Al cinema con gli Stones

SHINE A LIGHT (un film di Martin Scorsese, 2008)

Se non avete mai potuto assistere a uno show degli Stones dal vivo, andate a vedere questo film, sarà un po’ come farsi un regalo da sceicco: allestire in fretta e furia uno spettacolo domestico ed esclusivo delle Pietre Ruzzolanti, dritti nel proprio salotto – e se avete un monolocale va bene anche piazzarli in cucina o al cesso!
Facilmente alla fine del film-concerto vi sembrerà di esser stati sul palco insieme alle leggende linguacciute del rock and roll, sotto riflettori roventi e l’impietoso sguardo delle centinaia di macchine da presa dislocate da Martin.
Ci si trova, in ogni caso, davanti a un film magistrale. Niente a che fare con l’ultima ondata di rockumentary, documentary, monumentary etc. etc. che infestano sale e multisala: qui ci sono gli Stones, i primi piani incessanti sulle rughe e le dentature fasulle di Mick e Keith, le loro smorfie, i ghigni, il fumo che esce diabolicamente dalla Telecaster di Keith quando si intreccia con la Gibson di Buddy Guy, quel fare flemmatico e jazz da british landlord del Sig. Watts, le vene collassate di Ron Wood mentre countreggia con la slide, la sorprendente timidezza di Jack White (White Stripes) mentre duetta in una sublime “Loving Cup” accanto a Mr Sympahty for the Devil , la zoccolaggine esibizionista e mainstream di Christina Aguilera in “Live With Me“.

Senza troppo indugiare sugli arcinoti classici stonesiani o sull’involontario compiacimento rodato da un quarantennio da migliori artefici di rock and roll sulla piazza, riducendo al minimo indispensabile i filmati di repertorio con tanto di interviste stile Mai dire Rolling Stones, il binomio Stones-Scorsese fa scintille. Il regista italoamericano, di sicuro non di primo pelo in fatto di scenari rock-diabolici (The Last Waltz, 1978), supera i precedenti lavori visivi “stonati”, Godard e Altamont compresi: in Shine a Light sembra assecondare la logica richardsiana secondo cui “il palco si sente”, nel senso che va vissuto pienamente. Ecco: le pietre rotolano ancora sul palco, nonostante qualche affanno e qualche acciacco di troppo, e quello che fanno fuori – vizi e stravizi inclusi – non è parte del rock… lo si lasci a Novella 2000. It’s only rock and roll, but we like it.

Nikki Sudden: the book

suddenbook.jpgTanto per agevolare la digestione dei lauti pranzi natalizi e festivi, beccatevi la news che – per qualche secondo – mi ha rischiarato questa fine d’annus terribilis.
E’ uscita – per Arcana, collana Exit – l’autobiografia del defunto Nikki Sudden, menestrello del rock’n’roll, cult hero, nomade e artista di razza. Un tomo da più di 500 pagine con un inserto fotografico (purtroppo piccolino, in proporzione alle dimensioni dell’opera), che percorre l’esistenza di Sudden dall’infanzia agli ultimi giorni di vita.

Ovviamente, appena l’avremo letto (ok, l’avrò letto: il plurale che dà tanto l’idea di “redazione” è ridicolo), scatterà la recensione. Per ora – dopo le prime pagine, l’impressione è netta e duplice:
– figata, questo è il metallo prezioso di cui son fatte le corde delle chitare dei guerrieri del rock
– ma che suicidio è mettere in commercio un tomo così su uno che in Italia avrà venduto 3000 dischi in 30 anni?

More to come.

Jeffrey’s Blues

Jeffrey Lee Pierce suona “Alabama Blues” in versione chitarra e voce. Un vecchio blues per un rocker maledetto.

