Steve Wynn & the Miracle Three

Clip di “Amphetamine” dall’album del 2002 Static Transmission. Puro Wynn sound con echi dei Syndicate. Enjoy.

Annunci

Sami Yaffa, nomade per sempre

bruja.jpgMad Juana – Bruja On The Corner (Acetate Records/Goodfellas, 2008)

Goran Bregovic, Gogol Bordello, gli zingari che suonano in metropolitana… perché recensire un gruppo – diciamo – patchanka, con spiccatissime influenze gipsy, su Black Milk? Semplice: l’anima dei Mad Juana è Sami Yaffa, bassista degli Hanoi Rocks attualmente in forza ai New York Dolls nonché braccio, in passato, di band come Fallen Angels, Jet Boy, Demolition 23 eccetera eccetera.

Bruja On The Corner è un album fatto di violini, fisarmoniche, percussioni assortite: un po’ tex-mex, un po’ tarantolato, tanto – ma proprio tanto – zingaresco. Oltre al piglio stradaiolo, nomade, tipico dei circhi, dei baracconi, delle carovane rom e quindi delle leggende rock meglio assortite, quel che spinge maggiormente i Mad Juana è la voce di Karmen Guy, moglie di Yaffa.

Tra divagazioni reggae e accelerazioni swing, Karmen traina tutta la roulotte con il suo fare e – naturalmente – cantare da femme fatale: funziona nei locali punk più sfigati, nei jazz-club più selvaggi, nelle feste di paese e, chiaro, pure nei vagoni della metro. Finlandia, Inghilterra, Los Angeles, New York… My gipsy road can’t take me home.

Mr Cool aka Johnny Grieco

coolcover_optJohnny Grieco – I’m Cool (Le Silure D’Europe/SNAPS, 2008)

Johnny si è preso una pausa dai seminali proto punk Dirty Actions e nel nuovissimo EP (primo da solista) I’m Cool c’è l’attitudine sfrontata di maltrattare – e prenderlo a calci in culo – lo stereotipo fighetto di coolness,  fino a renderlo quasi uncool, nel senso di ricercato e poco immediato.
La title track da subito taglia i ponti con qualsiasi oltranzismo punk: ci spinge verso sponde electro-etniche-mistiche, tanto care al Perry Farrell redento post Jane’s Addiction e Porno for Pyros. Ma in quella litania esasperata e ossessiva del ritornello/titolo (“I’m Cool”) c’è anche lo zampino dell’Iggy Pop più sperimentale – periodo Zombie Birdhouse, per intenderci.
Ancora ronzanti e col cervello in loop per la title track, ci si trova all’ingresso di un tunnel oscuro che ha le atmosfere chimiche dei primi rave fine anni Ottanta, ma senza emergency exit: ti stende il groove di “Bite the Hand”, seconda traccia in Prodigy-style,  che ammicca parodisticamente all’epicità di un Bowie alla deriva.
A questo punto del disorientamento sonoro e concettuale arriva però – come un ristoro in pieno desert storm – la rauca e preziosa“Dark Rainbows”,  che culla e dondola arcobaleni oscuri alla soglia di crooner solitari e licantropi come Tom Waits e marzialità limitrofe a Kurt Weill. Il momento è breve, anche se intenso, e lo scompiglio giunge di nuovo improvviso sulle note di “Dirty Inside” e “Next Imminent Catastrophe”: tremori sonici stile Alec Empire, in cui Mr. Grieco tesse la propria tela di mantra e liturgie che non hanno ancora trovato una chiesa (e che mai probabilmente la troveranno, deo gratias!).

Non c’è ombra di dubbio che quell’ortopanoramica in copertina sia volutamente il modo più cool di porsi la domanda se sarà una risata o un ghigno a seppellirci.

Soul food alla bolognese

The Tunas – We Cut Our Fingers In July (Tre Accordi, 2008)

Seconda prova sulla lunga distanza per i bolognesi Tunas e – signori miei – tanto di cappello. Visti dal vivo un annetto fa, non mi avevano certo steso: nonostante avessero fatto uno show divertente, mancavano di quel non so che che fa la differenza, il dritto che ti mette al tappeto. Ecco, il dritto che ti mette al tappeto è We Cut Our Fingers In July.

Melodie pop, ritmiche selvagge, canzoni devastanti in bilico tra garage punk e soul. Insomma, quel non so che di cui sopra è tutto in questo album registrato da Matt, voce e chitarra dei Mojomatics: la produzione di We Cut Our Fingers In July è infatti perfetta, tanto perfetta da suonare – come dire? – americana.

Bella la zuccherosa “You Know You Should” e altrettanto bella la sguaiatezza r ‘n’ b di “Night Bobbin’”. Se fate abitualmente scorpacciate di Stax e Motown, Nuggets e Back From The Grave, Rolling Stones e Seeds, i Tunas sono tutti vostri: mezz’ora scarsa di Sixties rock and roll con tanto di tributo finale a Stevie Wonder e Wilson Pickett. Al prossimo live la prova del nove.

