Jim Duckworth dei Gun Club: the lost interview (pt. 1)

jimnowguitNel mese di ottobre del 1998, più di 10 anni orsono, grazie a una piccola mailing list per fan dei Gun Club, ebbi modo di conoscere – via mail – Jim Duckworth, chitarrista del gruppo di Jeffrey Lee Pierce per il solo spazio di un 12″ (Death Party) e qualche serie di concerti sparsi per il mondo. Gli chiesi se potevo intervistarlo e lui – anche se con qualche vaga reticenza iniziale – acconsentì, mandando risposte addirittura chilometriche.

Nel corso degli anni ho utilizzato le parole di Jim in almeno tre o quattro occasioni, per confezionare interviste apparse su diversi supporti (dalle fanzine alla rete), ma solo ora – dopo aver fortuitamente ritrovato i file originali in un disco zip di modernariato – mi rendo conto di non avere mai semplicemente tradotto in maniera fedele quel testo, per goderne nella sua interezza.

E così ecco quella che sarà, senza dubbio, la versione definitiva di un’intervista che ha impiegato la bellezza di 10 anni per nascere… per colpa dell’idiozia di chi l’ha condotta e non ha saputo metterla subito a frutto. Il testo è diviso in due parti, data la lunghezza estenuante – per fortuna Jim all’epoca ha avuto voglia di scrivere molto e ha sopportato le domande di un fan ipereccitato.

Enjoy the (punk) blues.