Telecaster: da Muddy Waters ai Franz Ferdinand

cover-libro_sei-decadi-di-fender-telecaster.jpgTony Bacon – Sei decadi di Fender Telecaster (Casale Bauer, pp. 144, 35,00 euro)

Forse non tutti sanno che il marchio più famoso di chitarre al mondo è nato sul finire degli anni Trenta a Fullerton, un’anonima cittadina nei pressi di Los Angeles. Dietro al negozietto di riparazioni elettroniche e strumenti musicali chiamato Fender Radio Service, il proprietario Leo Fender aveva attrezzato una fatiscente baracca di lamiere dove sperimentava la costruzione di strumenti musicali e produceva lap-steel e amplificatori dopo l’orario di lavoro, obbligando spesso i suoi collaboratori a tirare avanti tutta la notte.
Questo ex impiegato delle autostrade statali ed ex venditore di pneumatici col pallino dell’elettronica – ricordato come un perfezionista, uno stacanovista e un ipocondriaco di serie A – lavorò durante tutti gli anni Quaranta per mettere a punto la prima chitarra elettrica solidbody della storia.

Erano anni duri, quelli. Il ricordo spettrale della grande depressione e il fallimento sempre dietro l’uscio della sua baracca/laboratorio non lo scoraggiarono affatto. Arrivò così al 1950 con in mano il primo prototipo di Telecaster che, in realtà, all’inizio si chiamava Esquire e poi Broadcaster, nome abbandonato per l’omonimia con un modello di batteria della Gretsch.
Qui urge una spiegazione: nel periodo di transizione tra Broadcaster e Telecaster, mentre si cercava un nuovo nome, la Fender tolse dalla paletta della chitarra l’etichetta che indicava il modello. Quegli esemplari, ribattezzati dai collezionisti Nocaster, sono oggi rarissimi e valgono un botto. Alla fine la scelta del nome ricadde su Telecaster anche perché, come ricorda un collaboratore della Fender, “Agli albori della TV, il negozio di Leo era probabilmente l’unico posto in città ad avere dei televisori, e lui era solito metterne uno in vetrina, rivolto verso la strada, con l’altoparlante fuori: la sera la vetrina si riempiva di gente che guardava il wrestling o qualunque programma passassero. A volte era magari freddo e c’era la nebbia, ma era sempre pieno di gente”.

pubblicita-fender.jpgNe è passata di acqua sotto ai ponti dalla Esquire dei primi anni Cinquanta, bianca con battipenna nero, suonata da un giovane e irriconoscibile B.B. King oppure dalla Telecaster del ’57 con battipenna bianco e tastiera in acero che accompagnò Muddy Waters per il resto della sua carriera. Così come è passato un fracco di tempo da “The Train Kept A-Rollin’” del Rock’n’Roll Trio e “I Walk The Line” di Johnny Cash, due canzoni di quel decennio segnate dal Telecaster sound che hanno cambiato la storia della popular music. Ma la storia era ancora di là a venire.

Dopo aver seminato bene per tutti gli anni Cinquanta, ci fu finalmente il vero boom sulla scia lunga della rivoluzione rock’n’roll: basti pensare che nel 1964 l’azienda impiegava circa 600 persone. La Fender ebbe la geniale idea di utilizzare le scintillanti vernici del mercato automobilistico (per esempio il Fiesta Red, mutuato dal colore di una Ford Thunderbird del ’56) e contestualmente iniziò a esportare verso il mercato inglese. Tutto ciò convinse nel 1965 la CBS Corporation ad acquisire l’azienda per la cifra record di 13 milioni di dollari.

