Silber Records special: the six pack of (post) rock

silberPlumerai – Electrical Mess ep (Silber)
Remora – Derivative (Silber)
Aarktica – In Sea (Silber)
Vlor Six – Winged (Silber)
Moodring – Scared of Ferret (Silber)
Slicnaton – Basendrum (Silber)

Il mio primo contatto con la materia oscura musicale da molti definita post rock è avvenuto, senza alcun segnale di avvertimento, una decina di anni fa. Un mio amico, amico a sua volta di un componente dei Giardini di Mirò, mi consigliò proprio il loro ultimo lavoro Rise and Fall of Academic Drifting. Fu un tragitto complicato – ma non così tanto, a ripensarci – attraverso canzoni completamente strumentali che partivano da un tema per espanderlo e ridurlo ai minimi termini, come gli elementi di un frattale di salvaschermo di ultima generazione.

All’epoca appartenevo di più allo spazio rock della musica, un territorio in cui è difficile trovare canzoni completamente strumentali – confesso che anche i pezzi suonati dal vivo dalla durata estenuante delle grandi band anni Settanta, e per questo zeppi di lunghe parentesi strumentali, non mi sono mai piaciuti: alzi la mano chi è riuscito, senza l’ausilio di sostanze psicotrope a sciropparsi i 27 minuti abbondanti di “Dazed and Confused” dei Led Zep nel loro live monumentale The Song Remains the Same – quindi non ero dotato di tutti quegli strani anticorpi che forse ti fai ascoltando un sacco di musica elettronica.

Nonostante questo, il disco dei Giardini di Mirò mi piacque e devo dire che lo ascolto ancora oggi con piacere, magari al buio dopo essermi fatto venire gli occhi rossi.
Fu proprio quest’iniziazione a lasciarmi scoprire in seguito un universo molto grande dietro alla definizione Post Rock, un universo pieno di diverse anime, difficilmente afferrabili con un’unica definizione (del resto è proprio questo il potere delle etichette: una volta create devi usarle, anche a costo di semplificare e banalizzare quel che vedi o senti).
Mi piacerebbe approfondire l’argomento, ma è talmente vasto che meriterebbe un approccio simile a quello che si dedica alle correnti artistiche tradizionali e soprattutto un bel po’ di spazio.

…o Signore della Pigrizia, abbandona per un attimo questo corpo e per una volta fammi portare a termine le cose che penso…

Per i più curiosi di voi comunque è già a disposizione una voce ad hoc su Wikipedia – dove tra l’altro si cita la persona che ha creato l’etichetta post rock: Simon Reynolds, nel 1994. Se poi avete bisogno di qualche coordinata precisa per esplorare questo universo, direi che una spedizione sul pianeta Mogwai – confesso che il loro Young Team rimane uno dei miei album preferiti – passando dalle lune di Tortoise o da quelle di Bark Psychosis, s’impone.
Certo potreste anche perdervi e finire nella galassia Arab Strap, molto vicini alle propaggini nordiche dei Sigur Ros. Se così fosse, vi avverto: nessun rocker sarà poi in grado di farvi più tornare indietro.

Ebbene fine del flashback e della premessa (anche un po’ bislacca, ammetto), cose entrambe necessarie per affrontare i giovani (si fa per dire) virgulti della Silber Records, un’etichetta americana specializzata in band post rockeggianti e dalle sonorità estreme alle quali ho dedicato un week-end di ascolti devoti (fuori c’era solo la pioggia e l’influenza suina a essere onesti).

Mi sono quindi sciroppato una bella full immersion di sei gruppazzi strambi, alcuni davvero strambi, ma strambi davvero.

Tra i meno strambi, di sicuro i Plumerai con il loro EP promozionale Electrical Mess. Un misto tra Church, Cure, Placebo e qualche gruppo shoegaze (il tappeto sonoro potrebbe ricordare i My Bloody Valentine). Comunque brani con parti riconoscibili (esiste il ritornello!) senza grandi sensazioni di essere portati all’estremo.
Sostanzialmente un gruppo rock, a mio avviso per niente post-rock, dallo stile ancora confuso che alterna troppi codici diversi (la ballad, il pezzo elettronico quasi disco, il brano elettrico) senza dare la sensazione di avere uno stile eclettico quanto piuttosto di non averne uno.  In pratica la stessa differenza che passa tra un Picasso che nel corso della sua carriera ha utilizzato diverse tecniche e il giovane che tenta diverse tecniche alla ricerca della propria, invano. Niente di che.

