Still blowin’

bob-dylanBob Dylan @ Datchforum, Assago (MI), 15/04/2009

Sì, la voce non è quella che rendeva ancor più potenti le registrazioni degli anni Sessanta, “a voice like sand and glue”, come la definì Bowie. Ora ci si trova spesso a sentire poco più di un rantolo da vecchio bluesman, faticando quasi a capire le parole. (altro…)

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Arterio blues. Il nuovo che avanza

Led Zeppelin-Led ZeppelinLed Zeppelin – I (Atlantic, 1969)

Mi stavo quasi rassegnando a non ascoltare più nulla di decente quando, di colpo, ecco qui questo cd fare capolino sulla mia scrivania. Sto parlando dell’opera prima di un quartetto di ragazzi inglesi ancora poco conosciuti e dal nome etereo: Led Zeppelin.

Si parte subito con “Good Times Bad Times” e si capisce che la band, nonostante non provenga dall’altra sponda dell’Atlantico, possieda delle ottime conoscenze del Blues più profondo. Questa ispirazione è ancora più evidente in brani come “You Shook Me”, dove la chitarra acquista un suono vecchio – quasi da albori della strumentazione elettrica – e viene accompagnata dal più classico abbinamento di basso e armonica a bocca; oppure in “Dazed and Confused”, dove il riff diventa una spirale costruita su una pentatonica, la scala musicale che ogni suonatore di blues e dintorni deve possedere nel proprio bagaglio tecnico.

Il risultato è fenomenale, anche se ovviamente non proprio innovativo nel suo genere. Come non cogliere infatti un po’ di White Stripes o Black Keys soprattutto in questa ricerca di un suono vintage da fine anni Sessanta.
Come non avvertire in questa reinterpretazione in chiave moderna del verbo dei grandi padri fondatori del Blues, il sottile eco dei pezzi della Jon Spencer Blues Explosion.

Ma a parte questa considerazione – comune nei gruppi che stanno appena iniziando a farsi strada – Led Zeppelin I contiene tutti i segnali propri di una band che potrebbe davvero fare strada: ascoltate il crescendo di “Babe I’m Gonna Leave You” o l’effetto “alzati da quella cazzo di sedia e mettiti a sbattere la testa come un deficiente” che può provocare l’ascolto della linea di basso di “Communication Breakdown” e ditemi se non ho ragione.

Menzione d’onore per la voce del cantante (Robert Plant) che si dimostra assolutamente originale, anche se tutti i componenti si dimostrano ottimi strumentisti, con la sezione ritmica sugli scudi (John P. Jones e “Bonzo” Bonham).
Il chitarrista (Jimmy Page), invece, nonostante una vena creativa che se mantenuta nel tempo sarà un sicuro fattore di successo (soprattutto per la sua capacità di alternare suoni puliti a suoni assolutamente sporchi e cattivi), dimostra di possedere una tecnica discreta, ma non eccelsa: non aspettatevi tapping o arpeggi alla Frank Gambale. Diciamo che, probabilmente, avesse suonato in una band anni Settanta avrebbe potuto essere considerato il chitarrista che può fare scuola, ma oggi proprio no.

Il successo potrebbe davvero essere dietro l’angolo per i Led Zeppelin, soprattutto se in futuro saranno in grado di abbandonare certe facili melodie beatleasiane come in “Your Time is Gonna Come” o l’esecuzione di pezzi blues in maniera molto scolastica come “I Can’t Quit You Babe” e magari pensare a copertine un po’ più moderne di quella utilizzata per la loro prima opera: che diamine! Non siamo più nei fantastici primi anni Settanta da un pezzo.

Cynthia Plaster Caster on dvd

plascast.jpgJessica Everleth – Plaster Caster (Xenon Pictures)

Il rock’n’roll è un sottoscala in cui avvengono di continuo fatti e misfatti. Molti di questi crimini restano per anni negli scantinati, decantano in cantine muffose – piene zeppe di ampli sfondati e lattine di birra vuote; e poi magari qualcuno li offre come nettare con cui dissetare le masse.
Perché è risaputo che le masse sono assetate e si dissetano soltanto con i torbidi liquidi dell’aneddotica più scabrosa e decadente del rock, preferibilmente anni Sessanta.