keith-richards.jpgNei Sixties i telecasteristi doc furono molti, da Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page, che curiosamente si avvicendarono negli Yarbirds, fino a quel geniaccio di Syd Barret. E a proposito di fiori, droghe e viaggi lisergici, nel 1968 la follia psichedelica contagiò anche la Fender che pensò bene di applicare carta da parati e motivi floreali su due modelli, precisamente il Blu Flower e il Paisley Red, quest’ultimo portato alla ribalta dal chitarrista di Elvis Presley, Ricky Nelson. Come si sa i Beatles non furono mai dei fenderisti, eppure in qualche modo contribuirono al suo successo proprio durante il loro mitologico epilogo, ovvero nell’ultimo concerto del gennaio 1969 sui tetti della Apple di Londra quando George Harrison imbracciò una bellissima Rosewood Telecaster con il corpo in palissandro grezzo. Stesso discorso vale per Pete Townshend, noto per essere un rickenbackerista, ma che non disdegnò la Tele con un pick up aggiunto tipo Stratocaster.
I Settanta sono ritenuti dai collezionisti come gli anni peggiori dal punto di vista qualitativo della produzione Fender; d’altronde il vecchio Leo era stato messo alla porta e lavorò prima per la Music Man per poi fondare nel ’79 la G&L con il suo vecchio collaboratore George Fullerton. Tuttavia Keith Richards suonò spesso una Telecaster Custom così come Andy Summer dei Police e Robby Robertson della Band. Inoltre la vecchia Telecaster plasmò le sonorità funk di “Sex Machine” di James Brown, della hit del glam rock “Hot Love” dei T-Rex e finì persino sulla copertina di Born To Run di Bruce Springsteen. Neanche il punk rimase indifferente al suo magnetico fascino, da Joe Strummer che la maltrattò e la rattoppò con gli adesivi fino all’icona del pub rock Wilko Johnson dei Dr Feelgood.

joe-strummer.jpgAll’inizio degli anni Ottanta, per fermare l’epidemia di copie provenienti dal Sol Levante, venne fondata la Fender Japan e un paio d’anni dopo fu varata la serie Fender Vintage Reissue – a seguito del primo boom del vintage che nel 1983 portò un pazzo a spendere la cifra folle di 3.000 dollari per una Telecaster del ‘54.
Nello stesso periodo, per commercializzare le Fender giapponesi in Europa, si diede vita alla sottomarca economica Squier che prese il nome da una vecchia azienda produttrice di corde acquistata negli anni Sessanta. L’impero Fender divenne così a tutti gli effetti una multinazionale e la patente gli fu idealmente consegnata da quel simpaticone di Freddy Mercury, che imbracciò la sua bella Tele all’inizio del concerto dei Queen al Live Aid di fronte a un miliardo e mezzo di telespettatori.
La Telecaster fu persino sdoganata in ambito jazz dal chitarrista di Miles Davis, Mike Stern, eppure gli affari iniziarono a vacillare.

La CBS vendette baracca e burattini e, come succede sempre, furono proprio i burattini a farne le spese tanto che da 800 dipendenti ne rimasero un centinaio scarso. Meno male che la linea di produzione giapponese riuscì ad ammortizzare il colpo, anzi divenne proprio la linfa vitale per la Fender americana che poco dopo si tirò su con il Fender Custom Shop, nato per costruire pezzi unici come la Telecaster Thinline mancina in foam green commissionata da Elliot Easton dei Cars.
Gli anni ’90 sono stati segnati dalla produzione messicana e ancor più dalla riscoperta della Telecaster da parte dei musicisti alternativi come Graham Coxon, Frank Black, Beck, Jeff Buckley e Thom Yorke. Nel frattempo il vintage tornò a tirare più della gnocca e la Fender andò oltre la semplice riproduzione dei vecchi modelli cacciando dal cilindro la linea Relic, ovvero chitarre molto vissute ed invecchiate ad arte con tastiera consumata, hardware ossidato, ecc.

thom-yorke.jpgAncora oggi, in questi tragicomici anni 00, la Telecaster tiene duro e mantiene il suo forte appeal sulle generazioni dei nuovi musicisti indie rock che strizzano l’occhio al mainstream: Alex Kapranos dei Franz Ferdinand e Kele Okereke dei Bloc Party sono soltanto la punta dell’iceberg. Insomma, come abbiamo visto parte della storia è stata già scritta ma lungi dall’essere terminata.
Se come me siete rimasti affascinati da questa favola a cui manca il finale, nel volume Sei decadi di Fender Telecaster di Tony Bacon (Casale Bauer, pp. 144, Euro 35,00) troverete molti, interessanti particolari della lunga storia della Telecaster riassunta in questo articolo. Il grande formato del volume (22 x 27,5 cm) ha permesso all’autore di riprodurre fedelmente belle foto e preziosi cataloghi dell’epoca. In più le ultime pagine sono occupate da un utilissima ”Lista di riferimenti” con le informazioni su tutti i modelli di Telecaster prodotti nel mondo (USA, Giappone, Messico, ecc.) dal 1950 al 2005.
Visto che il Natale è alle porte, questo sì che sarebbe un regalo da paura per qualsiasi chitarrista e, più in generale, per qualsiasi amante del r&r. Come si dice, veniteci pensando.

