Quella volta che Darby Crash non venne in pizzeria

germsGerms, live @ Tunnel, Milano, 10/12/2009

La mattina dell’11 ho una brutta cera, mi sono alzato marcio come un calzino dentro una superga in un’afosa giornata d’agosto. Tutta colpa del concerto reunion-truffa dei Germs  della  sera prima, al Tunnel.

A molti di voi non fregherà nulla, ma siccome vanno di moda anche in Italia le recensioni farcite di aneddoti autobiografici dei perfetti sconosciuti che le scrivono, allora anche io mi allineo al trend.
E rincaro la dose.
E vi ricordo che questo concerto fasullissimo, alla fine, mi è costato 60 carte tra gadget, cappellini, adesivi e taxi per tornare, avendo perso l’ultimo metrò come Zazie.

E pensare che neanche volevo andarci, alla reunion dei Germs: mi sembrava di mancare di rispetto a Darby Crash, che dio l’abbia in gloria. Tra la mancanza di rispetto in stile punk e la coglionaggine il passo è breve.
Cazzo! Ma non era meglio vederci in pizzeria – come si fa tra vecchi amici e reduci bruciati dai vizi – insieme a Pat Smear, Don Bolles,  Lorna Doom e quella ottantina di persone presenti in sala? Saremmo stati senz’altro una tavolata chiassosa, ma credibile e autentica!

I Germs erano Darby Crash e Darby Crash era i Germs, stop. What we do is secret: appunto. Ed era meglio che questo segreto non fosse mai svelato.
A che gioco vogliamo giocare? Ha ragione il mio compagno di pogo quando afferma che per gli amerikani tutto è possibile: far resuscitare Marylin, Bogart… e perché, quindi, non creare in qualche sala operatoria di E.R. un clone cyborg di Crash?

La promoter temeraria ce la metteva tutta, prima del concerto, per convincerci che l’operazione Germs reunion 2009 non puzzava di marketing, ma in fin dei conti credo che neanche lei ne fosse particolarmente convinta.
Il punto è: quante reunion saremmo costretti a sorbirci? Il parossismo sarà raggiunto prevedibilmente con i Ramones, ma resuscitarne tre su quattro non è cosa che si improvvisa così, su due piedi.

Eppure i dischi non vendono e questi veterani del punk devono arrendersi agli squaletti del mercato discografico che finiscono di spolparli a dovere – almeno di quel poco di non tossico o radioattivo che c’è rimasto (e, a giudicare da ciò che rimane del fulminatissimo Don Bolles pare che resti davvero poco).

Ma non devo e non voglio parlare male di questo concerto in cui mi sono, peraltro, divertito.
Divertito ad arrivare con due ore di anticipo; a morire dal freddo; a bere Nelsen Piatti al limone spacciato per vodka insieme a due sbarbatelli punk; a  pogare come non facevo dai tempi dei Nirvana; a  incontrare amici che inevitabilmente perdi e ritrovi in questa Milano paese con ambizioni da merdopoli.
E  con un po’ di fortuna, forse potevi anche adagiarti tra le tettone materne e rigogliose di Lorna Doom, mentre beatamente titillava  il suo basso, singultando a ogni nota come fosse un piccolo orgasmo.
Sì, poi c’era la scaletta, ma per quello vi rimando alla foto.

Uscendo dalla pizzeria mi sono accorto che un posto era rimasto vuoto. Ho pensato che Darby avesse avuto qualche contrattempo. Ma restava un conto da pagare e, forse, in quei 60 euro era compreso anche il prezzo della sua assenza.

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