Cynthia Albritton, la Plaster Caster di Chicago, è stata la groupie più artistoide – e viceversa – dei Sixties e anche dopo (i Kiss le dedicarono la canzone “Plaster Caster”, contenuta nell’album Love Gun del 1977).
Pamela Des Barres – leader delle GTO’S, la fake band tutta al femminile creata da Frank Zappa – si è fatta strada nel music business scopandosi metà delle rockstar storiche in circolazione, da Jimmy Page a Iggy Pop passando per David Lee Roth e Ian Hunter, perché lei “stava con la band” anzi con quasi tutte le band mettendo poi tutto nero su bianco. La sua collega Cynthia aveva sviluppato la peculiare arte di creare calchi dei falli delle rockstar in gesso, rendendo quelle celebri pudenda immortali e pubbliche (vedi la mitologica riproduzione del coso di di Jimi Hendrix, addirittura modellata con l’aiuto delle labbra). Nel suo palma res personale ci sono i membri di Jello Biafra, Eric Burdon, Wayne Kramer e via dicendo; ma anche la creazione della Plaster Caster Foundation, ente benefico finalizzato alla raccolta di fondi per artisti in difficoltà economiche.

Il rock in fondo è anche questione di attributi ed in questo godibilissimo e cazzutissimo documentario, miss Plaster Caster ci spiega le tecniche e l’aneddotica della suprema arte di modellare cazzi famosi in gesso – con un finale ai limiti del soft core a tinte granny in cui la protagonista (che ha i suoi annetti) dimostra i suoi skill con il leader dei/delle Demolition Doll Rods. Il tutto tra momenti trash, interviste ad alcuni dei candidati immortalati, humour e anche un po’ di tristezza – a tratti.

Non male, da vedere assolutamente insieme al famoso sex tape di Jimi Hendrix.

Eppur si muove…

The Movements – The World, the Flesh and the Devil (Alleycat Records, 2009)

Anche se quasi tutti i giorni accarezzo il concetto evergreen dell’ammazzarsi una volta per tutte, lassù o laggiù ci deve essere ancora qualcuno che ogni tanto pensa a me. E, anche se le grane e i motivi per cui terminarsi si accumulano, mi fa pervenire – almeno in questo periodo – un sacco di musica spettacolosa. Magari aiuta a tirare avanti, no?

Fatta questa premessa schifosamente patetica, vi butto lì un po’ di riferimenti: Svezia, Goteborg, Union Carbide Productions, Soundtrack of Our Lives.

Avete letto bene? A qualcuno potrebbe già bastare per drizzare le antenne. E farebbe bene. Anzi, benissimo.

Questi The Movements, infati, oltre a essere sotto l’ala protettrice di Bjorn Olsson (ex Union Carbide Production – uno dei gruppi DEFINITIVI dell’Europa anni Ottanta/Novanta – e Soundtrack of Our Lives), spaccano davvero con una miscela di garage rock abrasivo, Sixties pop mai troppo zuccherato, psych acido e fascinoso, un filo di indie e un bel po’ di imprescindibile rock culture.

Stilosi, accattivanti, scuri, stralunati… a tratti ricordano i migliori Brian Jonestown Massacre, forse meno lo-fi e più disciplinati. Con qualche tocco dei Cynics e dei Miracle Workers più quieti  (quelli delle ballate acide, per intenderci). Insomma, un discone davvero che mi rinnova – almeno fino alla prossima crisi – la fede e la fiducia nel potere del Rock, dell’underground, della musica fatta con palle e cuore.

Matrioske punk d’antan

cover-svetlanas.jpgSvetlanas – KGB Session (2009)

Sarà che sono vecchio e stanco, sempre più stanco. Ultimamente poi mi sono successe due cose a dir poco singolari: la prima, bellissima, forse la miglior cosa possa capitare a un essere umano; la seconda, drammatica, forse la peggior cosa possa capitare ad un essere umano, anche se per fortuna mi ha solo sfiorato… per adesso. Be’, dicevo, sarà questa cazzo di stanchezza e ‘sto stato d’animo che sfiora pericolosamente il disturbo bipolare, ma certe cose – seppur ininfluenti – non riesco proprio a digerirle. Per esempio che un disco punk esca soltanto in distribuzione digitale. Ecco, mi pare una cazzata. Così come mi pare un’altra mezza cazzata continuare a vestirsi di estetica russa vent’anni dopo le provocazioni dei CCCP (che pure loro gonfiarono i testicoli all’inverosimile dopo un po’).

Per farla breve, questo mini delle Svetlanas avrebbe avuto tutto per farmelo odiare.
Eppure non ci riesco.

Intanto apprezzo che mi abbiano spedito i cinque pezzi dentro un fichissimo cd-r simil vinile. E poi “alla fin fine”, come dice sempre Marcello del Grande Fratello, è la musica che conta. E questa mi piace non poco.
Mi piace che un solo pezzo superi il minuto e mezzo: quel “Kremlin Killer” più lento e dilatato degli altri e dal cantato che fa pensare a certe garage band femminili dei Sixties.
Mi piace la velocità felina e rassicurante di “Russian Tiffany”.
Mi piace la voce un po’ Courtney Love di “Chernobyl Boy”.
Mi piace il gustoso Big Babol punk di “Soviet Of Your Heart”.