Glamorama rock

afterhourscover-300.jpgPrima Donna – After Hours (Acetate Records/Goodfellas 2008)

E’ stato amore a primo ascolto, e pure a prima vista. Perché questi cinque ragazzi californiani suonano rock and roll come Satana comanda. A parte il nome che definire killer è poco, i Prima Donna frullano i New York Dolls, gli Stooges dell’era Raw Power, il David Bowie di “Suffragette City” e tutti i cliché glamorama del caso.

Ci sono i quattro quarti schiaccia-sassi, i riff à la Chuck Berry e il sassofono che, inevitabilmente, ricorda Michael Monroe e gli Hanoi Rocks. After Hours è stato buttato sul mercato da un’etichetta, Acetate Records, che ha in catalogo gente del calibro di Nine Pound Hammer, Hangmen e Black Halos – una piccola istituzione della Los Angeles più marcia: chiaro il concetto?

Ascoltatevi il primo pezzo del disco, “Soul Stripper”, e poi ditemi un po’: ci rimanete secchi. La successiva “Demoted” è quasi beatlesiana e la conclusiva “Dummy Luv” è una canzonaccia in stile Rolling Stones anni Settanta… come se non bastasse, “I Don’t Want You To Love Me” è finita nella colonna sonora di Californication, il telefilm con David Duchovny scrittore scopadelico.

Per concludere in bellezza, sentite un po’ cosa succede il 15 dicembre: al Viper Room – Hollywood, proprio là dove è morto River Phoenix – suonano i Prima Donna e i loro zii Joneses, con tanto di contest di maglietta bagnata. Diventeranno famosi? Dubito fortemente, ma chissenefrega: Johnny Thunders, Richey James, Nikki Sudden e tutti gli altri approvano.

Lou Reed negli occhi di Bockris

lou-reed-libro.jpgVictor Bockris – Transformer, la vita di Lou Reed (Arcana, 2007)

Victor Bockris  è una specie di Bruno Vespa del giornalismo musicale, un traffichino sardonico con le mani in pasta ovunque, uno che ne ha viste di tutti colori. In poche parole uno che rimesta nel fango più fangoso, riportando le mille e una trama – con tanto di complessi intrecci – legate a vicende e personaggi rock.

Detto ciò: chi è il più fangoso, intrigantemente contorto, poliedrico, multipersonality, refrattario come due lenti a specchio e transformer di un rocker come Ludwig van Reed?

Insomma, è come se due bombe a orologeria avessero un rendez vous sulla 5th Avenue e si trastullassero sciorinando tutto l’almanacco rock dalla A alla Z, a suon di elettroshock infantili agli  albori della controcultura americana, anni sprecati alla Syracuse University e l’incontro con il poeta-guru Delmore Schwartz. E poi  il fertilissimo periodo di Sua Maestà  Warhol nella sua onnivora macelleria di talenti (la Factory), i beatnik, il free jazz di Ornette Coleman, l’incontro con l’intellighenzia avanguardista di La Monte Young e del figliol prodigo gallese John Cale, i seminali Velvet Underground, il sadomasochismo con la sua musa Nico femme fatale, l’istrionismo drogato e narcisista di un Lou solista, gli anni bui e disperati di Berlin, il bisexualismo con il Duca Bianco (produttore del capolavoro Transformer), l’eroina, la pelle flaccida del rock and roll animal metà anni Settanta, la devianza psicotica ma commerciale di “Sally can’t Dance”, la schizofrenia rumorosa di Metal Machine Music, il mormorio continuo morboso e schizoide dei suoi genitori – una specie di guinzaglio celebrale male allacciato con cui Mr Reed dovrà sempre fare i conti. Ché in fin dei conti, secondo il Reed-pensiero, la sua famiglia ha i connotati nefasti (ma solo un po’ più borghesi) della Manson family.

Tutta questa insalatina russa – o meglio newyorkese, preferibilmente di Coney Island – inframmezzata da interviste al limite dell’ impossibili tra Lou e William Burroghs, lo sbeffeggio di critici e i musicisti del settore (esilarante e grottesco in tal senso il rapporto amore-odio con l’indimenticato Lester Bangs) e altri svariati aneddoti sadomaso, o le cattiverie verso colleghi celebri quali Jim Morrison o la stessa Nico. Avventure e disavventure amorose fino alla stabilità trans gender con la celebrale musicista Laurie Anderson e – infine – il Lou Reed rugoso, riflessivo, cameo-man di tanti film esistenzialisti e grotteschi come la sua vita ineffabile, fluttuante, transformer.

Forse coniare l’aggettivo “reediano” o “à la Lou Reed”  in ambito dell’antropologia/sociologia metropolitana non sarebbe così inappropriato, dato il personaggio che ha letteralmente ridisegnato le architetture mentali del rock and roll  e del modo di comportarsi  nei villaggi (possibilmente degradati e marginali) urbanizzati di questo pianeta.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: