Natale al Levis Hostel

levishostelcd.jpgLevis Hostel – Star Bell Jar (Persian Surgery/Outline, 2009)

E’ una vecchia e graditissima conoscenza, cumpà Levis Hostel. E lui, zitto zitto, senza dir nulla, un bel giorno mi fa pervenire via posta questo nuovo lavoro.

Il titolo è tutto un programma, soprattutto in virtù del relativo sottotitolo che è The Spirit Of Christmas Won’t Set Me Free Till Next Summer… lo trovo semplicemente geniale, considerando che il cd mi è giunto, in pratica, a Ferragosto!
Musicalmente si riconferma l’animo eclettico e weirdo di mr Hostel, che stavolta si spinge verso territori più dream-pop: brani sognanti e melodici, a volte bizzarri, altre ingenui come i dolci natalizi allo zenzero (tanto per restare in tema). E poi – in queste 10 tracce – c’è un po’ del Bowie primi anni Settanta, qualche pizzico di Sixties pop psichedelico, il caro vecchio folk. E l’indie, nella sua accezione più ampia. Ah e anche il lo-fi rock. E anche il glam… e poi ancora… e… ok mi fermo.

Come si sarà capito, è un bel caleidoscopio – come già lo era il lavoro precedente – anche se il pop è più prominente, direi, in Star Bell Jar. La cosa che colpisce in positivo, comunque, in primo luogo è l’assoluto fottersene di mode, tendenze e fighetterie del momento. Levis Hostel va per la propria strada e basta. E ci piace per questo.

Se proprio si vuol trovare qualche difetto, devo dire che l’ascolto completo del cd è stato un po’ difficoltoso, perché dopo metà ho iniziato a non distinguere più i brani. Ma son cose che dipendono molto dal momento, dall’umore e da una non eccessiva dimestichezza con queste sonorità.
Peccato anche per la confezione: un bel digipack (più ecologico, peraltro, rispetto al formato classico con jewel case di plastica e libretto interno!), ma senza alcuna info a parte titoli, formazione e i classici credits.

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Crime live in prison

California punk forever… i Crime nella mitica performance a San Quintino; brividi e paura

Il diario di un falso profeta

prophetSteven Taylor – False Prophet (Wesleyan, 2003)

I False Prophets erano una band di New York e, molto realisticamente, chi li ricorda (nonostante almeno un paio di album usciti – uno su Alternative Tentacles) lo fa per il seguente motivo: George Tabb, columnist extraordinaire di Maximum Rock’n’Roll e deus ex machina dei Furious George, ha suonato con loro fino al 1988 e spesso li ha menzionati nei suoi scritti. (altro…)

I Los Fastidios all’arrembaggio

los-fastidios-allarrembaggio.jpgLos Fastidios – All’arrembaggio (KOB Records/Mad Butcher, 2009)

A tre anni da Rebels’n’Revels tornano i Los Fastidios con un nuovo disco, All’Arrembaggio. Sempre di oi si tratta, naturalmente. E altrettanto naturalmente non ci sono grossi cambiamenti nella musica dei veneti: trentacinque minuti di inni punk rock con ritornelli da cantare in coro sotto il palco.

Rispetto alle ultime prove la novità da segnalare è la minor presenza di brani in levare: il solo “Reggae Rebels” ha ritmi giamaicani al 100% e in un altro paio di occasioni si finisce dalle parti dello ska-core, mentre per il resto del tempo si rimane ancorati ai classici tre accordi punk. Il tiro rimane quasi sempre alto, anche se in passato (penso a Contiamo su di voi) la produzione maggiormente grezza rendeva molto più cattivo e diretto il suono, cosa che in All’arrembaggio non accade con la stessa intensità, se non in un paio di pezzi – cioè “Freedom Town” e “Reds In The Blue”.

Nulla di nuovo anche per quanto riguarda i testi e i temi affrontati: si passa dalla rivoluzione che prima o poi avverrà di “La nostra internazionale”, all’ennesima canzone sui fatti di Genova (“Freedom Town”) per finire a parlare del mondo ultrà in “Football Is Coming” e degli ideali skinhead in “Bottiglie e battaglie” – il brano più elaborato del disco, che parte come una ballata per poi aprirsi a un finale anthemico in crescendo.

Inutile domandarsi se abbia senso parlare ancora di queste cose in Italia nel 2009: i Los Fastidios ci credono, difficilmente convinceranno chi non la pensa come loro o chi ha dubbi, ma andranno sempre all’arrembaggio. E solo per questo, per quanto mi riguarda, meritano rispetto, al di là della perfetta riuscita o meno di un album.