Con i Remora e il loro album Derivative sono invece entrato nella terra del drone, musica nata da una costola del Doom Metal, e che rappresenta un genere che spesso confina e sconfina nel Post Rock menzionato nella premessa.
A farla da padrone qui è la lentezza e il ronzio del  bordone ovvero quell’effetto battente che viene generato dall’ossessiva ripetizione di un unico accordo o di una nota per quasi tutto il pezzo.
Quindi non aspettatevi gran dinamismo: questo è un genere di musica che potete mettere sul piatto (si vabbè) e continuare a fare dell’altro. Potreste anche restare colpiti da qualche passo, ma se non gli prestate attenzione dopo un po’ non vi accorgerete nemmeno di averlo messo su. E non è nemmeno detto che la cosa possa essere negativa.
C’è una musica adatta per ogni particolare momento della nostra vita, un po’ come il vino che accompagna il cibo. Ora che ci penso non sarebbe male fare una bella selezione di accostamenti.
Un album del genere va benissimo come colonna sonora di qualche mattina fredda, ma assolata, con il fumo che ti esce dalla bocca mentre il pendolone si rattrappisce e chiede un po’ di ospitalità allo scroto e senti le orecchie vibrare sotto gli impulsi proveniente dagli auricolari bianchi.

Con gli Aarktica e il loro album In Sea, pur restando dentro i confini del post-rock, le atmosfere sono abbastanza diverse (e per quel che conta li preferisco ai Remora).
Gli Aarktica sono l’invenzione di Jon DeRosa un compositore che scopre a fine anni ’90 di essersi giocato un orecchio per un problema fisico. Invece di perdersi d’animo, inizia a bombarsi di antidolorifici (!) e – ma questa è una mia ipotesi –  a bere forte, visto che in un’intervista dichiarerà di aver iniziato a provare delle allucinazioni uditive. Le sue opere, compreso l’album che ho per le orecchie (In Sea) è un tentativo di riprodurre proprio queste allucinazioni.
Da un punti di vista musicale, gli Aarktica sono un gruppo sospeso tra lunghe trame strumentali alla Eluvium o Helios (epigoni a loro volta di compositori come Philip Glass e Brian Eno) o pezzi post-rock alla Sigur Ros. Qualche volta fa capolino pure la voce, come nella cover di Danzig “Am I Demon” e in “Hollow Earth Theory” (qui si avverte qualche eco lontano di “TV on The Radio”). Sono due pezzi davvero belli  che fanno nascere il dubbio che gli Aarktica possano ancora avere un’evoluzione verso sonorità interessanti anche dal punto di vista commerciale.
L’album è molto gradevole, a parte qualche battuta a vuoto (“Corpse Reviver Number 2”) e come accostamento il sommellier vi propone una bella domenica mattina uggiosa (ma di quelle con il big match in posticipo serale), da pigiama e ciabatte e grattata di soddisfazione alle parti basse, osservando il mondo fuori mentre si bagna.

Vlor Six: il loro Winged sembra un minestrone fatto da mile persone con mille influenze ed infatti è così.
Vlor Six è la versione di Usa for Africa della Silber Records e cioè un megagruppo composto da molti artisti sotto contratto per questa etichetta. Il metodo di composizione utilizzato è quello per corrispondenza: Brian John Mitchell, chitarrista dei Remora (e deus ex machina della Silber Records) ha inviato per posta alcune sue basi ad altri artisti sotto contratto della Siler Records (non manca Jon DeRosa, remember him?) raccogliendone poi in seguito i vari contributi. E’ un disco minestrone con pezzi che spaziano dal Drone al punk, dal pezzo slow core a lontani echi di un brano garage. Sembra il campionario di un agente di commercio specializzato in musica alternativa d’avanguardia. Un’antologia di musica varia, unita dall’unica caratteristica di sembrare composta superficialmente: sembra quasi che sia nata da diversi contributi raccolti per corrispondenza.
Niente di che, a parte “She goes out with boys” pezzo interessante, ma rappresenta il classico Jolly in una mano sfigata.
Di sicuro in mezzo a tutto questo fermento creativo e a questo humus di musica senza alcuna concessione all’easy listening e senza alcuna logica commerciale, qualcosa di estremamente interessante dovrà pur attecchire, mi son detto, guardando le mie occhiaie allo specchio, durante una pausa in bagno dalle lunghe sessioni di ascolto.

