You’re gonna miss me!

Video molto visto, ma i 13th Floor Elevators meritano sempre. “You’re gonna miss me“…

Bad girls or not?

priscd.jpgThe Priscillas – 10.000 Volts (Nags Head, 2009)

Primo disco dopo una serie di singoli per le Priscillas, quartetto londinese a prevalenza femminile (l’unico uomo è infatti il batterista Phil Martini, ex dei Tokyo Dragons). Questo 10.000 Volts cerca di trovare un equilibrio tra varie influenze, dal garage alla Holly Golightly all’indie-brit pop di band come Long Blondes, passando per il powerpop, Blondie, le girl band anni Sessanta e un pizzico di glam, che non fa mai male.

Il risultato è sicuramente apprezzabile, seppur con qualche passaggio a vuoto – dovuto a una produzione forse troppo pulita, oltre che all’eccessiva durata. Sono infatti ben 14 i brani in scaletta, per 50 minuti di musica; l’eliminazione dei pezzi più lenti (ad esempio la ballata quasi-soul “Outer Space” o “The King Is Dead”, con una tromba mariachi un po’ pacchiana) avrebbe sicuramente giovato.
Le cattive ragazze londinesi (Jenny Drag, Guri Go-Go e Kate Kannibal’s, per la precisione) dimostrano infatti di saperci fare molto di più quando il ritmo aumenta e ci si avvicina a linguaggi garage e power-pop, che le hanno non a caso rese famose con i loro live set infuocati.
In questo senso citazioni più che meritate per il singolo “(All The Way To) Holloway”, power-pop con perfetta melodia catchy; per “Jimmy In A Dress”, che ha la sua forza nel crescendo irresistibile e sfacciatamente pop degli ultimi 90 secondi; e poi per “Fly In My Drink”, su cui aleggia lo spirito di Blondie, oltre che per “Oh Keiko”, “Come Out!” e “Y.O.Y.”, i brani più garage del disco. Brevi, tirati e incisivi, come il genere comanda.

Quindi: buona la prima, ma la prossima volta sono richieste un po’ più di sporcizia e qualche orpello in meno. Siete cattive ragazze o no?

Rolling Stones miscellanea

offtherecord.jpgMark Paytress – The Rolling Stones, Off the Record (Omnibus Press, 2004)

Benedetto sia, dal Rock, il costume inglese di vendere libri a cifre molto più basse del prezzo di copertina. E’ così che ci si può trovare a comprare a 4.99 sterline un volumazzo come questo: 460 pagine fitte, un tot di foto patinate in bianco e nero.
“E quindi?”, vi starete domandando… detta così sembra l’ennesimo libro sulla band dei Glimmer Twins. E lo è, tecnicamente. Il fatto è che, travalicando questo genere di considerazioni, il volume di Paytress è un comodissimo breviario che raccoglie numerose interviste, dichiarazioni ed esternazioni di tutti gli Stones (e di personaggi che ruotano intorno a loro). Il tutto ordinato cronologicamente dal dicembre 1960 al maggio 2003.

Certo, mancherà di sicuro parecchio materiale (quanto si è scritto, in oltre 40 anni di carriera, sui Rolling Stones?), ma quello che c’è è una vera miniera.
Un libro che nonostante il concept inesistente e del tutto archivistico – si tratta pur sempre di una semplice raccolta, peraltro documentata e con le fonti sempre citate – costituisce una sorta di I-Ching da aprire e leggere guidati dalla casualità, che trasmette le stesse sensazioni di un vecchio diario riscoperto. Dichiarazioni, contraddizioni, rivelazioni, palesi bugie, confessioni, progetti, manipolazioni evidenti da parte dei giornalisti… ci trovate tutto, riportato con l’occhio neutro del bibliotecario – se mi si passa il traslato improbabile.

Se già avete un minimo di dimestichezza con la storia della band, questo è decisamente un libro che vorrete leggere.

Una seduta di psicSDHnalisi

sdhcd.jpgSDH – Mess It Up! (Sham Foundation, 2009)

E’ difficile misurarsi con se stessi. E infatti passiamo il 90% del tempo a evitare di farlo; i più bravi riescono a svicolare per tutta la vita. Beati loro.
Eppure, in questo sabato mattina viziato da un Dolcetto d’Alba niente male, il confronto è stato quasi inevitabile, appena è iniziata la prima traccia di questo spartanissimo cd degli SDH.

Già, perché qua dentro, nell’arco di 12 brani snocciolati uno dietro l’altro, ci ho trovato più di una similitudine con la pozza di melma sonora che mi impregna il cervello. C’è di tutto, dal proto punk stoogesiano al punk hardcore, passando per il garage più malato, per i Ramones,  alcune cose wave saltellanti, un po’ di feedback sound alla Jesus & Mary Chain, il morbo detroitiano, un po’ di indie abrasivo, il grunge, il Sixties più teen, il pop tunztunz, la psichedelia… insomma sembra un casino.

