita su un loop preso dai Cult – mi pare sia la sempre bella “She Sells Sanctuary”), la tribalissima “The Land Of One Thousand Didgeridoos”. E lo si dice così per parlare, visto che è comunque difficile scorporare uno o più brani da quello che è semplicemente un gesto artistico. Da consumare, assumere, farsi in vena, ascoltare… il risultato è assicurato. Certo, con un’avvertenza: astenersi perditempo e non motivati.

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