Nixon, ora: you know what I mean?

nixonnowcd.jpgNixon Now – Altamont Nation Express (Elektrohasch Records, 2005)

E’ vero, lo spirito degli Stooges originari alberga in qualsiasi band di diciottenni annoiati che prendono per la prima volta in mano gli strumenti con l’ispirazione delle sole onde cerebrali piatte. Ma la forma, quella si trova ad Amburgo. I depositari sono quattro tedeschi fuori sincrono col mondo, che alle soglie del 2000 decidono di riprodurre alla lettera il suono della Detroit del 1969. Sponda Ann Arbor. Un mondo che nasce con gli Stooges e muore con gli MC5. E basta.
I Nixon Now nascono in Germania nei medi anni Novanta, ma sono totalmente immersi nella controcultura americana di fine Sessanta. E lo sottolineano a colpi di rumoroso boogie,  di selvaggio beat tribale, di ipnotico garage moccioso.

Esattamente come gli Stooges del disco degli esordi, dal quale pescano a minchia piena. Altamont Nation Express, il secondo disco del 2005, corregge il tiro rispetto al primo Solution Revolution del 1999, pur pregevolissimo esempio di real Rock’n’Roll di matrice detroitiana che pagava lo scotto di una derivatività ai limiti della fotocopia.
In sei anni, dal 1999 al 2005, i Nixon Now diventano una macchina da guerra ben rodata, con una potenza di fuoco inversamente proporzionale al tasso di modernità al quale anelano, vicino allo zero assoluto. E quindi via di stivaletti a punta e giubbotti di pelle, di copertina ammiccantemente vintage, di uso ed abuso pop della bandiera americana, di atmosfere di tensione e guerriglia, di psichedelica anfetaminica, di stordimento, di stranimento spaziotemporale. I Nixon Now non  vivono nel passato. Sono il passato.
Altamont Nation Express inizia con la bordata di “Revolver”, vicinissima a certi Mudhoney degli esordi (non a caso anche loro pesantissimamente innamorati dei quattro di Detroit). Tanto per mettere le cose in chiaro, gli strumenti entrano all’unisono, e si schiodano dal riff solo in occasione dell’acidissimo assolo. Un calcio nelle palle, di tacco. E non è che l’inizio. Gli stoogesismi pesanti, però, si iniziano ad appalesare con la seconda, “Today is the Day”.  Stop and go, chitarre lasciate a fischiare contro gli amplificatori, ironia zero, noia mille, palle quadrate diecimila. Diecimila ettari. L’unica caduta di tono di un disco altrimenti frustrante per chi almeno una volta nella vita abbia anelato al magnetismo di 1970, è il pseudo-stoner di “Bad World”, episodio francamente imbarazzante che non trova alcuna giustificazione nel contesto di gemme fuzz che lo circondano. E che tornano a risplendere con il vertice assoluto del disco: quattro pezzi che uccidono, pronti per essere Nixonizzati.
Shake fossilizza il riff di “Tv Eye” in un blocco di lava e lo consegna all’eternità, “Car Wash” eleva la monotonia a forma d’arte scivolando verso abissi nerissimi, “Burning Down The Neighborhoods” riesuma il cadavere di Jimi Hendrix e lo fa copulare con i Sonics, “Altamont Express Nation” fa a meno delle parole e spazza via i resti di materia cerebrale che restano come solo i bootlegs degli MC5 hanno mai fatto. Il cavernicolismo citazionista trova nuove vette di perversione.
Se “I Live In A Car” e “Madman”, pur ottimi brani, impallidiscono in confronto ai quindici minuti di apocalisse appena terminati, la rilettura del classico dei Thin Lizzy, “The Rocker”, riesce a dare ulteriore pepe all’originale, impresa nella quale avevano miseramente fallito i Metallica rifacendo “Wiskey In The Jar”.  E se “Fastest Thing” e “I Can Boogie” si assomigliano un po’ troppo, diventando una unica e nervosa cavalcata di otto minuti scarsi, prima di chiudere i Nixon Now decidono di rompere una volta ancora il culo al mondo. “Brian Jones” azzecca in meno di due minuti uno dei testi più azzeccati della storia ed un riff che non lascia prigionieri (He’s the rock’n’roll shinest star/he take drugs and play guitar/his name is Brian Jones/he’s in the Rolling Stones/died in 1969/on sleeping pills and wine/died in his swimming pool/the godfather of cool), “Electric Teenage Nuernburg” è uno strumentale che corre a perdifiato verso la morte più o meno come la “chicken run” di James Dean in Rebel Without A Cause.

Soprattutto nei testi, Solution Revolution si pasceva di slogan triti e ritriti, di assonanze già sentite, di attitudine vecchia, di concetti decrepiti, di immagini sfocate e lontane nel tempo; Altamont Nation Express continua sulla stessa strada, ma a un livello decisamente siderale, irragiungibile per qualsiasi band moderna. Questione di modelli. E chiedere di meglio, oggi, proprio non si potrebbe.

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