Il più matto dei prìncipi punk-folk

tosoIntervista a Paolo Toso con preview di L’uomo a una dimensione ep.
Ovvero: se De André avesse ascoltato rock negli anni Ottanta il mondo non sarebbe necessariamente peggiore

Ha un’anima rock, Paolo Toso. Anzi punk.
Certo, bisogna prestare attenzione ad alcuni dettagli precisi – macroscopici, ma al contempo sfuggenti – per afferrare questo concetto; ma è davvero così. Senza strafare, senza esagerare… non ci trovate il Rock esuberante e taurino, nei suoi brani. Niente assoli sincopati, niente ritmiche chugga-chugga, batterie rocciose o rasoiate ai timpani. Una voce e una chitarra, arrangiamenti minimali, suoni molto americani (oserei dire tra lo Springsteen intimista e il Cash su DGC).
Peccato, quindi? Ma per piacere, non scherziamo.

Qui si esplorano i sentieri un po’ più imboscati dell’entroterra umano. Per citare – approssimativamente – Ray Manzarek a proposito della sua breve esperienza con Iggy Pop nei primi Settanta e dei motivi del suo abbandono, siamo di fronte alla necessità di riflettere: “Un uomo prima o poi, crescendo, maturando, trova anche lo spazio per una dimensione musicale più intimista”. Ma non dimentica le sue radici, altrimenti che uomo sarebbe. E’ per questo che diciamo che Paolo Toso è punk-folk. E i suoi dieci dischi da isola deserta sono eloquenti:

– Beggar’s Banquet – Rolling Stones (“‘Sympathy for the Devil’ per me resta uno dei momenti più entusiasmanti della storia del rock e ancora oggi ogni volta che la ascolto mi viene la pelle d’oca“)
– Deja Vu – CSNY
– Led Zeppelin III
– Transformer – Lou Reed
– Tommy – The Who
– The Queen is Dead – The Smiths
– The Good Son – Nick Cave
– Anni luce – Diaframma (“‘L’ odore delle rose’ è il testo che più di ogni altro avrei voluto scrivere io” dice Paolo)
– In quiete – CSI
– Let it Bleed – Rolling Stones

Vi sfido a trovarci un cantautore di quelli infestanti, quelli che – almeno per la gente come me – hanno dato una connotazione molesta al vocabolo. Tanto che il termine “cantautorato” lo trovo fuorviante in questo caso. Forse perché mi evoca barbe alla Guccini, semirantoli alla Bertoli e cupoloni nazionalpopolari stile Venditti sul Grande Raccordo Anulare a cavallo del suo pianoforte a coda.
E proprio Paolo dice: “In effetti Guccini e Bertoli non sono nelle mie corde… su Venditti no comment. La definizione punk-folk mi piace molto, se poi consideriamo che non so nè cantare nè suonare, allora si, sono molto punk!!!! Scherzi a parte (ma neanche troppo) mi sono sempre approcciato alla musica in modo molto essenziale e diretto, sia come ascoltatore che come esecutore. Non amo i fronzoli e mi piacciono le cose immediate, le intro e i solo fini a se stessi sono secondo me orpelli inutili. Non mi importa di ascoltare 1000 note in un minuto se poi non si ha niente da dire. Secondo me mettere un solo di chitarra al posto giusto e al momento giusto senza rompere le palle è una delle cose più difficili da fare in una canzone. Molto spesso non aggiunge nulla e anzi toglie e appesantisce. Ovviamente non parlo dei jazzisti che loro fanno parlare direttamente gli strumenti e ovviamente sono idee del tutto soggettive. Risparmio il pippone di quelli che non vogliono essere etichettati ecc. ecc. e quindi, anche se è poco punk dirlo, ribadisco che punk-folk mi piace e mi piace che qualcuno pensi che la mia musica lo sia“.

Punk-folk. Fatto di pezzi caldi, concisi, quieti. Ma a modo loro nervosi e urticanti. Pezzi che nascono – in parte – dal riarrangiamento di materiale pre-esistente, canzoni dei Neogrigio (la band in cui Paolo ha militato nei Novanta). “Si tratta di una riscrittura quasi completa, perchè alla fine dei vecchi pezzi ho tenuto solo i testi mentre la musica è stata completamente rivista” racconta Paolo “e confesso che l’idea di fare un lavoro così non mi sfiorava neppure. Negli ultimi 10 anni le uniche occasioni in cui ho preso in mano una chitarra sono state per strimpellare qualcosa di altri comodamente seduto in camera mia. L’idea è stata di Gabriele Lunati che, non so come, pensava che i brani di neogrigio potessero rendere bene in versione acustica e minimale“.

