Pretty Face Ain’t Going To Hell

prettyfThe Pretty Face – s/t (Area Pirata, 2009)

Una band rodata, in giro da un bel po’ di anni (12), ma che non ha mai ingranato fuori dal circuito dei cultori. Li rammento in un live, più di cinque anni fa, nell’hinterland milanese – la mia band dell’epoca aprì per loro in un ameno locale ricavato dentro a un ex ospedale psichiatrico, se non ricordo male. I Pretty Face erano un vero e proprio juke-box Sixties, di quelli travolgenti, che fanno ballare tutti senza pietà a suon di cover assatanate; avevano all’attivo una sola uscita discografica, una specie di tentativo di conciliarsi con alcune correnti più mainstream (un cd-ep di brani in italiano che sinceramente reputo imbarazzante… ma anche loro: ricordo nitidamente di aver parlato, quella sera, con uno dei membri della band che accennò alla cosa con una certa ironia), ma picchiavano come fabbri ed erano una goduria. Peccato che il repertorio fosse quasi esclusivamente composto da cover, cosa che mi lasciò piuttosto pensieroso: un gruppo di questa levatura, a mio modestissimo parere, aveva quasi l’obbligo morale di produrre materiale proprio e relegare le cover a qualche isolato episodio nell’economia della scaletta. Ma, ad ogni modo, dal vivo rendevano al 150%, quindi andava anche bene così.

Ora la mia strada si incrocia nuovamente con  le Faccine Carine grazie ad Area Pirata e devo dire che sono ancora bravissimi: il loro sound Sixties è fedele, ma scuro e crepuscolare come piace a me.
In poche parole: i Pretty Face spaccano davvero con il loro garage tagliente e a tinte fosche, senza concessioni né strizzatine d’occhio alla modernità, al pop o al mainstream. Un pezzo come “Your heart is made of stone”, tanto per dire, potrebbe facilmente essere scambiato per una perla dei Wimple Winch o di qualsiasi altra band oscura – ma fondamentale – di 40 anni orsono.

L’unico problema che continua ad assillarmi – scusate, ma io quando mi fisso sulle cose… – è la faccenda delle cover. Dei 12 brani contenuti in questo cd la metà esatta è costituita da brani altrui; roba ottima (Miracle Workers, Seeds, MC5, Doors, Sonics e Turtles), riproposta con palle e personalità… però cavolo: sempre di juke box si tratta. E, francamente, alla faccia della filologia e di quanto andava di moda nei Sixties in fatto di cover, io trovo una cosa del genere poco interessante e soprattutto un po’ troppo comoda – in particolare per una band che può vantare senza ombra di dubbio un tiro e delle capacità ampiamente sopra la media della concorrenza. Per cui… bravi, ma cazzo: basta con ‘ste cover!!!

PS: menzione speciale per il packaging del cd… davvero bello.

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3 commenti

  1. jamiro

     /  settembre 25, 2009

    grazie per la sincerita’ della recensione sono d’accordo con quanto ai scritto…un bello stimolo x il prossimo tutti pezzi originali…a breve
    jamiro il batterista
    ps.ti aspettiamo il 3 al rocket

    Rispondi
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