Jim Duckworth dei Gun Club: the lost interview (pt. 2)

jim duckworth_jpgEcco la seconda parte dell’intervista – condotta nel mese di ottobre del 1998, più di 10 anni orsono – a Jim Duckworth, chitarrista dei Gun Club di Jeffrey Lee Pierce nel periodo di Death Party.
La prima parte la trovate QUI.

Enjoy the (punk) blues.

Torniamo ancora a Jeffrey: spesso nelle interviste – e in Go Tell the Mountain – parla della sua passione per la lettura e la letteratura. Tu che hai passato un po’ di tempo on the road con lui, puoi dirci qualcosa a proposito dei suoi gusti e delle sue letture preferite, al tempo?
Cosa leggeva Jeffrey? Devo dire che, nel periodo in cui sono stato nella band, nessuno leggeva molto – passavamo il tempo parlando, facendo stronzate, suonando, scherzando, lamentandoci… era quello che potremmo chiamare il tipico copione da tour. Quando andammo a Parigi nel 1983, Jeffrey e io siamo stati seduti vicini in aereo: abbiamo parlato e bevuto tutta la notte, ma non ricordo di cosa discutessimo. Ricordo, però, che al momento di dormire tutti gli spazi buoni erano stati presi.
Così siamo arrivati a Parigi stanchi come bestie, siamo saliti su un treno diretto in provincia ed eravamo gasatissimi dal fatto che potevamo cambiare i nostri dollari in franchi: la ragione dell’eccitazione era che, con dei franchi in tasca, avremmo potuto continuare a comprarci da bere.
Sotto l’influsso dell’alcool e della mancanza di sonno, stimolati dal nuovo ambiente circostante, ci imbarcammo in un nuovo argomento di discussione: la Guerra Civile. A nostra insaputa c’era una band francese (i Dogs, forse) che ci osservava da vicino: quei ragazzi trovavano fortissima ogni cosa che dicevamo o facevamo; lì accanto, però, c’erano anche due signori africani che erano sicuramente molto meno divertiti, dato che stavamo discutendo, in tono molto animato, del fatto che in quella guerra ci furono tizi di Brooklyn, gente di città, che si trovarono impantanati nelle pozzanghere del Sud, a combattere per la libertà di schiavi che non avevano mai posseduto. Jeffrey sosteneva che questa gente del nord, non appena si trovava in una palude, dicesse: “Fanculo, lasciamo che si tengano i negri!”. Lo trovavamo molto divertente, ma dopo poco i tipi africani – che avevano sicuramente sentito l’appellativo “negri” – ci chiesero conto di ciò che stavamo dicendo; ci fecero qualche domanda ed erano sospettosi, ma non cercavano lo scontro. Dopo un po’ venne fuori che venivo dal Sud e uno dei due – ricordo che entrambi indossavano dei pantaloni colorati di batik –  disse: “Ci sono un sacco di neri laggiù”. Io, sbronzo, gli risposi “Ci sono un sacco di neri ovunque”, facendo ridere tutti. La loro fermata arrivò in quel momento. Scesero, ma appena prima di andarsene uno di loro si chinò su di me e mi baciò dritto sulla bocca, per vedere quale sarebbe stata la mia reazione da redneck – che invece non arrivò: me ne stetti lì con lo sguardo vuoto. Dee, poi, mi disse che se fosse successo a lui gli sarebbe saltato addosso e sono sicuro che l’avrebbe fatto: lui è fatto così. Mi ricordo che, un anno circa dopo questo episodio, gli stavo parlando ed eravamo al Peppermint Lounge – era tardi ed eravamo tutti e due ubriachi. A un certo punto Dee si accorse che doveva fare qualcosa dall’altra parte della stanza, così si alzò e si fece strada nella pista da ballo stendendo a pugni chiunque si trovasse sulla sua traiettoria, maschio o femmina che fosse.

