Coniglio in casseruola in sala giochi

rabbitcover.jpgEat the Rabbit – s/t (Marsiglia Records)

Quando avevo 9-10 anni il massimo della figaggine – raggiungibile rigorosamente solo nel periodo estivo, in vacanza low-cost a Limone Piemonte, a casa della prozia squinternata – era stare fuori casa fino alle 10-11 di sera, andando alla sala giochi in cima a una salita che puzzava sempre di piscio (chissà perché) e appiccicarsi come licaoni allo chassis di truciolato colorato di Pac Man, space Invaders o Galaga.

Si guardavano i bulletti pseudo sedicenni genovesi e torinesi che giocavano e – sì, all’epoca era possibile – si intortavano le squinziette mentre manovravano il Pac Man nel labirinto disseminato di pasticche. Noi bimbi preadolescenti di provincia li si guardava ammirati e si fantasticava alternativamente sulla sensazione bellissima di fare il record della serata a Galaga e di caricare sul Ciao rosa una delle squinziette di cui sopra (nota: i tipi più fighi si portavano il Ciao truccato in vacanza, scoppiandolo sulle salite di montagna… ma immagino il gioco valesse la candela perché la squinzia primi anni Ottanta – a posteriori – la immagino disposta a diversi compromessi erotico sessuali pur di farsi scarrozzare su un Ciao rosa col sellone bianco).

Ok, vi starete domandando dove sto andando a parare. Ecco: il fatto è che il disco degli Eat the Rabbit mi ha evocato una sensazione che descriverei così: sala giochi di Limone Piemonte nel 1981, ore 21:00 – improvvisamente un sibilo, un boato – un Cessna carico di chitarre elettriche guidato da tre ladri provetti di Fiat Ritmo 60 CL si schianta sulla sala giochi – dalle macerie fumanti si levano ancora gli ultimi lamenti dei videogame devastati, mentre i suddetti ladri di Fiat Ritmo, sotto l’effetto di anfetamina, si sollevano dai detriti e iniziano a suonare le chitarre tentando di ripercorrere la storia del garage rock.

Geniale.
No.
Sì.
Ok, aspetta… parliamone.

Premetto che non trovo riferimenti a cui paragonarli, ma è oggettivamente un problema legato alla mia ignoranza nei confronti di alcune tendenze meno tradizionali. Sento, a livello di pelle, una certa genuinità e approccio sanguigno… parzialmente bilanciato – in negativo – dall’impressione di wannabe fashionism e artistoidismo (esisterà in italiano?). Ma, alla fine dei conti, a prevalere è la curiosità, quindi il bilancio è positivo – almeno nel mio libro dei conti.

Il problema è che mentre potrei ascoltare i Black Flag, i Gun Club, gli Zeppelin, i Love, Peter Laughner o i Velvet Underground sempre e comunque, una situazione come quella proposta dagli Eat the Rabbit è per me da vivere/ascoltare con parsimonia. Questa roba, sentita nel momento sbagliato, potrebbe portare a conseguenze letali per la mia psiche. O per quella di chi mi deve sopportare.

Punk garage screamo si definiscono loro. E ci siamo anche. Però non trascurerei di menzionare gli inserti di elettronica a 8 bit tipo Commodore Vic 20 (che – ok lo ammetto – mi fanno cagare… problema mio).
Provateli se amate le cose un po’ weird. Se siete in mood conservatore talebano, meglio lasciar perdere. A meno che anche voi tra il 1970 e il 1982 non abbiate fatto le vacanze estive a Limone Piemonte…

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