A far la spesa con Nick Cave

boatmanNick Cave & The Bad Seeds – The Boatman’s Call (Mute, 1997)

Diciamocelo chiaramente, non me la sono mai presa più di tanto, anche se un certo fastidio – lo ammetto – c’è stato. Da quando scrivo per Black Milk non sono mai riuscito una volta che è una a finire nel riquadro centrale, quello della recensione o dell’articolo più importante***.
All’inizio pensavo fosse dovuto al fatto che nei miei primi cinque gruppi preferiti non ci fossero i Gun Club, oppure che ritenessi molto meglio i Black Sabbath con Ronnie James Dio piuttosto che con Ozzy. Adesso invece sono strasicuro che alla base di questo ostracismo vi sia una mia mancanza di gusto nella scelta dei soggetti da recensire. Così stamani mi son detto o la va o la spacca, mi gioco il Jolly: uno dei miei dischi preferiti The Boatman’s Call di Nick Cave, un album del 1997.

L’ho fatto anche perché prima di mettermi a scrivere, mia moglie ha deciso di mandarmi a comprare al supermercato. Una mattina così ha bisogno di un po’ di poesia per decollare e così ho caricato l’album nell’iPod e mi sono incamminato nella bruma preautunnnale con i primi accordi di “Into My Arms”. Con questa colonna sonora devo dire che anche il cassonetto della spazzatura ha preso la forma di una carrozza verde trainata da bianchi cavalli di Lipsia. E’ un pezzo che ti prende in braccio, appunto, senza alcun orpello: pianoforte e voce. Lo stesso pezzo che il vecchio Nick suonò al funerale del suo amico, Michael Huthence. Mi promettesse di farlo identico al disco, quasi quasi lo inviterei a suonare pure al mio.

Quando attacca “Lime Tree Arbor” sono già con un piede dentro il Diperdì. Le facce dei clienti sembrano di colpo personaggi del Dottor Zivago o comunque di un qualsiasi sceneggiato tragico. Il richiamo del barcarolo sembra quasi di sentirlo quando il pezzo procede semplice, ma maestoso allo stesso tempo. I brani sfilano uno dopo l’altro. Sono una colonna sonora ideale per una domenica pomeriggio inglese: fuori piove e dentro al pub si beve, senza alzare la voce però. Ripensando alla settimana, il processo alla tappa della vita tra una Guiness o una Bitter e l’altra.

“People Ain’t No Good” e “Brompton Oratory” passano lente e meditabonde, mentre supero lo scaffale dei latticini. “There is a Kingdom” mi ricorda un pezzo di Lou Reed e le uova che devono essere bio. Dovrei concentrarmi perché la scelta del sapone per lavastoviglie l’altra volta l’ho cannato, ma si presenta la canzone più bella di Nick Cave e così perdo lucidità. “Are You The One I’ve Been Waiting For” è una poesia cantata, più chitarra che pianoforte: un cambio che sembra scritto con in mente il canto delle sirene tanto è in grado di rapirti (“O we will know, won’t we?/The stars will explode in the sky/O but they don’t, do they?/Stars have their moment and then they die”). Gli altri brani mi accompagnano verso le casse, rendendomi quasi pacevole l’attesa. “Where Do We Go Now But Nowhere?” una ninnananna per adulti con il suo ritornello fatto quasi solo di voce, “West Country Girl” che trascina i suoni del precedente album “Murder Ballads”, “Black Hair” un brano che ricorda Tom Waits di “SwordFishTrombones”, la dolce “Idiot Prayer” che pur nella sua cupa progressione, risulta il pezzo più movimentato dell’album.

Sono già lanciato verso casa con due belle borse piene di cose. Secondo me, da dietro, devo sembrare un pene che cammina scuotendo qua e là le sue palle gialle. Cammino con in testa gli ultimi due brani “Far From Me”, assolutamente minimale tanto che il basso è lo strumento più presente e “Green Eyes” con tanto di melodica e chitarra da bar messicano. La malinconia che gli americani chiamano la malattia di casa (della sua mancanza) è sovrana, ma fortunatamente mancano pochi passi.

Sono a casa che mi pare di aver bevuto poesia liquida. Quasi commosso.
Mia moglie mi cazzia perché ho di nuovo sbagliato il sapone per la lavatrice. Manca il brillantante. Are You The One I’ve Been Waiting For…

***: Il Selaschetti è una Prima Ballerina afflitta da grave tendenza alla mistificazione. Ghedini e Berlusconi gli fanno le pippe. A dimostrarlo è il backoffice del magazine, che con pochi clic mi offre le statistiche di pubblicazione: 8 su 12 dei suoi pezzi sono finiti in alto e alcuni nella posizione centrale “top” in cui si lamenta di non essere mai stato. Una media mica male: due terzi, ovvero 66,6% (periodico) degli articoli. Pensate che prima di controllare le statistiche gli ho anche scritto cercando di metterci una pezza… poi ho visto e ho realizzato di essere stato trucemente inchiulato. E meno male che Silvio c’èèèèèèèèèè… (e comunque questo pezzo finisce dritto come un fuso in basso, in fondo a destra, sezione Reperti. Mhuahuahuahua [risata satanica])

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1 Commento

  1. BRAVO mario!!! come sempre d altronde…2 spanne sopra tutti gli altri…anzi…3!

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