Ascoltate il singolo in free download su Myspace, per un assaggio rapidissimo: “Il principe dei matti”. Ma è sentendo la preview in anteprima totale dell’ep L’uomo a una dimensione (disponibile in versione digitale da fine agosto) che le idee, da queste parti, si sono fatte ancora più chiare.

Non c’è molto da dire. Solo che se De André avesse una quarantina d’anni e fosse cresciuto negli anni Ottanta nel basso Piemonte, comprando dischi rock da Otello, probabilmente non suonerebbe molto diversamente da Toso. E farebbe musica così: onesta, profonda, che non vuol essere ciò che non è e riflette ciò che le sta intorno. Perché “L’ambiente di vita influisce su qualsiasi cosa, figuriamoci se non influisce sulla musica. Molti miei pezzi sono ambientati in luoghi che frequento abitualmente, per esempio il colle di S. Martino al tramonto di ‘Di certo era domenica’. D’altra parte se sei nato ad Alessandria e vivi nelle campagne del Basso Piemonte, per quanto tu possa sforzarti, non suonerai mai come un newyorchese quindi tanto vale…“.

Punk-folk.

Il singolo di Paolo Toso “Il principe dei matti” è disponibile in free download su Rockoff e su Jamendo.
Nel Paolo Toso official Myspace trovate due brani in streaming: “Il principe dei matti” e “Il buio”.
L’ep L’uomo a una dimensione (con 5 tracce) uscirà a fine agosto in versione digitale per il download.

Dee Dee Ramone parla italiano

blitzkr.jpgDee Dee Ramone & Veronica Kofman – Blitzkrieg Punk. Sopravivere ai Ramones (Agenzia X, 192 pp.)

E se fosse l’intera famiglia Ramone – a suo tempo – a essere sopravvissuta a Dee Dee, ai suoi exploit tossici, ai “giochi fatti” di siringhe e lame, tra la storica girlfriend Connie e gli inseparabili amici-nemici di buco Johnny Thunders e Stiv Bators?

Sta di fatto che Blitzkrieg Punk è un libro che stende.  Il sovradosaggio e l’intensità di una vita disperatamente on the road da raccontare mette al tappeto.

E’ difficile, in realtà, conciliare le multi personalità di Dee Dee – al secolo Douglas Glenn Colvin – e mettere insieme il puzzle schizoide. Una vera subterranean jungle, in cui troviamo il Dee Dee adolescente ribelle in Germania folgorato sulla via di Elvis e del rock’n’roll anni Cinquanta; il delinquentello del Queens, antesignana e ignara icona del punk a cui Sid Vicious deve praticamente tutto in fatto di iniziazione tossica ed attitudine on stage; e poi il Dee Dee drogatissimo, rinchiuso nel suo bunker privato del Chelsea Hotel, che sbanda barbone per i vicoli del Low East Side di New York solo per racimolare qualche spicciolo da investire in una dose.
Le personalità multiple di Dee Dee si riversano tutte come affluenti alcoolici nei fiumi e fumi catartici di questa autobiografia.
Il bassista dei Ramones è immortalato in mille immagini, poster di concerti, fanzine. La divisa è sempre impeccabile: jeans strappati, testa roteante (o meglio: rivolta all’indietro), caschetto alla Brian Jones, t-shirt bianca con qualche stronzata scritta sopra e basso ciondoloni poggiato sulle gambe. E’ lo stesso che si rimise in gioco, lasciata la sua Ramones-family, inventandosi di sana pianta Dee Dee King, un improbabile rapper bianco tatuato, sbiellato, con cappottone, medaglioni, occhialazzi e capelli zombie alla Lou Reed post elettroshock. Peccato che andasse poco oltre il look, in questa veste trendy.

