I miei amici Ultra Twist

Foto The Ultra Twist3Nonostante sia uno sfegatato del rock’n’roll a livelli patologici. Nonostante abbia il vizio di scriverne, di questo rock’n’roll, più o meno regolarmente. Nonostante sia un tipo guardingo, ma abbastanza socievole (almeno così dicono). Nonostante ciò, rimango convinto del fatto che il rock’n’roll debba rimanere una questione intima. Una questione che va affrontata da soli, per evitare influenze esterne e futile chiacchiericcio.

Faccio un esempio per spiegarmi meglio: come dicevo poc’anzi, scrivo di rock’n’roll da un po’. Negli ultimi dieci anni ho collaborato con diverse riviste, fanzine e web-zine – il che implica avere contatti con redattori, musicisti, etichette, uffici stampa e tutti coloro che girano attorno a questo benedetto rock’n’roll. Be’ io questi contatti ho sempre cercato di evitarli o comunque di tenerli al minimo sindacale, insomma di “spersonalizzarli”. Peraltro c’è la posta elettronica che aiuta in questo. Bisogna comunicare? Ok! Facciamolo per e-mail.

È chiaro che non va sempre liscia. Capita cioè che musicisti, redattori, addetti stampa o piccoli discografici inizino a telefonarti tenendoti inchiodato alla cornetta ore intere, mentre tu avevi programmi completamente diversi: fare l’amore con la tua donna, preparare la pappa a tua figlia, sfogliare Vanity Fair in bagno, montare la maionese, scervellarti sul libretto d’istruzioni di uno scaffale dell’Ikea, appisolarti con la tv in sottofondo, farti una partita a briscola giù al bar, ecc.

Tutto questo perché, magari, hai scritto un articolo ritenuto interessante o hai incensato un disco. Ok, vuoi proprio farmelo sapere a voce? Bene. Chiamami pure, dimmelo, aggiungi se vuoi qualche frase di circostanza e poi bye bye.
Col cazzo! Come minimo si va a finire a interrogarsi sulla crisi mondiale della discografia e a blaterare di massimi sistemi. O ,peggio, a dover rispondere a domande sulla vita privata: “Sei sposato?”, “Allora hai una figlia… come si chiama?”. C’è stato persino chi mi ha fatto partecipe dei suoi problemi di salute. Chi mi ha raccontato la storia dei suoi cazzo di bisnonni. Chi mi ha pudicamente informato della propria bisessualità che lo ha tirato fuori dall’eroina (che poi se dovessi scegliere tra le pere e prenderlo in culo, opterei nettamente per le prime).

Quello che mi frega è che sono un tipo guardingo, ma abbastanza educato (almeno così dicono). L’unica via d’uscita è quella di far rispondere a mia moglie che, come tutte le donne, sa mentire con graziosa credibilità. Assurdo. Ho iniziato a farmi negare al telefono manco dovessi dei soldi a un usuraio.

Il punto è  molto semplice. Se mi piace la “tua musica” (quella che suoni, produci, promuovi, pontifichi, critichi) non è affatto automatico che debba piacermi pure tu. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo conoscerci, tantomeno diventare amici.
Ma ci sono le eccezioni che confermano la regola. Ci sono persone con le quali si crea un’empatia (che termine del cazzo, convengo) da subito. E lo si capisce da piccoli particolari. Dall’uso delle minuscole nelle e-mail, dal modo di portare la bottiglia di birra alle labbra, dal tono di voce utilizzato col tecnico del suono durante il soundcheck. Cose così, insomma. E la musica, almeno qui, non c’entra nulla.

Bene. Fine del pistolotto.

Tra le poche persone con cui ho incrociato la strada e che mi piacciono, nel rock’n’roll tricolore, ci sono gli Ultra Twist, ex studelinquenti toscopugliesi di stanza a Siena che ho conosciuto poco poco, piano piano, come piace a me. Per prima cosa ho avuto l’onore di essere ospite dell’ottima trasmissione radiofonica La cantina del rock del bassista Bob Colella, un Kareem Abdul-Jabbar rigonfio di orecchiette e Primitivo di Manduria.
Poi con i miei compari Amelie Tritesse ho pure avuto il piacere di condividere cena, palco e dopo palco con i Twist e, quindi, fare la conoscenza dell’enigmatico cantante-chitarrista Nicola, dello sbarazzino batterista e di Luca, l’uomo che impugna il theremin come un partigiano intento a scaricare il piombo della sua mitraglietta contro un nugolo di ufficiali delle SS.