Roba, fede e un po’ di noia

fedeli.jpgBruno Panebarco – Fedeli alla roba (Stampa Alternativa, 2004)

L’epopea della porta accanto. L’avventura di uno che abbiamo incontrato per strada milioni di volte. Gli abbiamo anche allungato qualche spicciolo o lo abbiamo mandato affanculo quando si faceva troppo insistente e aggressivo. In queste 270 pagine autobiografiche, infatti, è raccontata la storia di uno dei tantissimi ragazzi degli anni Settanta e Ottanta, quelli che hanno imboccato la strada dell’ago e della siringa.

Il sottotitolo del libro parla di “naufragio generazionale”… e un naufragio lo è di sicuro, ciò che è minuziosamente – nonostante i vuoti di memoria e la confusione dei ricordi – descritto in queste pagine. Magari non di un’intera generazione (quella appena precedente la mia), ma di molti certamente. Non a caso leggendo ho rivisto persone che giacevano dimenticate nel mio passato, rivissuto sensazioni e ricordi, ri-respirato certe atmosfere.

Fedeli alla roba parte fulmineo, ti molla una scossa potente e non riesci a staccarti. Le memorie di un ragazzetto adolescente negli anni Settanta sono una vera e propria droga loro stesse… e poi i primi sballi, le prime uscite, la musica…
Tutto diventa più pesante, fino a sfiorare la noia – purtroppo – quando arriva la scimmia vera, quella grossa e totalizzante. Allora tutto diventa prevedibile, farraginoso, confuso e, diciamolo, squallido. Forse era l’intento di Panebarco, che chiaramente non vuole mitizzare i propri anni di tossicodipendenza, ma – al contrario – sottolinea come l’abbiano portato alla consapevolezza che era meglio smettere. Eppure, da lettore un po’ cinico e da appassionato di storie rock’n’roll, man mano la mitologia scema e si precipita nella routine.

Unico guizzo, nella seconda parte, il capitolo dedicato alla band dei Prostitutes, gruppo di gran sconvoltoni maledetti. E poi… e poi immancabile finale di redenzione con la comunità e il rientro nei ranghi. Che onestamente non mi è piaciuto. Troppo da manuale, come una lezione sulla disintossicazione recitata meccanicamente.

Peccato davvero, perché fosse rimasto tutto sui livelli delle prime 100-120 pagine, sarebbe un libro indimenticabile.

Quel gentleman di Jesse

cover-gentleman-jesse-his-men.jpgGentleman Jesse & His Men – s/t (Douchemaster, 2008)

Chi c’ha l’occhio fino, certi dischi li sgama dalla copertina. E questa che fa il verso a This Year’s Model di Elvis Costello non lascia alcun dubbio: si tratta di un album power pop. Per dirla tutta… un grande album power pop di una band nata da una costola dei Carbonas, punkrockers incalliti che menavano fendenti a destra e a manca. I gentiluomini vengono da Atlanta – lo stesso postaccio dei Black Lips – e s’intuisce sin dalla clamorosa doppietta iniziale “Highland Crawler” e “Black Hole” che hanno messo a frutto come meglio non si sarebbe potuto le ripetizioni di maestri del calibro di Paul Collins e Peter Case.

L’album è pervaso da una purezza sconvolgente, melodie cristalline e un tiro della madonna equamente distribuiti su tutti e 13 i pezzi che, tanto per dire, spazzano via in un secondo le paraculate dei “ballerini” Ok Go. Se non fosse una bestemmia questo disco sarebbe etichettato “pop rock”, ma di quello intelligente e cazzuto che in un mondo normale scalerebbe le classifiche a spron battuto. La scanzonata freschezza pop’n’roll di “All I Need Tonight (Is You)”, le chitarre paisley di “Butterfingers”, il passo soul di “I Get So Excited” e la ballata liquida “Sidewalks” potrebbero tranquillamente essere targate 1979, ma “trent’anni dopo” c’hanno ancora il potere di scrostare merda dalla superficie.
Scommetto che Gene Gnocchi ne andrebbe pazzo, ma forse lo è già.