Jim, cosa facevi prima di incontrare Jeffrey Lee Pierce e la sua band? E come è successo?
Prima di unirmi ai Gun Club avevo girato la costa Est con Alex Chilton, che stava facendo un raro (per quei tempi – il 1981) tour solista. Ero alla chitarra, Jim Sclavunos era alla batteria, c’era un altro tipo di Memphis al basso, e Alex cantava. Fu un’esperienza incantevole! Suonammo al vecchio Peppermint Lounge, al Mud Club e in un sacco di locali quasi leggendari. Il mio rapporto con la band era iniziato a Memphis, quando ero un fan del suo gruppo, i Panther Burns, che facevano un grandioso lavoro di decostruzione del rockabilly ancor prima che io avessi mai sentito parlare di decostruzione, e prima che il revival del rock anni Cinquanta incontrasse l’etica punk (la prima volta che sono andato a vederli riuscivo a sentire i loro ampli che fischiavano, tra un pezzo e l’altro, dal fondo della strada in cui c’era il club). Comunque, ci frequentavamo, bevevamo e suonavamo insieme e Alex mi ha fatto entrare nel gruppo come sostituto del batterista – ma lui ed io ci dividevamo i ruoli di chitarrista e batterista. Abbiamo fatto un disco, Behind the Magnolia Curtain, e poi Alex ha lasciato la sua band! Il gruppo ha continuato e abbiamo girato l’ovest, proprio dopo il mio ritorno dal tour della costa est con Alex.
Fu mentre eravamo a Los Angeles per un concerto di Halloween con i Cramps (con Vampira, nientemeno) che mi capitò di andare al Whiskey-a-Go-Go ed ebbi il mio primo assaggio dei Gun Club, che aprivano per i Blasters. Il pubblico non apprezzò particolarmente i Gun Club e mi ricordo di qualcuno che diceva “Non prestategli attenzione, magari se ne andranno”. Comunque, nel giro di una settimana Cramps, Panther Burns e Gun Club suonavano insieme all’Off-Broadway, a San Francisco. Mi ricordo che ero seduto tra il pubblico con Jim Sclavunos mentre Jeffrey e i suoi si preparavano al soundcheck. Ridevamo di gusto per qualcosa (ridevamo sempre, per qualche motivo) e Jeffrey la prese sul personale – cosa che attribuisco al Cold Duck (un vino mediocre frizzante, prodotto negli USA – n.d.a.) da due soldi che aveva bevuto per tutto il giorno. Ricordo chiaramente anche che i vetri rotti delle bottiglie e dei bicchieri lanciati ricoprivano il palco, dopo l’esibizione di Jeffrey.  Dovettero ramazzare il palco due volte prima che io riuscissi a piazzare il mio ampli. Il weekend finì coi Gun Club e i Panther Burns a dividere un concerto in un locale più piccolo chiamato The Sound of Music. Alla fine della serata il gestore disse che poteva solo pagare la metà del pattuito, così ci prendemmo quei soldi (eravamo, dopotutto, molto più lontani da casa di loro e sembravano d’accordo su questa divisione) e lasciammo Jeffrey e i suoi a far casino nel club. Mi ricordo benissimo di aver visto Jeffrey rovesciare un tavolo in un attacco d’ira: pensai che forse sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevo. Non fu così.
Passai il resto del 1981 e la maggior parte del 1982 suonando e registrando coi Panther Burns. Verso l’estate del 1982 mi accorsi nuovamente di Jeffrey e dei Gun Club, perché i due gruppi dovevano suonare al nuovo Peppermint Lounge. Avevamo appena finito di incidere qualcosa intitolato Blow Your Top e i Gun Club stavano terminando il loro miglior disco di sempre: Miami. A forza di vederci in giro Jeffrey ed io diventammo amici, al punto che lui insisteva perché io jammassi col suo gruppo, una cosa che non ho mai avuto tendenza a fare, anche se apprezzo che me lo chiedano.
deathpartygun.jpgVerso l’inverno del 1982 avevo maturato differenze inconciliabili con il tizio che aveva ereditato il marchio dei Panther Burns (Gus Nelson – si fa chiamare Tav Falco). Dissi al promoter della band che non avevo intenzione di continuare e probabilmente me ne sarei tornato a Memphis per suonare con il miglior gruppo rock che avevo mai sentito, i Modifiers (una band grandiosa che Alex mi fece conoscere quando suonava il basso con loro). L’agente (che in seguito avrebbe rubato migliaia di dollari a Jeffrey e questo è il motivo per cui non lo nomino) mi disse che forse aveva qualcosa per me. Mi chiamò e mi chiese se ero interessato a unirmi ai Gun Club. Io dissi “Certo”.
Così passai molto tempo con Jeffrey verso il Natale del 1982, a Manhattan; bevevamo un sacco e parlavamo, e poco altro. Tornai a Memphis e iniziai a imparare tutto quello che i Gun Club avevano inciso – specialmente Miami, che pensavo fosse un disco favoloso. A gennaio ricevetti una telefonata che mi diceva di volare a Manhattan la sera stessa per registrare con la band, dato che Tex & the Horseheads avevano disdetto lo studio prenotato. Volai là, c’era Chris Stein a fare da produttore e io avevo una brutta intossicazione alimentare. Tornai poi nello studio per fare le sovraincisioni di chitarra solista. Jeffrey mi disse che voleva assoli composti. Andai lì e iniziai a registrare, ma mentre facevo la title track “Death Party” Jeffrey  mi disse di suonare meno note, nel senso che voleva più suono e meno parti strutturate, composte. Chris Stein non si vide fin dal primo giorno, ma quando arrivò per il mixaggio credo fosse tutto tranne che soddisfatto della chitarra ragliante. Quello non era un buon disco.