L’occasione di parlare dei miei amici Ultra Twist me l’ha data il loro ultimo – in tutti i sensi – vagito discografico No Beer No Fun, edito – come al solito – dalla loro sconquassatissima label artigianale Bubca Records. Disco che, purtroppo, chiude l’avventura della band.
Ma in fondo va bene così: gruppi del genere devono vivere e bruciare velocemente.

Tornando alla maestosa raccolta in questione, si tratta dei pezzi già usciti su vari 7” tra il 2006 e il 2009, impacchettati nello smilzo formato cd-r (300 copie) e nel meraviglioso et vetusto formato musicassetta (50 copie). Uno SPET-TA-CO-LO che mi ha fatto subito pensare a Singles Going Steady dei Buzzcocks, non tanto per la musica quanto per il fatto che in entrambi i casi non c’è una-canzone-una debole.
Tutti i pezzi vanno a segno, abbattendo letteralmente il bersaglio. Garage punk direttamente dai Sixties più selvaggi, primitive rock’n’roll, surf strumentale, psichedelia metanfetaminica infilati a forza in una lavatrice industriale dell’ex Unione Sovietica e centrifugati al massimo dei giri.

Di chiacchiere ne ho fatte fin troppe. È giunta l’ora di passare la parola a Luca.

La prima domanda è banale, ma come va ripetendo il barista-filosofo di mia fiducia, “nel banale risiede l’essenziale”, quindi dimmi vita, morte e miracoli degli Ultra Twist.

Gli UT sono nati nell’autunno del 2006 dalle ceneri degli E.X.P.. Tutti noi quattro ne facevamo parte… è stato un bel cambiamento di stile. Prima psichedelia picchiata, allargata e acida, poi musica da zombie ballerini; insomma dai Settanta siamo andati verso i Sessanta,  inglobando inconsciamente molta roba dei primi Ottanta e Novanta.
Molta gente ci ha fatto notare che di solito i gruppi fanno un percorso inverso, noi invece abbiamo fatto come i gamberi. Personalmente credo che ci siano diversi motivi logici, adesso troppo lunghi da spiegare, comunque è andata così e per tre anni abbiamo suonato e registrato, credo, musica spontanea e personale identificabile subito a un primo ascolto… penso che gruppi così in giro, negli ultimi anni, se ne siano visti pochi. All’inizio siamo entrati nel giro garage-punk italiano dal nulla con quello che poi è diventato il tormentone “No Beer No Fun” e soprattutto con concerti dove dopo aver suonato non ricordavi neanche di averlo fatto… tornare a casa era abbastanza problematico. L’accoglienza della scena italiana inizialmente è stata molto fredda, tutti ci conoscevano e avevano sentito parlare di noi, ma nessuno voleva farci suonare… la tipica situazione di invidie da spiccioli all’italiana: e questi chi sono? Ma chi si credono di essere? Diciamo che gli UT non hanno mai fatto la riverenza a nessuno… poi con il tempo abbiamo conosciuto la gente giusta che fa le cose; in Italia esiste, ma da un po’ di anni è sempre quella, manca il ricambio, mancano gruppi di adolescenti che impugnano gli strumenti nel modo giusto. Non a caso in questi tre anni alla fine abbiamo suonato molto più all’estero: Francia, Spagna Germania, Inghilterra, Ungheria e la scorsa estate il tour negli Stati Uniti. Appena tornati dagli USA abbiamo ricevuto una quantità di offerte per suonare mai avute prima… peccato che ci fossimo appena sciolti!

Foto The Ultra Twist2A proposito di Stati Uniti, avete messo insieme la raccolta No Beer No Fun proprio in occasione di quel tour: dimmi qualcosa in più sulla trasferta transoceanica?

Esperienza unica! Abbiamo fatto l’America in lungo e in largo, due coast to coast, 20.000 km, ci è successo un po’ tutto quello che può accadere in un tour quando giri in otto in un furgone stracarico. Quello che ricordo, più che i concerti, sono gli infiniti flash del viaggio, le innumerevoli persone conosciute che ci hanno aiutato, ospitato, e soprattutto la natura e le distanze enormi che ti fanno sentire piccolo piccolo, ma stravivo anche se hai guidato tutta la notte e non dormi da un giorno. Per me è stata una botta di vita, spero di rifare presto un tour del genere, anche senza suonare.

E nel resto del Vecchio Continente?

