Sui giovani d’oggi ci S.Katarro su…

katarroSamuel Katarro live @ FNAC, Torino, 19/06/2009

L’arte è una strana bestia.
E’ fatta da uomini (e donne of course), ma appena nata cammina da sola e vive senza più bisogno del suo creatore. Mi viene in mente tutto questo quando vedo Samuel Katarro entrare nello spazio angusto, poco dietro alla sezione computer e al bar della FNAC di Torino, apparecchiato con una decina di sedie banalmente allineate.
Da lì a poco sarebbe iniziato un mini live set, organizzato per presentare la sua opera Beach Party.

Samuel  Katarro (trattasi di nome d’arte ovviamente) è un ragazzo di meno di 25 anni della provincia pistoiese che nasconde, imprigionato nel suo corpo di minuto post-adolescente, dalla postura incerta e timida (fuori dal palco), un artista dotato di una voce dall’estensione esagerata che è in grado di modulare con estrema precisione (compreso quando spinge la dissonanza al confine della stonatura).
Inoltre Samuel è “armato” di una tecnica chitarristica fenomenale che si può notare non solo per i virtuosismi che sciorina con facilità dalle sue chitarre acustiche, ma anche per la fisicità con cui riesce a trasformare la chitarra in uno strumento percussivo dal tono e dal timbro impressionante: chi ha provato a suonare una chitarra folk sa quanto fatica richieda premere quelle cordacce di ferro per ottenere un suono dal volume e dall’intensità almeno decente.
Una gran tecnica al servizio del lato oscuro dell’anima: secondo me il tono cupo e inquietante delle sue canzoni e la grande capacità tecnica sono due lati della stessa medaglia.
Me lo immagino, infatti, nella sua recente pubertà impegnato a lavorare sullo strumento con ardore e infinita passione, a cavare dalla sua introversione i primi mattoni su cui appoggiare la sua arte. Immagino alternasse queste sessioni di tecnica a lunghi ascolti di artisti poco noti ai suoi coetanei, oppure a letture da frequentare solo quando la barba la si deve fare almeno una volta al giorno.
Mio caro Alberto (vero nome di Samuel) questa è ovviamente solo una mia opinione non suffragata da testimonianze dirette: se per caso andavi in discoteca ogni sera e facevi le ore piccole a caccia di donne bevendo mojito e sex on the beach, ti chiedo scusa per questo tuo quadretto non vero.
Nel mini live Samuel presenta quasi tutti i brani del suo album d’esordio che ho avuto la fortuna di ascoltare precedentemente più volte: Beach Party è un lavoro fastidioso perché interiore e mai facile, che richiede una serie di ascolti attenti per essere digerito (nessuna parte vi rimarrà in mente da subito).
La sua bella voce è volontariamente alterata: alterna falsetti a  incursioni profonde, mantra di un’anima che sembra credere davvero a quello che sta producendo. Si ha la sensazione di assistere a un rituale, in cui la voce funge da guida in un mondo surreale. Mi fa venire in mente un po’ la stessa soluzione adottata da Les Claypool per accompagnare con la voce le linee strambe di basso dei suoi Primus (vi ricordate per caso tutti i pupazzetti strambi dei loro primi video?).

E’ la colonna sonora di un manga dark, che di sicuro non ha nulla a che vedere con la nostra realtà. Un qualcosa, questo coacervo di psycofolkblues, che invece deve molto avere a che fare con Samuel: ho la sensazione che sia per lui un elemento d’imprescindibile, una bolla spazio-temporale in cui vive tutto quello che per lui ha sostanza.
Tra  i pezzi dell’album che preferisco “From Texarcana to Texarcana” ,“Com-passion” e “Wicked Child” (forse l’unico brano che presenta una certa carica melodica di tipo positivo). Quasi tutto il resto mi è piaciuto, ma francamente lo ricordo sempre poco.
Ho letto da qualche parte che i riferimenti musicali di Samuel possono essere rintracciati dalle parti di Robert Wyatt, Syd Barrett, Tom Waits; mi limito ad aggiungere il Bruce Springsteen di Nebraska (mi ha ricordato “State Trooper” cantata da Manuel Agnelli al Festival di Villa Litta di un po’ di anni fa), gli Alice in Chains di SAP (“The Moonlight Murders..”) e in alcuni casi il Mark Lanegan dei primi due album.
Non manca l’eco di qualche brano dei Queen of the Stone Age (“Com-Passion”) e dei grandi brani acustici dei Led Zeppelin.
Non so dire cosa ne sarà di questo artista che ha intrapreso la strada difficile di fare musica in inglese in Italia, senza alcun compromesso commerciale: i suoi confini ideali adesso sono il mondo. Per quel che mi riguarda ho solo una curiosità: sentirlo cantare con il suo tono naturale di voce. Poco prima del mini concerto ho avuto la fortuna di sentirlo provare un brano  con un tono di voce rilassato e senza alcuna forzatura o camuffamento – assolutamente naturale – che prima o poi sarà bello sentire in qualche pezzo.
Ma temo che, per farlo, Samuel dovrà varcare i confini della sua bolla spazio-temporale.

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