Insomma mi piacciono. A Olga/Angela (voce), Ivan/Pedro (chitarra), Irina/Chiara (basso) e Jurij/Diste (batteria) consiglierei soltanto una cosa: raggranellate 600-700 Euro vendendo matrioske per strada e con questi pezzi autoproducetevi un vero 45 giri.
Dopo, magari, licenziate l’album vero che mi pare sia nei vostri progetti imminenti.

Dasvidanija.

The Who…

…perché oggi gira così. Con “Baba O’Riley

Montagne maya in Veneto

maya.JPGMaya Mountains – Hash and Pornography (Go Down, 2009)

Quando avevo 21-22 anni una delle mie attività favorite, tra un esame universitario e l’altro e tra una prova dei Point of View e l’altra, era l’assunzione ludico-ricreativa di roipnol. Uno dei rituali più piacevoli era alzarsi la mattina – piuttosto presto, mai dopo le otto – un po’ rintronato per le birre della sera prima, bere un paio di caffè, leggere qualche Flipside o MRR, fare una doccia. Nel frattempo si facevano le 10 circa e si poteva mettere in bocca mezzo roipnol a stomaco vuoto. Poi piazzavo sul piatto Ozma dei Melvins e attendevo.
Nel giro di massimo mezz’ora il signor roipnol arrivava, discreto e rilassante. E veniva il momento del loop: prendevo “Night Goat/Adolescent Wet Dream” – sempre dei Melvins, un 7″ colorato di arancione se la memoria non m’inganna – e lo ascoltavo per una dozzina di volte, almeno, di fila. Seduto sul tavolo, di fronte allo stereo.

I Maya Mountains, lo confesso, mi hanno risvegliato quei lontani ricordi (son passati18 anni almeno). E per qualche minuto mi sono crogiolato in sensazioni che avevo rimosso, complice il passare del tempo e i vari cambiamenti di esistenza subiti/operati nel frattempo.
Un trio di rock pesante, che macina riff ipnotici, psichedelia dura, protometal alla Blue Cheer, stoner alla Kyuss, desert rock alla Thin White Rope, qualche sballoneria alla Stooges del primo periodo e – soprattutto – follia drug rock alla Melvins pre-Lysol. Insomma, non c’è proprio di che lamentarsi. Anzi.
Un disco tosto, che può suonare come una mattonata in fronte se non siete preparati. Ma, del resto, per capirlo dovete essere un po’ ferrati sui fondamenti. Oppure lasciate proprio perdere.

Io, per quanto mi concerne, l’ho messo tra i cd che mi voglio risentire e già mi vedo, nei prossimi giorni, sul tram numero 2 a fantasticare di stragi col lanciafiamme mentre i Maya Mountains mi rosolano i timpani.

Ottima band. E ottima scelta della Go Down.

Walking on a dirty boulevard

dbcover.jpgDirty Boulevard – Radiodirty (Area Pirata, 2009)

Ancora Area Pirata e ancora una band di Las Pezia (sì scritto così) che spacca decisamente. I Dirty Boulevard fanno un punk ’77 che tenta di conciliare un’anima inglese con una statunitense – newyorkese, se vogliamo essere pignoli. A prevalere sembra essere quella d’oltreoceano, ma è una vittoria davvero risicata.

Immaginate una specie di Dead Boys che hanno ascoltato troppo i Damned, ma hanno anche tutta la discografia dei Social Distortion a casa (vedi “Cry Baby”); ed è proprio quando le radici punk’n’roll della band si fanno troppo presenti che i Dirty Boulevard convincono meno… voglio dire, La Spezia i suoi Peawees li ha sfornati. E direi che l’operazione può dirsi conclusa, per quanto riguarda queste sonorità.

I DB, invece, sono perfettamente a loro agio ed entusiasmanti nei brani più abrasivi e scuri, come i tre d’apertura, oppure “Fetish Queen” – con il suo riff portante ossessivo e molto English style. Ottima anche “Radiodirty”, deadboysiana al punto che quasi ci vedrei Stiv Bators a cantarla con disinvoltura, mentre si rotola per terra con un filo di vomito che scende dall’angolo della bocca.

Insomma, un bel disco di punk rock che raramente tradisce le sue origini italiane, in grado quindi di competere anche in territori extranazionali. Vogliamo anche aggiungere che è prodotto da Brian James (Lords of the New Church e Damned)? Aggiungiamolo.

Edizione limitata a 600 copie… io me lo procurerei se fossi in voi.

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