Jim Duckworth dei Gun Club: the lost interview (pt. 2)

jim duckworth_jpgEcco la seconda parte dell’intervista – condotta nel mese di ottobre del 1998, più di 10 anni orsono – a Jim Duckworth, chitarrista dei Gun Club di Jeffrey Lee Pierce nel periodo di Death Party. (altro…)

UXA live 1978

Dai meandri del punk californiano, ecco “Death From Above” live, cortesia degli UXA…

Sunwashed Avenues, chi era costui?

the-sunwashed-avenues-ep.jpgThe Sunwashed Avenues – s/t (TSA, 2009)

Capita che uno è sceso da un aereo dopo 14 ore di volo e nella cassetta della posta si trova un cd dei The Sunwashed Avenues. Grafica minimale, ma interessante, nessuna info e un notevolissimo biglietto da visita pieghevole a cui sono pinzate tre capsule colorate tipo pastiglie-che-non-dovresti-mai-prendere-MAI-per-il-tuo-bene-per-carità-diddìo, ma che ovviamente ti viene subito voglia di ingollare. Uno non può fare altro che essere curioso come una scimmia, da subito, in questi casi.

Capita, però, che passino un paio di giorni prima che si riesca a mettere nel lettore il cd in questione. L’intrigo (nel senso di sensazione di essere intrigato – perdonate l’acrobazia) è tanto, così come la voglia di mangiarsi le tre capsule (ok, poi basta pensarci un attimo per razionalizzare… fossero cose davvero divertenti e illecite al punto giusto, non sarebbero mai giunte fin qui via posta: ovvio e palese).
Parte il primo brano. Un suono di chitarra ruvido, un po’ sottile e saturo di toni medio-alti; poi la sezione ritmica, prodotta con sonorità più scure, “grosse” e rocciose. E infine, dopo un po’, la voce. Già, la voce… che nel mix è talmente bassa da sembrare inesistente in alcuni tratti.

Stop un secondo. Dei suoni parliamo più avanti. Iniziamo dal genere: subito mi sono venuti in mente, come vaga suggestione, gli And You Will Know Us By The Trail Of Dead; quindi un emo-post hardcore-screamo-metal con una vena progressiva che emerge a sprazzi. La sensazione dura per qualche minuto, poi ci si addentra in territori sempre più ornati di metallo – in accezione non classica, ovviamente – e di weirdness.

Nu-metal? Non proprio. Diciamo che potrei definirlo post hardcore metallizzato, con ambizioni avant-garde (per apprezzare la citazione ricordatevi i Celtic Frost, che nulla c’entrano coi The Sunwashed Avenues – a parte la comune provenienza geografica – ma che coniarono il termine avant-garde metal con scarso successo, ma notevole lungimiranza estetico-critica).
Una faccenda abbastanza interessante, anche se di difficilissima digestione per il sottoscritto (l’ep, di soli sei pezzi, mi è parso eterno come lunghezza – ma eterno, alla fine, non lo è). Il vero problema è la produzione.
Torno quindi a quanto scritto poco sopra. Suono di chitarra molto ruvido (anche se un po’ trascurato e a tratti quasi punk amatoriale – ma chissà che non sia voluto), sezione ritmica possente e prodotta con piglio più roccioso, voce urlata ma inudibile nel mix. Che dire… l’effetto d’insieme non è dei più accattivanti a livello di resa. Non escludo che il tutto sia voluto e studiato (la voce mixata bassa fu piuttosto di moda, per un certo periodo, a quanto ricordo), ma non mi quadra moltissimo.

Non è facile, sicuramente, la proposta dei The Sunwashed Avenues. Ma un assaggio – anche solo per curiosità – lo merita. Chissà che non vi ritroviate sulla stessa lunghezza d’onda.

Solo limoni per Ty Segall

cover-ty-segall.jpgTy Segall – Lemons (Goner, 2009)

Mi pare già di sentirlo il coro degli stronzetti: “un altro album lo-fi… ma dai!”. Ma qua – amici miei – non c’è alta, media o bassa fedeltà che tenga. Il secondo full length del folletto di San Francisco Ty Segall, che ha pazziato con le migliori nuove band della Bay Area (Traditional Fools, Party Fowl, Epsilons, ecc.), è una bomba. Una micidiale botta sui reni i cui effetti si fanno sentire piano piano, lasciando postumi devastanti.

Il malsano boogie “In Your Car” e ai disperati fantasmi punk che collassano gaudenti sulle note marce di “Johnny” sono tutto un programma. Un miracoloso antidoto per sbollire la frustrazione prima di andarsene in ferie.

Sentite poi cosa riesce a combinare il biondino con sola chitarra e voce in “Rusted Dust”: sembra di essere di fronte a Kurt Cobain bello in carne stretto da una improponibile camicia hawaiana su un isola sperduta dove si è ricostruito un’identità.

Detto per inciso, chi ama Black Lips e Jay Reatard è il caso si fiondi su questo disco dove il nostro, solo come un cane, nuota a grandi bracciate nella fanghiglia melmosa del garage-punk e della psichedelia acida dei ’60 uscendone bello come il sole. Persino sorridente, con in bocca un limone giallissimo e due grandi occhi da cerbiatto ferito che paiono fulminarti all’istante.

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