A quanto pare, durante quel vostro passaggio in Francia, avete lasciato il segno: puoi raccontarci altro?
Certamente…  ricordo che ci portarono in un negozio di dischi per autografare un po’ di LP – volevano che firmassimo delle copie di Miami. La cosa ci prese male, così subito iniziammo a mettere i nostri nomi seguiti da frasi tipo “Eat my fuck!”, come saluto. Ben presto ci mettemmo ad autografare dischi di Eddie Cochran e Sibelius, giurando al proprietario del negozio: “Ho suonato anche in questo!”. Quel povero cristo continuava a dirci: “Per favore, non firmate più altri dischi”.
Un po’ di tempo dopo, due ragazzi francesi iniziarono a pubblicare una fanzine e la chiamarono Eat My Fuck! (una frase che Dee aveva rubato dal film The Decline of Western Civilization). Penso che abbiamo scritto “Eat My Fuck!” su qualsiasi cosa ci capitasse a tiro, finché dopo una quindicina di giorni ci siamo stufati.
La sera del nostro primo concerto francese ovviamente eravamo in uno stato pietoso. Ricordo che andai dal promoter – ci eravamo subito accorti che, oltre a parlare un ottimo inglese, era in grado di procurarci qualsiasi cosa chiedessimo, tanto che lo soprannominammo The King of France, ma la cosa non gli andava molto a genio – e, con sillabe lente, scandite e forti gli dissi, nello stesso modo in cui si parla a un cane o a una persona ritardata, “Abbiamo bisogno di qualcosa per riuscire a suonare”. Lui tirò fuori il “qualcosa” e ne fece delle strisce su un tavolino; Dee, Jeffrey e io, credendo che fosse cocaina, felici e contenti ce la sniffammo tutta. Fu solo salendo la scala a chiocciola che portava al palco che mi accorsi del fatto che era eroina. Il tipo aveva pensato che fossimo ipereccitati e ci servisse della roba per calmarci. Ma non era così.
Ah, per tornare al discorso delle letture, mi ricordo che a un certo punto, durante il tour, trovammo una libreria che teneva anche titoli in inglese. Io mi comprai Requiem for a Nun di William Faulkner e posso dire di non averlo ancora letto tuttora. Jeffrey si prese l’unico libro che ricordo di averlo mai visto leggere – gli piaceva da impazzire e se lo portava sempre dietro: era una raccolta di fumetti dei Freak Brothers, i tre hippie cannati. All’epoca trovai la sua scelta infantile e, in un certo senso, imbarazzante, ma almeno lui ha letto il suo libro. Io no.
La cosa più memorabile che mi viene in mente, dei nostri concerti in Francia, forse è il l’esibizione a un festival a Borges, la domenica di Pasqua. Alla stazione ci accolse un gruppo di bambini vestiti come caricature infantili di punk rocker, e a lato, ad aspettarli, c’erano un paio di mamme. I bambini avevano uno striscione che diceva “Jeffrey for president” e ci spiegarono che alcuni di loro avevano un gruppo e facevano una loro versione di “Sex Beat” col testo in francese (alla voce c’era una ragazza che scriveva i testi ed era più grande degli altri). Ci portarono a vederli suonare in un club e sentimmo la loro versione del pezzo: chiedemmo un bis gridando “Sex Beat, encore!”… e tutti ci trovammo d’accordo sul fatto che i ragazzini avrebbero dovuto suonare al festival con noi, ma i promoter non ne volevano sapere. Rifiutavano categoricamente.
Passammo tutto il resto del giorno a bere – forse un po’ più del solito – e facendo impazzire lo staff dell’hotel. Anche i promoter erano in paranoia perché erano convinti che saremmo stati troppo sbronzi per suonare (che cavolo: per noi era un normale giorno di lavoro!) e così a un certo punto ci tagliarono i rifornimenti, si rifiutarono di darci altro alcool anche se lo avessimo pagato. Però quando videro che eravamo riusciti a procurarcene altro senza il loro aiuto, si rassegnarono e ricominciarono a darcene. Gli U2 erano nello stesso hotel, ma erano intimiditi da noi che facevamo casino per tutto l’edificio; mi hanno detto che Bono a un certo punto è sceso al bar, ma nessuno se l’è filato e se n’è andato stizzito.
Al momento di suonare trovammo i ragazzini che avevamo visto nel pomeriggio e li mandammo sul palco. Iniziarono a fare “Sex Beat” e il pubblico reagì con un boato fortissimo! Era talmente forte che loro smisero di suonare e noi, dai lati del palco, gli dovemmo fare segno di continuare e finire il pezzo (mi domando che fine abbiano fatto quei bambini, ora: chissà cosa fanno). Salimmo sul palco subito dopo; Dee si era portato una confezione da sei lattine di birra e ogni volta che ne finiva una se la gettava alle spalle… e le lattine finivano tutte sulla batteria degli U2, che era proprio lì dietro.
Io nel frattempo mi domandavo cosa avremmo fatto quando saremmo arrivati a “Sex Beat” nella scaletta, verso la fine del concerto, visto che l’avevano già suonata. Non avrei dovuto preoccuparmi, visto che a metà della nostra versione sul palco scoppiò una rissa tra una tipa coi dreadlock che aiutava i fonici e la ragazza del promoter; certo, non era uno spettacolo così figo come dei bambini di otto anni che facevano il nostro pezzo, ma la lotta femminile piace sempre un casino al pubblico!