deathpartyCom’era Jeffrey Lee Pierce, umanamente?
Jeffrey era un caso interessante. La prima volta che sono andato a L.A. come membro dei Gun Club, ero ospite nella sua casa d’infanzia, dove era cresciuto e aveva passato gli anni delle superiori. Era cresciuto a Reseda, una zona residenziale middle class nella Valley, a Los Angeles.Quella notte feci ascoltare a Jeffrey dei nastri dell’ultimo John Coltrane con Pharaoh Sanders, mentre ci facevamo una bevuta. Era scandalosamente presto quando Jeffrey precipitò in stato quasi comatoso e se ne andò a dormire, lasciandomi solo, a rimirare il paesaggio dalla finestra. Sulla mensola del soggiorno, sua madre (Jeffrey ha vissuto a casa con lei per tutto il tempo in cui l’ho frequentato) aveva piazzato una foto di Jeffrey alla consegna del diploma; lui era immortalato con una coccarda e un medaglione della National Honor Society. Ebbi la fortissima impressione che fosse stato un ragazzo molto normale e beneducato. Collezionava dischi, andava ai mercatini (me lo disse lui) e amava il blues anteguerra. Sul muro della sua stanzetta aveva appeso delle figurine di robert Crumb, della serie “Heroes of the Blues”. Avrebbe potuto essere la cameretta di un qualsiasi ragazzo delle scuole superiori. Non c’erano foto di Debbie Harry o dei Blondie, anche se sapevo che era stato il presidente del loro fan club e si era ossigenato i capelli per emulare la Harry.
Per quanto riguarda la sua reputazione da bevitore e tossico, ho sempre avuto sensazioni contrastanti. BobForrest dei Thelonious Monster una volta mi ha chiesto degli eccessi alcolici diJeffrey e io gli ho risposto che, in tutta onestà, Jeffrey non era un gran bevitore quando lo conoscevo io. Beveva un po’ e poi regolarmente iniziava a piangere o aveva un qualche tracollo emozionale. Ho sempre pensato che fosse una cosa negativa e che non doveva essere divertente per lui. L’ho frequentato quando si faceva di eroina (una volta ho dovuto spiegarli cosa fosse il Duilaudid, a New Orleans, mentre un altro musicista tossico ci guardava sprezzante) e non ho mai avuto l’impressione che fosse una cosa che andava bene per lui. L’ultima volta che ho parlato con Terry Graham (appena prima di suonare in un festival di musica “weird” a Memphis, nel 1988) gli ho detto che avevo sempre pensato che Jeffrey non fosse davvero tagliato per bere o drogarsi. Lui era d’accordo, ma ha obiettato che se lavori a qualcosa per abbastanza tempo, poi finisci per diventare bravo.
Penso che a Jeffrey piacesse recitare la parte dell’alcolista/tossico per via dell’attenzione e della simpatia che gli portava. Però a volte riusciva davvero a farmi incazzare. Una volta ha detto che nessun grande bluesman anteguerra arrivava da Memphis, e la cosa mi ha fatto davvero andare il sangue alla testa. La volta seguente che l’ho visto (molti mesi dopo: avevo già lasciato la band) in un club dell’East Village, The Pyramid (sull’Avenue A), gli ho ricordato la sua uscita e gli ho detto: “Davvero? E cosa mi dici di Frank Stokes?”. Subito è stato d’accordo con me che Frank Stokes era stato grande e divertentissimo. In un istante ci siamo trovati passare qualche minuto allegro cantando “Rooster, You Can Roost Behind the Moon”, in mezzo a un gay bar, per la noia di molti – e il nostro divertimento.

Cosa puoi dirci ancora di Jeffrey?
Qualcosa d’altro? Come ho già detto, ho registrato con Jeffrey con un preavviso brevissimo nel gennaio del 1983, dopo – forse – una sola prova in un appartamento di Chinatown. Quelle prove furono il mio primo assaggio di come sarebbe stato lavorare (e non solo bere e dire cazzate) con Jeffrey. Mi ricordo questo: Jeffrey aveva dei pezzi, tra cui questo riff ignorantissimo (propio “Death Party”) che ci fece ridere tutti (con lui, non di lui!). Mentre tentavamo di imparare le sue canzoni Jeffrey insisteva che io alzassi il volume della chitarra, invece di suonare basso così che tutti potessimo sentire cosa lui stava suonando e capire cosa fare. Il motivo era che voleva fare casino, lasciarsi andare in modo che l’ispirazione lo prendesse. Per finire di scrivere i pezzi, sull’onda dell’attimo fuggente. Ho ancora dei premix fatti in studio, con lui che cantava i testi di Willie Nelson su alcune parti.
A Jeffrey piacevano le chitarre alte, altissime. Ricordo di aver suonato da qualche parte in Francia, con la chitarra che usciva dai monitor sul palco a un volume che definirei estremo (di solito giravo il mio ampli di lato, rivolto verso l’altro lato del palco – così potevo sentirmi sempre e anche gli altri mi sentivano); avevo un volume lancinante, così feci segno al fonico di togliere la chitarra dalle spie. Appena lo fece, Jeffrey cominciò a lamentarsi chiedendo di rimetterla; il fonico francese gli spiegò che non sapeva cosa fare, visto che aveva ricevuto due richieste opposte: non gli restò altro che indicare prima Jeffrey e poi me, alzando le mani in aria in segno di sconfitta. E’ un’imagine che mi diverte ancora adesso, se ci ripenso.
Un’altra volta ancora in cui la chitarra usciva dalle spie altissima fu al Cathay Du Grande, a L.A.; Jeffrey lavorava lì come dj – gratis – nelle serate libere, ma lo staff del locale e i padroni non lo vedevano di buon occhio. Comunque, suonavamo lì con i Modifiers, che erano arrivati da Memphis. I miei concitadini stavano suonando, bevendo e rimorchiando – facevano quello che tutti si aspettavano da un branco di autistici geniali che arrivavano dal Sud. Era un po’ come tornare a casa, per me.Ricordo che c’era anche Keith Morris dei Circle Jerks, quella sera (Keith ha inventato il nome dei Gun Club e quello dei Circle Jerks i una sola sera, durante una sbronza colossale; gli era avanzato un altro nome, The Sand Niggers). Comunque, si suonava in questo scantinato e Milford, il cantante dei Modifiers, passava in giro una bottiglia di Jack Daniels, impressionando tutti e facendo sbronzare di brutto quei californiani – Keith compreso. Il fonico aveva piazzato le chitarre solo nei monitor (credo fosse un tentativo di sabotarci, per via di Jeffrey che era antipatico a tutti); io stavo bene e mi godevo il volume esagerato, divertendomi a mettere la chitarra davanti alle spie per ottenere quel tipico feedback deragliante delle Gibson. Keith, però, continuava a indicarmi il mio ampli: credo che pensasse che stavo prendendo i monitor per il mio amplificatore… fu divertentissimo.