Un casino. Eppure se riuscite a cogliere le centinaia di schegge che vi vengono sparate addosso, e a codificarle, è relativamente facile scoprire che qui c’è davvero una specie di campionamento del meglio che hanno offerto la maggior parte di questi generi. Il risultato è straniante, a tratti insopportabile – anche perché non è detto che mettendo insieme tutti gli ingredienti migliori al mondo esca per forza il piatto più sopraffino mai cucinato… anzi. Eppure c’è un profondo fascino dietro a tutto questo. Come uno di quei libri che si custodiscono con la consapevolezza che contengono verità e informazioni fondamentali, ma non si trova mai il coraggio di leggerli.

Questo disco probabilmente non riuscirete ad ascoltarlo in tanti e necessita della giusta disposizione. Rischia di essere bollato come guazzabuglio di generi. E lo è, ma il punto è riuscire a separare le suggestioni e a identificarle. Lì sta il segreto.
E allora potrete godere della cover di Neil Young, “Shot”, che io oggi farei studiare a un ipotetico figlio, prima di mandarlo là fuori. Oppure ascoltare Woody Guthrie rifatto da loro, che sembra i Black Flag pre Rollins.

Geniali. Ma anche no. Mi domando solo chi abbia dato a questi tizi (ma quanti sono? Uno, due, di più?) la chiave del mio cervello.

Rockabilly Dad

fabcd.jpgFabulous Daddy – Do You Feel a Wanderer? (autoprodotto, 2009)

Ci sono generi che – per fortuna loro e nostra – sembrano impermeabili al trascorrere di tempo, mode e tendenze. Tra questi, indubbiamente, c’è l’inossidabile heavy metal. E, sebbene lontano anni luce per iconografia, attitudine e sonorità, il rockabilly/rock’n’roll. Già: stiamo parlando di chitarroni – preferibilmente – hollow body, distorsione inesistente, contrabbassi assatanati, batterie minimal e cantati alla Elvis come se piovesse.

I marchigiani Fabulous Daddy sono, per chi già non l’avesse intuito, proprio una band rockabilly, profondamente influenzata e plasmata da sonorità roots statunitensi. Riff caldi e “classici”, che appena iniziano già sai dove vanno a finire, ma ti danno qella sensazione di casa… sai già tutto o quasi e ti piace, perché alla fine hanno il gusto rassicurante della tua birra preferita di sempre o della tua marca di sigarette.

Manco a dirlo, qui nei Fabulous Daddy il più scarso suona bene – del resto un genere come il rockabilly non perdona: o sai quello che fai e lo fai con disinvoltura e bravura, oppure crolli miseramente. Quindi, in poche e senite parole: divertenti, filologici, rock’n’roll, familiari… che è un po’ tutto ciò a cui devono aspirare le band che si votano a questo sound. Non è il mio genere (credo che il mio ascolto più vicino siano i Blasters), ma tanto di cappello.

Viziosi snocciolati Saclà

olive.jpgThe Vicious – Punk is Olive (autoprodotto, 2008)

Questa è tosta. Ammazza che gatta da pelare. Tocca andare un po’ in modalità free form, perché dopo una giornatina in dah offis a redigere e coordinare ed editare, la capacità di giudizio e di discernimento è più o meno agli stessi livelli che raggiungerebbe dopo tre pinte di doppio malto a un concerto di folk andino. Nulla e minata.

Questi genovesi sono stati un dilemma, per il sottoscritto, per almeno tre giorni. Ci ho rimuginato, li ho riascoltati, anche facendomi un po’ violenza – perché con tutto rispetto ho una pila di vinilozzi comprati un mese fa ancora da sentire e dentro ci sono bootleg degli Stones, un paio di cosette australiane e altre faccende di punk statunitense primi Settanta: so che mi capirete, The Vicious.
Ad ogni modo, ho attraversato tre fasi. Numero uno: “scratch, scratch… checcazz!?”. Numero due: “pretenziosi zappiani wannabe”. Numero tre: “ho capito, ho capito, presto un bicchiere di rosso per festeggiare, anzi quattro!”.

Non so se ho capito davvero, ma già mi basta aver trovato un inquadramento per incasellarli, almeno nel mio personalissimo sistema di classificazione mentale. Innanzitutto non cadete nel tranello di attaccarvi alla parolina “punk” che trovate nel titolo. Qui di punk non ce n’è. E va anche bene.
Qui c’è un curioso e straniante – a volte un po’ fastidioso – milkshake di swing, rock, lounge, pop, musical, hard e – massì – ficchiamoci un po’ di prog, giusto per l’orchestrazione e la tecnica. L’impressione finale è – per usare la ritrita metafora dello scontro in auto – di vedere aggrovigliati e fumanti, in un unico mucchio laocoontico, i tour bus di Brian Setzer Orchestra, Meat Loaf (periodo Rocky Horror Picture Show) e The Tubes (tour di White Punks on Dope). E in un angolino c’è pure l’Ape Car dei Righeira, finita nel fosso – capirete il motivo ascoltando il cd…

Tanta tecnica, molta voglia di divertire e divertirsi… e un filo di noia, devo dirlo. Se tutti i pezzi fossero come il terzo, però, io li manderei a Broadway per musicare il prossimo successo mondiale in fatto di rock opera.