La confessione di Dee Dee è una vicenda amara. Lui stesso intuisce l’epilogo, è consapevole che non ci sarà un lieto fine, ma piuttosto una end of the century definitiva, fatta di sfighe che non risparmieranno nessuno del giro Ramones. Neanche il padre padrone Johnny (Ramone) con il quale Dee Dee ebbe il rapporto più velenoso e conflittuale, ma proprio per questo onesto fino in fondo.

Caduti uno dopo l’altro sotto i colpi del punk rock, scorrono già i titolo di coda che ne fecero leggenda in tutto il mondo, mentre epica incede “The Good, the Bad and the Ugly”.

Hey ho, let’s go.

Addio Sky Saxon

sky.JPGE, inesorabile, l’ecatombe continua in questo cacchio di 2009. Stamani (ora di Austin, Texas) è morto Sky Saxon, ex frontman dei Seeds. Non è ancora chiaro il motivo del decesso – si legge di una generica infezione degli organi interni – così come non è nota l’età esatta di Sky (forse 63 anni).

Giovedì scorso si era esibito dal vivo, ma dopo il concerto aveva accusato un malore ed era stato ricoverato. Lascia la moglie Sabrina.

Los Angeles Nuggets a settembre

nug-big.jpgLa Rhino, che sarà pure sussidiaria di una major, ma caspita se fa roba buona, annuncia l’uscita di un nuovo cofanetto della serie Nuggets. Si tratta di Los Angeles Nuggets 1965-1968, nei negozi dal 22 settembre 2009. Quattro cd, un centinaio abbondante di pezzi (e si mormora di qualche inedito). Guardate la tracklist andando al link qui sopra e fatevi un’idea…

Come al solito ci sarà un booklet allegato, che – pare – sarà particolarmente curato e in formato coffee table (avete presente i libroni con copertina rigida? Ecco).

Prepariamo i soldini, che sarà una discreta mazzata. Ma ne varrà la pena.

The Flesh Eaters

Reliquia: un videoclip di “The Wedding Dice“, Anno Domini 1982… Flesh Eaters al top

Made in Mod

Made – They don’t Understand (Area Pirata, 2009)

I Made sono sulla piazza da 13 anni circa. E non è poco per una band. Ci vuole costanza, voglia, passione e – diciamolo senza mezzi termini – le palle esagonali. Perché è un attimo che la vita ti arrota e ti pialla, tra sbattimenti di lavoro, straordinari, malattie, impegni di famiglia, gente che si riproduce e non ha più testa, conversioni sulla via di Damasco e tutto il campionario di situazioni/eventi che mandano egregiamente a puttane i gruppi nel lungo periodo.

I Made in questi 13 anni si sono guadagnati la fama di band di punta del giro mod italiano, ma hanno avuto relativamente poca fortuna a livello di uscite e materiale prodotto: solo due album, uno split ep, e un ep (più la manciata di brani d’ordinanza nelle compilation di turno). Come dire… poca roba.
Ma fortunatamente, a fronte di un’attività live costante e di un’effettiva qualità della loro musica, la scarsa produzione non li ha fatti collassare sotto il peso del tempo. E quindi eccoli, grazie ad Area Pirata, con il loro secondo lavoro sulla lunga distanza: un cd che esce in limited edition di sole 500 copie, con copertina digipack.

Gli otto brani (sette originali e una cover dei Cars di Ric Ocasek) di They don’t Understand sono decisamente un manifesto chiarissimo dell’essenza del gruppo: mod, pop britannico, rock e una dose di punk. Nessuna pretesa, ma anche tonnellate di onestà e conoscenza del genere. Sarà per questo che praticamente tutti i pezzi sono – come si diceva una volta – a presa rapida e ti restano da subito appiccicati alle orecchie. Decisamente un risultato ottimo, per una band che professa questo tipo di sonorità.

A tratti mi hanno ricordato i Long Tall Shorty più recenti, ma ovviamente qui dentro ci sono gli Who, i Jam, gli Small Faces, il genoma di Oasis e Blur, i Cheap Trick… insomma ci siamo capiti. Musica divertente, dura senza essere pesante, pop senza stufare, rock senza strafare. Dategli senza esitazione una chance. Magari due. E ricordate che ce ne sono solo 500 in giro…

Maledetta sfortuna

pib016.jpgFine Before You Came – Sfortuna (2009, Triste – LP, La Tempesta – CD, Ammagar – MC)

I Fine Before You Came suonano emo-core. Attenzione però: nel 2009 la propaganda della nuova MTV generation di 15enni ha praticamente distrutto il senso del prefisso “emo”, rendendolo una specie di bestemmia, utile a identificare l’ultima moda passeggera. I cinque milanesi hanno invece alle spalle una decina d’anni di carriera, suonando in giro per l’Europa e producendo, in piena etica DIY e anti-copyright, tre dischi, oltre a 7″ e split vari.