jimduckQual era il tuo set-up (ampli, chitarre, effetti…) nei Gun Club?
Usavo la stessa Gibson 175 e lo stesso Fender Twin Reverb che avevo utilizzato per i due anni precedenti al mio ingresso nel gruppo. La Gibson era molto grande, una hollow body con la cassa parecchio profonda. Una volta dei musicisti a New York mi hanno chiesto se quella chitarra non mi dava troppi problemi di feedback e io ho risposto “No, fa tutti i feedback che mi servono”. La stessa battuta che usò Jeffrey poco tempo dopo, quando un promoter gli chiese se i Gun Club avevano problemi con l’alcool e lui rispose di no, visto che avevamo tutto l’alcool che volevamo.
L’ampli che avevo era da 100 Watt, troppo potente – ma lo penso solo ora ad anni di distanza – e rumoroso, soprattutto abbinato al distorsore che usavo. Cercavo di utilizzare la distorsione con moderazione, ma Jeffrey avrebbe preferito che la mettessi sempre e comunque. Giravo sempre l’ampli in modo che fosse parallelo al lato del palco, invece che piazzarlo nel modo più tradizionale, rivolto verso il pubblico. Era una cosa che funzionava davvero perché permetteva a tutti nel gruppo di sentire la chitarra e orientarci senza dover dipendere dai monitor. Suonavo a un cazzo di volume altissimo; a Jeffrey piaceva così: tutto sempre al massimo e vaffanculo.
Se guardi il video live all’Hacienda ti accorgerai che io inizio i pezzi con un tempo e Dee entra aumentando la velocità – beh, a Dee piacevano i Ramones e le sonorità che ben presto sarebbero state etichettate come hardcore punk. Fosse stato per lui il tempo di tutti i brani sarebbe stato veloce. Jeffrey, sebbene amasse quella roba, aveva però una propria visione in cui non c’era spazio solamente per pezzi velocissimi che ammazzano melodia e armonia. Glielo riconoscevo già allora e dal vivo puoi sentire che provavo a suonare con tempi che si avvicinassero a ciò che Jeffrey aveva in mente.

Come era la reazione del pubblico durante i concerti che hai suonato col gruppo?
Di solito era molto positiva, specialmente in Europa. Anche se in certe registrazioni fatte a Ginevra senti chiaramente che gli applausi del pubblico vanno diminuendo decisamente: era un live in una radio, in cui Jeffrey suonò – molto bene – il piano. Il pubblico iniziò a non applaudire nemmeno per cortesia e a guardarci con occhi vitrei, con un certo palese disprezzo… e la buona notizia era che tra queste persone c’erano quelli che ci avrebbero ospitato! Erano totalmente disgustati da noi tutti e questo accadeva ancora prima che ci avessero visti in azione con le nostre solite cazzate. Fu così che ci mandarono a dormire a casa della povera nonna di qualcuno di loro. Ci lasciarono là e la vecchietta si nascose al piano di sopra, terrorizzata all’idea di stare insieme a questa bizzarra compagnia di americani. Mi ricordo che Dee, fatto di sonniferi, le gridava: “Hey nonna, perché non scendi e ci insegni a ballare?”. Cacchio, me la sono quasi fatta addosso dal ridere. Comunque poi uno degli svizzeri arrivò a casa e ci mettemmo tutti in cucina a fumare sigarette mentre ascoltavamo un nastro con la registrazione della performance in radio. Dopo una mezz’ora il tizio – e vi ricordo che era presente, nel pomeriggio, all’esibizione – alzò gli occhi al cielo e disse “Dio mio, è grandioso”, come se avesse ricevuto un’illuminazione improvvisa. Se ne andò per dire agli altri che non facevamo affatto schifo, ma non ricordo cosa accadde poi.
In Francia, invece, c’erano due tipi che ci hanno seguiti per tutto il Paese per le 3-4 settimane in cui fummo là a suonare. Subito non li avevamo notati, ma poi iniziammo a riconoscerli e guardando le foto scattate dal palco ci accorgemmo che loro c’erano sempre: dormivano sotto i ponti, bevevano whiskey e birra per sballarsi con poco e si facevano tutti i nostri concerti. Due grandi. Poi si misero a fare una fanzine intitolata Eat My Fuck!, ma te ne ho già parlato prima. Se non ricordo male fecero anche una cassetta, una compilation, e poi me la spedirono; c’era dentro il nostro concerto di Parigi – uno dei pochi che ho a essere registrato non dal mixer, ma direttamente dal pubblico… cazzo, il suono è infernale – e l’esibizione dei ragazzini che suonarono la versione francese di “Sex Bat” a Borges, di cui ti ho detto prima.
Ricordo che Dee, all’epoca, disse: “I Gun Club sono famosi solo nei posti in cui non tornerano mai più”.

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