Kernel mosh

222786Uhmmm… questa è una prima volta per Black Milk. Ovvero la prima volta che arriva un disco thrash metal senza essere nu-metal, hardcore metal, crossover metal o che-cosa-ne-so metal. E, dati i miei trascorsi da thrasher nell’era ormai preistorica di metà degli Ottanta, la faccenda mi intriga.

Certo, ancor prima di ascoltare una nota sono rimasto un po’ perplesso perché nel press kit – tra le influenze – si citano dei tali Stayer. Che però, vista la vicinanza ad Anthrax, Sodom, Overkill e Sepultura non possono altro che essere gli Slayer scritti sbagliati.
Gosh. Duh. Ohmygod. Fai thrash metal classico, ti ispiri alle band tipiche e topiche del genere e sbagli a scrivere il nome dei thrasher più venerandi e inossidabili? Figura barbina.

Ma veniamo alla musica dei Kernel. Bene, per una decina di minuti buoni mi è sembrato di tornare indietro ai tempi gloriosi, quando si andava al negozietto di fiducia e si scopriva che era appena uscito Ride The Lightning o Hell Awaits o – ancora – Bonded by Blood. Certo, mi si perdonerà, spero, il fatto che non ho riferimenti moderni a cui comparare i Kernel (la mia nutrita discografia thrash copre il periodo 1982-1988 e poi stop), ma è anche vero che la band pare piuttosto filologica nella sua ispirazione, di chiara derivazione old school.
Insomma, qui dentro ci ho sentito un po’ di Slayer pre-Reign in Blood, parecchi Exodus dell’album d’esordio, un pizzico di Megadeth di Killing is my Business e un po’ di Anthrax (ma mica tanto).  Molto Bay Area come sound, se posso azzardare un’aggettivazione che andava di moda all’epoca.

Il problema è che passati i 10 minuti di cui sopra, la formula aveva perso il fascino. Ma è un problema mio, anagrafico. Come dire… ora ho voglia di risentire Kill’em All o Among the Living e non Servant of God, tanto per intenderci.

Un lavoro buono nella sua totale adesione al genere – con tutti i pregi e i difetti del caso (ovvero i paletti ben rigidi e definiti) – che ai giovani thrasher odierni piacerà di sicuro. Una cosa, però, è da dire: amici Kernel, lasciate senza indugio perdere il cantato in italiano e abbracciate l’inglese al 100% (non come ora che i brani sono equamente divisi tra i due idiomi). Il thrash in italiano fa semplicemente ridere, cosa che non dovrebbe mai accadere.

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5 commenti

  1. E brava la mia puzzoletta! Ti ricordi ancora il wild west eh?!

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  2. Andrea Valentini

     /  novembre 27, 2009

    puzzoletta le palle di Frà Giulio… puah…

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  3. Davide

     /  novembre 30, 2009

    può non piacere ma dire che il thrash in italiano faccia ridere mi sembra eccessivo … giusto per citare qualcuno: IN.SI.DIA, DISTRUZIONE, SUBHUMAN … gruppi che fanno ridere eh?

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  4. Davide

     /  dicembre 1, 2009

    tra l’altro ho ascoltato sti Kernel su myspace e a parte un paio di pezzi un po troppo mosci per i miei gusti devo dire che spaccano, il top è back to the violence che è spettacolare, charity altro gran pezzo e falsi liberi (in italiano) segue a ruota … non saprei dove recuperare i testi ma se l’attitudine è come quella di Falsi Liberi allora potrebbero entrare a far parte della mia playlist…

    grandi Kernel!

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  5. Andrea Valentini

     /  dicembre 3, 2009

    Contento che ti piacciano Davide – e buon per loro.
    Però purtroppo nulla di ciò mi fa cambiare idea: il thrash e i generi di rock estremo cantati in italiano (ma anche in spagnolo, francese e lingue “mediterranee”) mi fanno ridere. E’ una questione di fonetica, ma anche di comprensione… un thrasher che mi grida in growl “Satana, morte, disperazione, bambini sventrati” o anche altre cose meno sceme, mi fa ridere.
    E credimi, non sono l’unico a pensarla così… è una diatriba che va avanti dalla notte dei tempi (nei primi anni ottanta già se ne parlava). E direi anche che l’italiano ha iniziato a fare più che capolino in queste faccende quando qualcuno ha pensato che ci fosse un mercato nazionale in qualche modo “mungibile” per questi generi (diciamo dai primissimi Novanta). Prima non c’erano cazzi: si cantava in inglese e basta… oppure si faceva un po’ ridere.

    Del resto, poi, vale il sempiterno de gustibus. Come dire: se ti piacciono fai benone ad ascoltare, supportare, aiutare e promuovere.

    Stammi bene

    a.

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