People who died

Jim Carroll, nel suo classicone “People who Died” (il video – purtroppo – è recente, risale al film con Di Caprio, ma il pezzo non si discute!)

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Boozed and confused

boozedcd.jpgBoozed – One Mile (Chorus of One, 2009)

Goduria. Un disco che definirei working class, perfetto da ascoltare rientrando dal lavoro.
Sei stanco, fa caldo e non hai nemmeno voglia di levarti gli anfibi tanto sei schifato; ti versi qualcosa da bere e piazzi questo nello stereo (prendete nota: le edizioni cd e vinile di Chorus of One hanno due bonus track rispetto all’uscita originale). E parte una raffica taumaturgica di 14 pezzacci rock, a volte stonesiani, a volte più sul pub rock, altre seventies glam. Il tutto sempre con il punk ben piantato nelle orecchie.

Peccato per l’orribile copertina che potrebbe scoraggiare dall’acquisto dei Boozed (caspita, perché un disco così dovrebbe essere presentato da un disegno di una tartaruga su una strada mi sfugge completamente… per la serie “Facciamoci del male”).

Bella prova davvero, che facilmente diventerà un piccolo cult di hard-punk negli anni a venire.

Lezioni di etica e marketing: il ritorno di Iggy & The Stooges

iggijamesass.jpgLa notizia è di pochissimi giorni orsono e la potete leggere sul Myspace ufficiale degli Stooges.
Indovina, indovinello… dato che la tragica e prematura scomparsa di Ron Asheton ha rotto il meccanismo della reunion degli Stooges originali (ovviamente senza Zander, per motivi biologici) Mr. Iguana ne ha pensata una delle sue: riforma Iggy & The Stooges, ovvero la seconda incarnazione della band, quella post contratto con la Mainman, che partorì Raw Power.

Ovviamente Ron Asheton – che era stato all’epoca piazzato al basso – non ci sarà e la band dovrebbe essere composta da Iggy, Scott Asheton, Mike Watt e James Williamson. Proprio lui: il teschio, la pecora nera.

Il repertorio di Iggy & The Stooges sarà l’intero terzo album, composto da pezzi che gli Stooges riformati avevano sempre evitato di includere nel repertorio (eccezion fatta per “Search and destroy”, che lo scorso anno aveva iniziato a fare capolino in scaletta).

Quando tutto ciò potrebbe accadere è ancora da definire. Certo non è esattamente un’operazione di buon gusto e suona un po’ come un secondo sfregio a Ron Asheton, perpetrato sempre nel segno di Williamson.
Ma tant’è. Iggy Pop deve pur campare e – francamente – meglio che lo faccia col revival degli Stooges che con roba tipo Preliminaires. Che quasi quasi neppure merita una recensione per la sua pacchianeria e buffa pretenziosità.
Per non parlar del fatto che Iggy stesso, presentando il nuovo disco solista, aveva dichiarato di essersi stufato di ascoltare chiatarre sparate a tutto volume e di essersi immerso nel jazz. Duh… mai sentito parlare di contraddizione?

Però un po’ di curiosità morbosa di rivedere Williamson su un palco dopo 35 anni c’è.

So Nineties, so Nineties

magecd.jpgMagentha Vol – Sub (autoprodotto, 2009)

Magentha Vol si presentano strabene con un cd digipack chiuso da laccetto in cuoio con clip, artwork curato e patinatissimo anche se non palesemente sputtanato – ci siamo capiti. Niente male davvero.

Poi metto su il cd. It sounds so Nineties, so fucking Nineties… già. Davvero ragazzi: non è un male, sia chiaro. Solo mi lascia perplesso il revival degli anni Novanta, che erano ieri o quasi (vabbè, sono ingiusto… magari i Magentha Vol non vogliono fare revival di un bel fico secco, però è innegabile che a questi ragazzi i Novanta non sono stati indifferenti a livello musicale).

Voce agnelliana al 90% e un impianto sonoro sostanzialmente duplice: da una parte i brani più duri, molto rock indie post grunge (e, ancora, molto Afterhours – quelli più ispirati per giunta… e buttali via!), dall’altra i pezzi più lenti, sognanti e stralunati. Che mi convincono meno… non a caso la quarta traccia (“Ostetrica”) mi ha fatto venire la pelle d’oca (dopo il trittico d’apertura che invece promette benissimo) con certe atmosfere alla Tiromancino sotto valium e al sesto spritz bello carico.
Peccato che il disco su 10 tracce ne presenti sei del secondo tipo, meno tirate e più – posso dirlo? – pretenziose.
Non in senso cattivo, per carità; ma nel senso che c’è questo anelare alla non banalità e alla ricercatezza che, francamente, ammoscia un po’ l’entusiasmo e veste il tutto di un’aura troppo cerebrale. E dire che loro stessi nel Myspace della band scrivono: “Il pubblico si sveglia quando fiuta l’odore del sangue”… ma quest’odore lo si sente solo in pochi pezzi. Poi il sangue cede il passo ai pensieri, alle circonvoluzioni e alle atmosfere.
Niente di grave. Ma è un’altra roba.