Chi c’era nella band durante i tour che hai fatto coi Gun Club?
Al momento del primo tour, nel febbraio 1983, c’erano Patricia Morrison (basso), Dee Pop (batteria), io alla chitarra e Jeffrey alla voce. Questo primo tour durò un paio di settimane e girammo la parte Est degli Stati Uniti. Per qualche motivo ricordo che partimmo per Boston, da Manhattan, nel mezzo della notte; il furgone era pieno di lattine di Foster’s e di barrette di cioccolato Milky Way. Dee, Jeffrey ed io avevamo una reputazione da bevitori, perciò passammo le due settimane seguenti a sbronzarci incessantemente, per vedere chi avrebbe ceduto per primo. Ad ogni modo, non ricordo che Jeffrey abbia avuto alcun crollo emotivo o abbia pianto in questo periodo di due settimane. Forse perché era accompagnato da una tizia di cui non ricordo il nome. Mi ricordo, però, che il tour manager (Dean Brownout) la soprannominò subito “sex bomb”, ma senza un vero motivo. Penso che sia l’autrice della copertina di Death Party e ricordo che lei e Jeffrey continuavano a dire che non erano legati da alcuna relazione sentimentale.
Durante questo raid riuscimmo a offendere un sacco di gente e personalmente ho ricordi piuttosto vaghi. Mi sembra di ricordare un tizio di qualche giornale che ci osservava molto stupito mentre noi – completamente ubriachi – farfugliavamo cazzate che da ubriaci sembravano divertentissime… ma proprio non ricordo di cosa parlassimo.