E’ così quando ho sentito i Moodring ho esclamato “Bingo!”. Il loro album Scared of Ferret è una summa di furia creativa priva di reti e di schemi che conduce a uno stile e una sonorità originale e assolutamente spiazzante dove convivono riferimenti diversi, provenienti dal mondo della EtnoMusic (per alcuni ritmi e l’utilizzo delle percussioni ossessive) e da quello della musica elettronica, senza dimenticarsi di inserire dei fraseggi quasi-Jazz.
Datemi pure del pazzo, ma a me ricordano tantissimo un incontro tra i Morphine e John Zorn.
Il vero miracolo di questo gruppo è che riesce a compiere questa contaminazione estrema tra generi, rimanendo però nell’alveo sicuro del Rock. La sensazione finale, il retrogusto di questa opera, infatti, è quella di un album rock, l’ultimo avamposto di una colonia Rock nella lontana galassia della musica alternativa.
Forse proprio per questo Scared of Ferret può piacere e convincere. Fate però attenzione: occorre pazienza per poter assimilare i Moodring, non basta di certo un ascolto distratto perché non è il tipo di musica da metter in auto con gli amici mentre si va per locali.
Tra i brani più efficaci “Into the Doom” (qui l’assonanza con i Morphine è davvero evidente), “Shaker Tabs” un gulash tribal-elettronico (mi ricorda un pezzo Taarab, un tipo di musica suonata in Tanzania nei locali sulla costa vicino a Zanzibar: se non mi credete cercate negli autogrill negli scatoloni zozzi con i cd a tre euro alla rinfusa e se – come me – avrete fortuna nel trovare una compilation di Taarab, ascoltatela e mi darete di sicuro ragione) e “Colin Wilson” ipnotica e Janesaddictioneggiante.

Sono contento di questa piacevole scoperta a tal punto da buttarmi con estremo ottimismo sull’ultimo gruppo, gli Slicnaton. Ho cercato tracce di vita in Basendrum, il loro album, invano.
Si tratta di un duo di strumentisti, gli strumenti sono contrabbasso e batteria, ma utilizzati in una maniera così bizzarra che ho dovuto leggerlo sul booklet perché mai – e dico mai – avrei capito da solo cosa diamine si celasse dietro quei cigolii strani e quei clangori che si sentono durante tutto il disco. Sul loro sito dicono di fare musica di tipo dark ambient ed elettro acustic.
Sono assolutamente indigesti e incomprensibili. Sperimentale puro, troppo avanti: stiamo parlando di un gruppo che fa parte di un movimento musicale chiamato extemporate, che svolge strani esperimenti sonori combinando strumenti elettronici a strumenti acustici.
Confesso con totale onestà di non essere in grado di comprendere a pieno tutto questo ben di dio di ricerche sperimentali: in fin dei conti sono solo un povero impiegato che cerca almeno nella musica un po’ di svago e non un sistema di equazioni stocastiche da risolvere… e poi che cazzo, mi sono davvero rotto i coglioni con tutta questa musica di scienziati: datemi un cazzo di quattro quarti e una bella chitarra elettrica che suona dei bei powerchord distorti, che non ne posso più, che a forza di andare in giro di mattina al freddo per trovare un posto dove ascoltare sta roba, mi è venuta la broncopolmonite pilare e il morbo di Duputreny, con tanto di orchite fulminante. Cribbio!

Largo all’avanguardia, pubblico di merd…

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