Anche questo nuovo Sfortuna, il quarto della serie, si trova in free download sul loro sito prima dell’uscita in formato CD, LP e anche cassetta (a quanto pare i nastri non sono ancora scomparsi).

Com’è Sfortuna? Un ottimo disco: una botta emotiva fortissima aiutata dai testi, per la prima volta in italiano. Poco più di mezz’ora in cui la formula sonora del quintetto assume forme e mostra influenze varie, con serrate ritmiche new wave, momenti post-hardcore alla Slint o alla Flipper o accelerazioni a sostenere il cantato, che va verso lo screamo senza mai arrivarci pienamente.
In pratica una breve via crucis per cuori spezzati, scritta e suonata con assoluta sincerità e capacità di scavare nell’anima, senza paura di mettersi a nudo davanti a chi ascolta. Adolescenziale quanto volete, ma vera e viva.

Il climax si raggiunge con la terza traccia, “Fede”, una claustrofobica discesa nella solitudine che si spegne lentamente lasciando senza speranza; con “O è un cerchio che si chiude”, che ci accompagna marziale nella disperazione; e con il finale affidato a “VIXI”, che parte incazzata e tirata, per poi contorcersi in epilettiche maledizioni verso la sfortuna.
Forse non è il modo giusto per combatterla, ma qualche minuto liberatorio, se non altro, ce lo regala.

L’astronave di Boston è guidata dalle voci

boston.jpgBoston Spaceships – The Planets are Blasted (Guided by Voices, 2009)

…e così di colpo Mike Ness mi dà due schiaffi e mi urla nelle orecchie: “ascoltati i Boston Spaceships, invece di perdere tempo a polverizzare Saturno con il disgregatore molecolare!”.
Io mi scuoto un attimo e gli balbetto che sì va bene, va bene. E invece non va bene un bel niente, sono nudo con addosso solo una maglietta dei Take That e – per giunta – al posto del disgregatore ho in mano un tagliaunghie. E, ai piedi, delle infradito tigrate. Urlo e mi sveglio.

Incubo a parte, devo ringraziare comunque Mike per il consiglio: The Planets are Blasted, il nuovo album dei Boston Spaceships, non è male. Questo gruppo che – come potrete immediatamente comprendere dal nome – viene da Dayton (Ohio), si muove con agilità nella ionosfera del rock alternativo con incursioni nel punk rock alla Social Distortion; sovente si piazza in orbita attorno a Wilco, Overwhelming Colorfast o Urge Overkill.

La voce (di Robert Pollard, ex leader dei Guided by Voices) richiama a tratti – scherzi del destino – il Peter Gabriel dei primissimi Genesis. E anche qualche brano o fa: sentite “Sight On Sight”, che sembra incedere alla maniera della band senza mantenere (fortunatamente) la durata e la pomposità del progressive. La chitarra sperimenta vari suoni, dalla distorsione secca a quella accennata (da livello due sul presence dell’ampli per intenderci) all’acustica da gruppo folk irlandese – o alla Lemonheads (per chi ancora si ricorda di Evan Dando). In alcuni brani poi, non ci fosse il suono così diverso, par di ascoltare l’ultimo album degli Husker Du.

Tra le canzoni degne di nota “Canned Food Demons” che sembra davvero una creatura di Mike Ness, “Lake Of Fire” (altro brano che ricorda un po’ Peter Gabriel), “Headache Revolution” e “Tattoo Mission”, con tanto di archi.

Insomma il disco (o il CD fate un po’ voi) si lascia ascoltare. Un unico appunto: i Boston Spaceships con i loro suoni così vari e diversi mancano di quel qualcosa che li renda riconoscibili. Mi toccherà farli sparire con il mio disgregatore molecolare.

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