patryCosa ricordi di Patricia Morrison? Come si adattava, musicalmente, ai Gun Club?
Patricia? Beh, dopo un mese circa che Dee Pop e io – insieme a un tizio che vorrei ricordare semplicemente come Jimmy Joe – registrammo Death Party, la band iniziò ad andare in tour con Patricia al basso. Il bassista che a me piaceva, per i Gun Club, era Rob Ritter – il tizio dei 45 Grave, che è morto. Lui era eccezionale. Patricia aveva suonato con Terry Graham (e Rob Ritter, forse) nei Bags e aveva partecipato a uno degli ultimi tour dei Gun Club. Non credo di averla mai vista suonare prima, ma per me era ok e partivo dal presupposto che Jeffrey sapesse ciò che faceva.
Io tornai a New York per fare le prove con la band (in un posto vicino alla 42a strada, un quartiere pieno di peep show decrepiti) e avevo studiato per benino Fire of Love e Miami; poi conoscevo già cose tipo “Cool Drink of Water” (la versione di Howling wolf… ma alla fine dei miei giorni coi Gun Club avevo imparato alla perfezione anche quella di Tommy Johnson). Mi piaceva davvero molto Miami ed ero esaltato dal fatto di poter suonare questa musica; però appena arrivai capii che c’era un problema: Dee non aveva imparato nulla (credo fosse troppo impegnativo, per lui, suonare la batteria, vivere in un appartamento e dover consumare alcool e droghe incessantemente) e Patricia era una musicista davvero scarsa – è noto che anche dopo, quando faceva parte dei Sisters of Mercy, andava dagli amici musicisti a chiedere che le insegnassero le parti di basso che doveva suonare. In poche parole, musicalmente il tutto non reggeva.
Patricia subito mi chiese di accompagnarla in un Irish bar perché doveva parlarmi e lo feci di buon grado. Voleva prepararmi a quanto mi aspettava, ai comportamenti instabili di Jeffrey. Ma l’avevo già visto in azione e avevo anche sentito molte storie su di lui da amici comuni (soprattutto Kid Congo, che non riusciva a dire una sola cosa positiva sul conto di Jeffrey). Così parlammo, la rassicurai che sapevo in che situazione mi ero cacciato e scoprimmo che eravamo nati nello stesso giorno. Mi sembrò una ragazza molto alla mano e concreta, ed ero certo che non avremmo avuto problemi ad andare d’accordo. Mi ricordo ancora lo shock, poco prima del nostro primo show, quando vidi la trasformazione da segretaria male in arnese a vampira mangiauomini, con tanto di unghie laccate e chili di trucco. A Los Angeles faceva parte di quel gruppo di persone che volevano restare più pallidi possibile e non si esponevano mai alla luce diretta del sole. Non era consentito neppure un po’ di sole su un braccio mentre guidavano l’auto col finestrino abbassato: avevano sempre guanti e altri capi di vestiario extra per proteggersi dai raggi solari.
Comunque in tour diventammo quasi subito compagni di stanza fissi: Dee e Jeffrey erano disgustosi. Ricordo che Dee battezzò una stanza di hotel in cui eravamo appena entrati con una raffica di sputi. l’igiene personale di Jeffrey spesso lasciava molto a desiderare e a volte lo costringevamo a liberarsi di vestiti che puzzavano troppo. Così, dato che non avevo alcuna mira sessuale verso Patricia – e comunque ho sempre preferito le ragazze come coinquiline – non avemmo alcun problema. Tempo dopo suo marito mi disse che gli altri del gruppo avrebbero cercato di portarsela a letto, nella medesima situazione; onestamente posso dire che il pensiero non mi ha mai sfiorato. Una volta ho anche dato un pugno a un ragazzino francese che le aveva sputato addosso: un gesto che fu interpretato come molto cavalleresco – peccato che io me ne vergogni ancora adesso… dal palco non mi ero accorto di quanto giovane fosse, quasi un bambino. Comunque sia Patricia che il marito mi espressero la loro gratitudine per l’accaduto.
Patricia non prendeva droghe e non beveva eccessivamente: sono sicuro, quindi, che in diversi momenti deve aver provato molto disgusto per i nostri comportamenti. Mi ricordo, però, che una volta si è sbronzata parecchio a Oslo: aveva telefonato a casa e aveva scoperto che suo marito aveva speso 2000 dollari che lei aveva risparmiato e messo via. Parlava di lui chiamandolo sempre Butthead (e no, non era un nomignolo affettuoso), anche se quando lo conobbi mi piacque come persona. Ma credo di capire che tipo di problemi avessero. Penso che lui abbia spendesse i soldi di lei per comprarsi la cocaina. E poi si faceva in continuazione altre donne – era così sfrontato da portarsi in camera una ragazza con Patricia nella stanza, che dormiva. Comunque, tornando a Oslo, era sconvolta e iniziò a bere: quella sera suonò tutto in ritardo di un paio di battute. Fantastico.
Comunque a Patricia non piaceva Jeffrey; ma odiava anche il proprio padre e il marito… ho la sensazione che non avrebbe grandi cose da dire anche sul mio conto.

[Vai alla seconda parte]

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5 commenti

  1. Andrea

     /  luglio 27, 2009

    bellissima.
    in certi punti è davvero commovente.
    grazie.
    Andrea

    Rispondi
  2. Andrea

     /  agosto 11, 2009

    Ottima, quel che ci voleva per farmi passare qualche bel momento in questo agosto demmerda…
    ora ci vuole la seconda parte!

    Rispondi
  3. Andrea Valentini

     /  agosto 14, 2009

    Grazie ragazzi. Abbiate fede: a breve il seguito…

    rock on

    Rispondi
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