E dopo questo chi parla più…

AC/DC, giovanissimi, un po’ sfigati pure. Il clip di “It’s a long way to the top if you wanna rock’n’roll“. Zitti tutti.

Cingomme al Rock

bubblegum-mark_lanegan_480.jpgMark Lanegan Band – Bubblegum (Beggars Banquet,  2004)

Quando iniziò a cantare senza l’accompagnamento di strumenti, la gente si accorse di colpo di quanto magica fosse quell’ambientazione per un festival di musica alternativa: eravamo nel parco della fortezza di Urbino, una notte calda di agosto del 2002.
Mentre finivo l’ennesima birra acquistata al bar del festival Frequenze Disturbate ero, anch’io come gli altri, ipnotizzato da lui, la meraviglia sul palco e cioè Mark Lanegan e la sua band.

Quella sera il concerto non solo fu perfetto e coinvolgente, ma mi ricordò che il Rock, quello vero e originale e non il contenitore di tutti i generi che non si sanno etichettare bene (confondendolo magari con il pop), è un’alchimia che ha bisogno d’interpreti veri, di persone autentiche, meglio se sghembe. Ci vuole carattere e un generale senso d’insofferenza nei confronti del conformismo per salire sul palco e far esplodere, lavorando per anni sulle stesse linee melodiche e giri d’accordi, l’essenza vera dell’emozione, della partecipazione all’atto e farla diventare ogni volta diversa. Ripensavo a tutto questo quando sull’iPod mi è capitato, in modalità casuale, Bubblegum l’album della Mark Lanegan Band appena successivo al periodo di quel famigerato concerto.
L’ho riascoltato con attenzione, come un amico che non sentivi da tempo, e devo confermare che questo album, se davvero amate il Rock, non può mancare nella vostra collezione. Gli elementi di stile del genere ci sono tutti a partire dalla intro “When Your Number Isn’t Up” con il suo incedere lento da Rock-Blues rallentato all’eccesso che può ricordare Tom Waits, e questo paragone regge anche in altri pezzi come  “Wedding Dress”  e “Methamphetamine Blues” (il Waits di SwordFishTrombones ad esempio), grazie alla somiglianza del tono di voce tra i due grandi interpreti, soprattutto quando Lanegan raschia le corde per raggiungere dei livelli di tono molto bassi.

Ed è sempre la sua voce la vera protagonista di Bubblegum – come in tutti gli album in cui compare Lanegan a onor del vero – sia da sola e sia in compagnia di PJ Harvey nei due brani “Hit the City” e “Come to Me”. E’ facile lasciarsi ammaliare da questo strumento in grado di scaldare l’animo in ballad strappacuore da western moderno come “Out of Nowhere” o lasciarsi mesmerizzare da “Can’t Come Down” e “Like Little Willie John” dei pezzi al confine della psichedelia.  Se poi cercate capolavori i vostri indiziati potrebbero benissimo essere uno tra il già citato “Come To Me”, “Strange Religion” e “Morning Glory Wine” in cui Lanegan si trasforma nel Jim Morrison del 2000. L’unico pezzo abbastanza lontano dallo stile della casa è forse “Head” uno strano electro pop rock molto più affine a gruppi come Dandy Warhols e EELS, ma comunque gradevole.
Non mancano ovviamente pezzi movimentati come “Sideways In Reverse” e “Driving Death Valleys” che ricordano molto i Q.O.T.S.A. e la cosa non è poi così strana visto che in questo album ci sono anche Nick Olivieri e Josh Homme tra i tanti turnisti famosi che accompagnano Lanegan nel suo percorso musicale.
E a ripensarci, anche quella sera a Urbino, Mark Lanegan era accompagnato sul palco dai due componenti dei Q.O.T.S.A. Da lì a pochi giorni poi, gli avrebbe ricambiato il favore, entrando nella line-up che registrerà quel capolavoro Rock che è Song for the Deaf. Ma questa è un altra storia…

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