Cingomme al Rock

bubblegum-mark_lanegan_480.jpgMark Lanegan Band – Bubblegum (Beggars Banquet,  2004)

Quando iniziò a cantare senza l’accompagnamento di strumenti, la gente si accorse di colpo di quanto magica fosse quell’ambientazione per un festival di musica alternativa: eravamo nel parco della fortezza di Urbino, una notte calda di agosto del 2002.
Mentre finivo l’ennesima birra acquistata al bar del festival Frequenze Disturbate ero, anch’io come gli altri, ipnotizzato da lui, la meraviglia sul palco e cioè Mark Lanegan e la sua band.

Quella sera il concerto non solo fu perfetto e coinvolgente, ma mi ricordò che il Rock, quello vero e originale e non il contenitore di tutti i generi che non si sanno etichettare bene (confondendolo magari con il pop), è un’alchimia che ha bisogno d’interpreti veri, di persone autentiche, meglio se sghembe. Ci vuole carattere e un generale senso d’insofferenza nei confronti del conformismo per salire sul palco e far esplodere, lavorando per anni sulle stesse linee melodiche e giri d’accordi, l’essenza vera dell’emozione, della partecipazione all’atto e farla diventare ogni volta diversa. Ripensavo a tutto questo quando sull’iPod mi è capitato, in modalità casuale, Bubblegum l’album della Mark Lanegan Band appena successivo al periodo di quel famigerato concerto.
L’ho riascoltato con attenzione, come un amico che non sentivi da tempo, e devo confermare che questo album, se davvero amate il Rock, non può mancare nella vostra collezione. Gli elementi di stile del genere ci sono tutti a partire dalla intro “When Your Number Isn’t Up” con il suo incedere lento da Rock-Blues rallentato all’eccesso che può ricordare Tom Waits, e questo paragone regge anche in altri pezzi come  “Wedding Dress”  e “Methamphetamine Blues” (il Waits di SwordFishTrombones ad esempio), grazie alla somiglianza del tono di voce tra i due grandi interpreti, soprattutto quando Lanegan raschia le corde per raggiungere dei livelli di tono molto bassi.

Ed è sempre la sua voce la vera protagonista di Bubblegum – come in tutti gli album in cui compare Lanegan a onor del vero – sia da sola e sia in compagnia di PJ Harvey nei due brani “Hit the City” e “Come to Me”. E’ facile lasciarsi ammaliare da questo strumento in grado di scaldare l’animo in ballad strappacuore da western moderno come “Out of Nowhere” o lasciarsi mesmerizzare da “Can’t Come Down” e “Like Little Willie John” dei pezzi al confine della psichedelia.  Se poi cercate capolavori i vostri indiziati potrebbero benissimo essere uno tra il già citato “Come To Me”, “Strange Religion” e “Morning Glory Wine” in cui Lanegan si trasforma nel Jim Morrison del 2000. L’unico pezzo abbastanza lontano dallo stile della casa è forse “Head” uno strano electro pop rock molto più affine a gruppi come Dandy Warhols e EELS, ma comunque gradevole.
Non mancano ovviamente pezzi movimentati come “Sideways In Reverse” e “Driving Death Valleys” che ricordano molto i Q.O.T.S.A. e la cosa non è poi così strana visto che in questo album ci sono anche Nick Olivieri e Josh Homme tra i tanti turnisti famosi che accompagnano Lanegan nel suo percorso musicale.
E a ripensarci, anche quella sera a Urbino, Mark Lanegan era accompagnato sul palco dai due componenti dei Q.O.T.S.A. Da lì a pochi giorni poi, gli avrebbe ricambiato il favore, entrando nella line-up che registrerà quel capolavoro Rock che è Song for the Deaf. Ma questa è un altra storia…

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