Diciamo che all’estero la cultura underground delle persone e la concretezza è  di media sicuramente superiore, ma non è tutto oro ciò che luccica. La Spagna, la Francia e l’Europa dell’Est per motivi diversi mi hanno entusiasmato molto più della Germania e anni luce di più dei Paesi anglosassoni dove il feticismo per certa musica la rende – oserei dire – noiosa anche in ambienti dove non dovrebbe.
Personalmente non sono un fan del garage, preferisco un certo tipo di punk e lo-fi, mi piace il misto fritto, il rumore, il feedback, la distorsione il reverbero il supetremolovibrante urlato. Questo per quanto riguarda l’estetica dei gruppi con cui ci siamo imbattuti, mentre per quanto riguarda l’attivismo non cambia poi molto. In Europa i circuiti e le persone sono sempre le stesse, dopo un po’ ci si conosce tutti, come in Italia. La cosa buona – e credo nuova rispetto al passato – è che negli ultimi anni si è riuscito molto di più a collegare le situazioni di tour internazionali. Gli Stati Uniti sono invece un mondo a parte: se dall’oggi al domani metti in piedi un gruppo, decidi di fare un tour e ti sbatti, riesci a farlo… ovviamente scordati di andarci in pari.

Essendo tutti voi dei gaudenti alcolisti, mi piacerebbe sapere chi tra i rocker incontrati in giro regge di più l’alcol e chi, invece, è un maledetto quaquaraquà.

C’è un gruppo che batte tutti, sono i Romantic Robots di Verona, nel senso che si devastano senza mezzi termini e alla fine vanno oltre. Gli stranieri fanno molta scena, riescono a vomitare a comando, fanno di tutto per sembrare di fuori, ma non la raccontano giusta.

Per tramandare il verbo avete messo su la Bubca Records, etichetta che si è presto allargata al suono delinquenziale dei teenager americani. Come sai io impazzisco per Charlie & The Moonhearts ma dimmi anche delle altre band cadute nella vostra rete…

La Bubca Records è nata molto prima degli Ultra Twist e la sua nascita ha poco a che fare anche con gli E.X.P. La Bubca è nata come etichetta illegale “situazionista” ai tempi del Cabernet Voltaire, progetto d’improvvisazione rumorista del quale hanno fatto parte un sacco di persone. Diciamo che la “poetica” dell’etichetta fin dall’inizio è stata quella di prendere tutto quello che c’era di più spontaneo, radicale e vero in giro e renderlo pubblico al di là del genere musicale. Le cose migliori, si sa, vengono fuori di getto quando si è teenager, quando ci si rapporta alla vita, e in questo caso al suonare in modo più istintivo, come se nessuno l’avesse mai fatto prima. Adesso la California, l’Oregon e il Texas sono terreni fertilissimi… negli ultimi anni sono venuti fuori grandi gruppi di ogni genere, noi li abbiamo conosciuti e stampati prima degli altri e prima che diventassero “qualcuno”. Faccio un nome su tutti: Ty Segall… poi i Traditional Fools, Charlie and the Moonhearts ecc.
La mia uscita preferita comunque sono stati i She Sells Sea Shells, i più ragazzini, i più devastanti… adesso non esistono più, però il batterista è un felice padre di 23 anni e un disegnatore credo tra i migliori al mondo.

L’idea che sta alla base della Bubca secondo me va oltre il DIY, la definirei una “bottega artigiana del sottoproletariato r’n’r”. Fotocopie in b/n, colla, forbici e via andare. Sei d’accordo?

È proprio così, però mettiamo il timbro! Mi spiego: quello che fa la Bubca e soprattutto i gruppi che escono per la Bubca è valorizzare un supporto di consumo, come ad esempio e nella maggior parte dei casi è il cd, e renderlo unico, renderlo di un valore inestimabile. Per noi il supporto conta relativamente, la cosa fondamentale è che l’energia, la musica circoli il più possibile e riesca a mettere in contatto persone affini, le porti a conoscersi, organizzare concerti e feste. Noi siamo per il download a manetta, free music, no copyright ecc, non dimentichiamoci che quando fu inventato il vinile furono messi in commercio grammofoni o giradischi che sostituivano i bluesmen di strada. La musica già da allora era diventata riproducibile e lo strumento “tecnologico” rubava il lavoro a quei grandi “ricchi” poveracci, quindi smettiamola di fare discorsi su etica artistica e tecnologia… si tratta di realizzare e mettere in pratica concretamente le passioni al di fuori di un sistema di economia di consumo.

Locandina The Ultra TwistChe stai facendo ora, dopo lo scioglimento degli Ultra Twist?

Adesso suono in due gruppi e continuo senza aver mai smesso di divertirmi, a rumoreggiare per i fatti miei, con tutti gli strumenti che mi passano di volta in voltasottomano oltre a quelli che mi costruisco e invento da solo.
I gruppi sono i Dements, duo punk-blues-lo-fi, incrocio tra un minimalismo velvettiano, ironia fugsiana e stranulatezza beefhertiana però con un’impronta marcata da gruppi punk teen alla Reed Cross. Che vuol dire? Nulla! Se volete ascoltare cosa facciamo veramente potete farlo sul sito: www.myspace.com/theedements. È da poco uscito il nostro primo 7″ che contiene quattro pezzi usciti nei due primi mini cd.
Nel 2010 dovrebbe uscire per un’etichetta svedese il secondo 7″, poi il cd e il 12″ per la nuova sotto etichetta della Bubca Records chiamata Mono Recordz. La Mono Records stamperà solo roba mono, registrata analogicamente in tempo reale senza sovraincisioni.
Ho iniziato a suonare con i R’n’R Terrorists, grande gruppo punk delle mie parti che prende il blues primordiale, lo fa suo dandogli un’impronta molto personale, ovviamente punk lo-fi. Nonostante siano in giro già da qualche anno i R’n’R’ Terrorists sono quasi sconosciuti. Con la Bubca Records abbiamo fatto appena uscire il loro cd Stolen Blues e, come diresti tu, se vi volete solo un pò di bene compratevelo… i soldi andranno a “finanziare” le prossime uscite e non dentro il nostro conto bancario in rosso.
Per i fatti miei invece faccio il verso ai primi bluesmen, ai Velevet Underground e agli Spacemen 3… loro hanno fatto il verso ad altri: nella musica come nella vita niente nasce dal nulla.

Per finire mi paiono d’obbligo due parole sulla trasmissione radiofonica La cantina del rock…

La Cantina del Rock è nata di pari passo al progetto Ultra Twist, con l’intenzione di documentare e dar voce alle realtà “r’n’r’ vive” in Italia… insomma la Cantina è nata come una fanzine vecchio stile, utilizzando però il mezzo radiofonico invece che le forbici e le fotocopie. Abbiamo seguito concerti, fatto innumerevoli interviste, passato musica che mai nessuno passerebbe in una qualsiasi radio italiana per 103 puntate. Per i dettagli bisognerebbe approfondire con Bob che l’ha condotta come speaker per 3 anni, io posso solo dire che sono fiero di averla fondata e portata avanti e sono certo che la storia non è finita qui!
Per concludere vorrei ringraziarti, Manuel, per essere uno degli ultimi “giornalisti” che dà voce al sottosuolo. Molta gente ha conosciuto gruppi come i Charlie & The Moonhearts e She Sells Sea Sells, la Bubca Records e le nostre uscite, solo grazie ai tuoi articoli su Rumore.

Comunque piano con le offese… giornalista dillo a tua sorella!

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9 commenti

  1. Teo Teocoli

     /  dicembre 12, 2009

    Io li ho visti…eravamo tipo in 10 persone…devastanti!
    Spaccavano di brutto!

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  2. condividere palco e dopo palco, una chiacchierata invernale notturna e un sacco di musica insieme è stato puro piacere.
    è stato divertente suonare e sbattersi per trovare concerti, passare nottate intere guidand e conoscere un sacco di gente in giro.
    è stato breve, ma difficilmente avrebbe potuto superare i tre minuti senza sembrare monotono

    Rispondi
  3. Roberto Bocci

     /  dicembre 18, 2009

    Bubca Records + Villa Serena forever!

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  4. giuseppe

     /  dicembre 21, 2009

    ci ho messo qualche giorno prima di lasciare un commento perchè ho letto e riletto l’articolo….l’ho centellinato come del buon rum diciamo. ho avuto la fortuna di conoscere alcuni dei componenti del gruppazzo e di ascoltarli in qualche sbronzissima occasione. tralasciando a chi di dovere la critica musicale non posso che confermare lo spessore umano/bestiale-che a volte è meglio- di questi esseri eticamente e etilicamente formidabili. nient’altro da aggiungere.

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  5. Emanuele Filiberto

     /  gennaio 8, 2010

    Chi li ha visti e conosciuti non se li scorda di certo!
    Anche a me è capitato di farci serata…mattina.
    Grandi!

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  6. Jack Oblivian

     /  febbraio 4, 2010

    Sorry i don’t speak italian but i love Ultra Twist!

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  7. Fanculo agli Ultra Twist! Posavano come quelli che non fanno pose, quindi se lo meritano tutto questo necrologio con analisi socio-economica!!!! Hahaha! Grazie per l'”enigmatico”, a buon rendere!!!!!!!!

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  8. Roberto

     /  settembre 1, 2010

    Ma ci sono ancora loro dischi in giro?

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  9. Massimiliano

     /  settembre 16, 2010

    Se gli ultra twist facevano pose..il conto in banca di Berlusconi è in rosso!
    Ho assistito ad un loro concerto interrotto per bestemmie…ce ne fossero di gruppi così in giro.

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