Un buon prodotto di rock italiano underground-protomainstream (perdonate l’ossimoro), ma a me la scossa non l’ha data.

La mano è tesa ma non arriva

reachingcd.jpgReaching Hand – Threshold ep (Chorus of One, 2009)

Onestà brutale: si spera verrà apprezzata. Questi Reaching Hand, a parte il fatto di venire dal Portogallo e di avere alla voce una pulzella incazzatissima e tatuata, proprio non si fanno ricordare per null’altro. E, comunque, anche questi due fattori si cancellano dai neuroni nel giro di una strizzata d’occhio.

Che dire… tipico e scolastico hardcore newyorkese primi Novanta, con qualche occasionale parte mosh per strizzare l’occhio a territori metalcore. Nulla di che. Tutto ciò è già stato fatto ampiamente – e fino alla nausea purtroppo – negli scorsi 20 anni.
Temo che neppure i più nostalgici e affezionati al genere troveranno un motivo per acquistare questo ep (solo cinque brani – per un minutaggio complessivo veramente bassino – ma in un cd assemblato in pompa magna con booklet full colour a più pagine).

Forse piacerà a chi, per la giovanissima età e/o la scarsa voglia di scavare nel passato, si avvicina a questo genere per la prima volta – anche perché i ragazzi ci sanno fare, nel loro ambito. Ma sono davvero fuori tempo massimo.

Black Randy was a fucking dandy

BlackRandyAngeljLa Dangerhouse Records, di L.A., aveva sostanzialmente una direzione a tre teste. E che teste. David Brown, Pat “Rand” Garrette e, infine,  mister John “Jackie” Morris alias Black Randy.
Non andremo a parlare, però, della discografia Dangerhouse – etichetta che merita senza dubbio una trattazione a parte, per averci regalato una raffica di perle grezze di puro e incontaminato California punk (altro…)

400 colpi forse sono troppi

homocd.jpg400colpi – homo homini lupus (Chorus of One, 2009)

Uhmmm… il press kit dice che questo è il miglior disco di metalcore dell’ultimo decennio. Doh. L’etichetta deve credere davvero moltissimo, quindi, in questi 400colpi e nel loro debutto sulla lunga distanza. Il fatto è che, in tutta sincerità, homo homini lupus non è sicuramente un lavoro che si farà ricordare fra 20 anni come una pietra miliare.

Si tratta – piuttosto – di un cd onesto, solido, roccioso, incazzato e compatto di classico hardcore metallizzato, con qualche sana iniezione di post hardcore muscolare anni Novanta.
Un buon lavoro, violento e davvero ben prodotto, ma aderente in maniera totale agli schemi del genere – che sono, oggettivamente, piuttosto asfittici… almeno per il sottoscritto.
Ecco, diciamo che potrebbe essere uscito nel 1994, per intenderci, facendo un figurone.

Una menzione speciale ai testi (in italiano, ma per fortuna non troppo comprensibili a orecchio: io notoriamente non reggo molto la musica estrema cantata in italiano), acuti, arguti e militanti al punto giusto.

Massimo rispetto, quindi, ma personalmente passo la mano: not my cup of tea. Magari una quindicina d’anni fa sì.

Giacche piccole, chitarre grosse

smalljackcd.JPGSmall Jackets – Cheap Tequila (Go Down, 2009)

Capita di vedere un gruppo dal vivo in situazione non congeniale e di farsi idee sbagliate. A me con gli Small Jackets è successo… si parla del Rock in Idro di qualche anno fa, quello con Iggy & The Stooges. Ero lì appunto per l’Iguana coi fratelli Asheton e per i Not Moving. Il resto mi interessava veramente poco e ho quindi ciondolato piuttosto annoiato per tutta la giornata.
Nel palco secondario suonavano anche gli Small Jackets: dopo un paio di pezzi me n’ero andato sbadigliando. Sarà anche per questo – lo confesso – che rimando questa recensione da almeno una settimana. E invece mi ricredo ampiamente. Anzi, dico che sono stato pirla a non sentirlo prima ‘sto cd.

Hard boogie (parecchio hard, con grossi sconfinamenti nell’hard rock più classico e nello street) di quello molto Seventies – con forti venature Creedence/Grand Funk Railroad (la cover di “Are You Ready” non è casuale), un po’ di MC5, un filo di AC/DC, qualche rimando zeppeliniano e – soprattutto – tutti i trucchi del mestiere ben assimilati. Certo, ogni tanto emerge anche qualche fantasma glam anni Ottanta, ma ci sta tutto.

Davvero un buon disco ROCK, dal respiro internazionale, per una band solida e destinata a lasciare il proprio segno nelle coscienze dei rocker più attenti.

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