Una cosa veramente pessima c’è, in verità. La dico?
OK: portatemi l’orecchio destro di chi ha assemblato l’interno della copertina, ma prima levategli tutti i font dal computer (potete lasciargli solo i Times e gli Arial). Una cosa terribile e inguardabile, non si capisce quasi nulla. E poi i titoli scritti a penna… che fanno così tanto anni Settanta/Ottanta, ma per dio… siamo nel 2009 e il computer lo usa persino mia mamma per stampare le cose (anche se per farle capire il concetto di salva con nome ho penato un anno e mezzo).

Gun Club: epoca Death Party

Promo clip per “House on Highland Avenue“…

Mercenary God: back from the past

burning-generation.jpgMercenary God – Burning Generation (Snaps, 2008)

Ogni tanto – chissà se per fortuna o purtroppo – dalle nebbie della transizione tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso emerge qualche oscuro master di punk italico.
Band dimenticate o mai conosciute dalla maggor parte di chi ora, adesso e qui, ascolta e compra dischi; band che, nella migliore delle ipotesi, ricorda chi le ha viste esibirsi all’epoca – magari in uno dei rari concerti che erano riuscite a fare. Oppure qualche collezionista assatanato, con la mente non ancora incasinata dagli “anta” che avanzano, dal vino e dalle menate assortite della vita – come invece succede a me.

In alcuni casi l’anonimato è un processo fisiologico: chi ha scritto che, per definizione, chiunque abbia messo su un gruppo punk in Italia tra il 1977 e il 1981 deve aver prodotto pepite musicali? In altri è davvero una crudele stranezza, un insieme di casualità sfortunate o semplicemente un crimine.
Per quanto riguarda i Mercenary God di Gemona (Udine), sicuramente è il caso di essere felici della (ri)scoperta di queste incisioni e della loro pubblicazione su cd (erano uscite nel 2004 su vinile in edizione limitata, ma pochi se lo accaparrarono). Già, perché durante la loro breve esistenza suonarono non troppo in giro, uscirono solo con un pugno di brani in una compilation, registrarono 11 pezzi per un album e si sciolsero senza che il disco vedesse la luce.

Fatto il quadro generale, passiamo al sodo. Alla ciccia, ovvero a ciò che possiamo ascoltare in questo Burning Generation. Come già accennato, è sicuramente un piacere scoprire la band: siamo di fronte a un gruppo di punk rock con influenze piuttosto variegate, che vanno dal Sixties garage – in misura decisamente non troppo ampia –  al punk inglese più stradaiolo e anthemico (mioddìo: una parola che usavano su HM o su Metal Shock nel 1986, credo… ok, la pianto), da intuizioni protopunk alla Rocket from the Thombs fino a suggestioni più pop. Il tutto crea un sound che indubbiamente è etichettabile come punk rock anni Settanta (di quello pre-hardcore, pre-wave, pre-gothic… insomma ci siamo capiti) con un quoziente di rabbia taurina – forse – leggermente inferiore a quello sindacalmente richiesto all’epoca per essere veri punk da baraccone. E non è per nulla un male, anzi. Un plauso, poi, alla produzione pulita, ma tagliente, secca e abrasiva.

Un bel disco quindi. Con una giusta precisazione a fare da corollario. Penso a ciò che emblematicamente è affermato da un componente della band in un’intervista: “a Londra forse saremmo stati una band fra le tante, magari più omologati, perchè i gruppi dello stesso ambiente si influenzano inevitabilmente fra loro”. Diciamo che il punto è un po’ questo… nel contesto italiano i Mercenary God sono stati un’occasione perduta, perché sono incontrovertibilmente più punk, puri, lucidi e personali di tante band più note (sia del circuito più sotterraneo che di quello mainstream tipo primi Decibel, Incesti et similia); in un quadro di respiro più ampio, pensando all’estero, la medesima band avrebbe dovuto confrontarsi con molte altre che facevano un discorso simile, magari con stimoli e vissuti musicali più vari e quindi – per forza di cose – avvantaggiate in partenza. E chissà se i tre friulani avrebbero tenuto le redini salde. Magari sì. Ma anche no.

Ad ogni modo, non è di seghe mentali che ci piace dissertare – almeno non oggi – quindi la conclusione è che questo cd è sicuramente da ascoltare per fare un’esperienza altrimenti impossibile.
Se vi professate fan o conoscitori del punk italiano è un obbligo averlo (facilmente si qualifica tra le migliori cinque ristampe italiane dell’anno passato).
Se siete semplici appassionati di rock urticante in senso lato, potreste trovare in questo dischetto semi fecondi per stuzzicare l’area nostalgic punk che è in tutti noi.

Fate i vostri giochi.

PS: il gruppo si è riformato con 2/3 dei membri originali. Nel cd sono presenti due tracce registrate nel 2008, che non si discostano molto dal discorso fatto più di 25 anni orsono.

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