Sunwashed Avenues, chi era costui?

the-sunwashed-avenues-ep.jpgThe Sunwashed Avenues – s/t (TSA, 2009)

Capita che uno è sceso da un aereo dopo 14 ore di volo e nella cassetta della posta si trova un cd dei The Sunwashed Avenues. Grafica minimale, ma interessante, nessuna info e un notevolissimo biglietto da visita pieghevole a cui sono pinzate tre capsule colorate tipo pastiglie-che-non-dovresti-mai-prendere-MAI-per-il-tuo-bene-per-carità-diddìo, ma che ovviamente ti viene subito voglia di ingollare. Uno non può fare altro che essere curioso come una scimmia, da subito, in questi casi.

Capita, però, che passino un paio di giorni prima che si riesca a mettere nel lettore il cd in questione. L’intrigo (nel senso di sensazione di essere intrigato – perdonate l’acrobazia) è tanto, così come la voglia di mangiarsi le tre capsule (ok, poi basta pensarci un attimo per razionalizzare… fossero cose davvero divertenti e illecite al punto giusto, non sarebbero mai giunte fin qui via posta: ovvio e palese).
Parte il primo brano. Un suono di chitarra ruvido, un po’ sottile e saturo di toni medio-alti; poi la sezione ritmica, prodotta con sonorità più scure, “grosse” e rocciose. E infine, dopo un po’, la voce. Già, la voce… che nel mix è talmente bassa da sembrare inesistente in alcuni tratti.

Stop un secondo. Dei suoni parliamo più avanti. Iniziamo dal genere: subito mi sono venuti in mente, come vaga suggestione, gli And You Will Know Us By The Trail Of Dead; quindi un emo-post hardcore-screamo-metal con una vena progressiva che emerge a sprazzi. La sensazione dura per qualche minuto, poi ci si addentra in territori sempre più ornati di metallo – in accezione non classica, ovviamente – e di weirdness.

Nu-metal? Non proprio. Diciamo che potrei definirlo post hardcore metallizzato, con ambizioni avant-garde (per apprezzare la citazione ricordatevi i Celtic Frost, che nulla c’entrano coi The Sunwashed Avenues – a parte la comune provenienza geografica – ma che coniarono il termine avant-garde metal con scarso successo, ma notevole lungimiranza estetico-critica).
Una faccenda abbastanza interessante, anche se di difficilissima digestione per il sottoscritto (l’ep, di soli sei pezzi, mi è parso eterno come lunghezza – ma eterno, alla fine, non lo è). Il vero problema è la produzione.
Torno quindi a quanto scritto poco sopra. Suono di chitarra molto ruvido (anche se un po’ trascurato e a tratti quasi punk amatoriale – ma chissà che non sia voluto), sezione ritmica possente e prodotta con piglio più roccioso, voce urlata ma inudibile nel mix. Che dire… l’effetto d’insieme non è dei più accattivanti a livello di resa. Non escludo che il tutto sia voluto e studiato (la voce mixata bassa fu piuttosto di moda, per un certo periodo, a quanto ricordo), ma non mi quadra moltissimo.

Non è facile, sicuramente, la proposta dei The Sunwashed Avenues. Ma un assaggio – anche solo per curiosità – lo merita. Chissà che non vi ritroviate sulla stessa lunghezza d’onda.

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