I Am Kloot… again!

moolah.jpgI Am Kloot – Play Moolah Rouge (Skinny Dog, 2008)

Ci avevano lasciato un po’ straniti  con Gods And Monsters, la loro ultima fatica in studio, nell’ormai lontano 2005. Sicuramente non la loro prova migliore, visto che parliamo di un gruppo che ha saputo comporre canzoni bellissime. Adesso tornano con Play Moolah Rouge a proporre tutto il loro repertorio fatto di musica inglese suonata bene.

In questo album troverete tutti i loro cliche e anche i tic più famosi di questo trio di Manchester. Se non li conoscete nessun problema: date un’occhiata a una loro “minigrafia” uscita su Black Milk un paio di mesetti fa.
Lo ammetto: sono di parte. A me gli I Am Kloot piacciono tanto e così quando ho iniziato ad ascoltare Play Moolah Rouge ero pieno di buone speranze e di cattive ansie: è sempre brutto essere delusi dai propri paladini, no?
Ma, per mia fortuna, questo album svolge egregiamente il suo compito e smarca definitivamente il gruppo dalla scena inglese del momento, ritagliandogli una nicchia popolata esclusivamente da loro: citofonare I Am Kloot, astenersi Babyshambles (Chi?) e altri perditempo.  Per essere sicuri che c’intendiamo, siamo molto più vicini ai Supergrass di Road to Caen che alla nouvelle vague inglese di gruppi come Klaxons e Kaiser Chiefs.
Adesso si può davvero dire che il loro suono è diventato il loro suono, così che ascoltando pezzi come “Chaperoned” , “Ferris Wheel” o “Hey Little Bird” avrete subito la sensazione di ascoltare gli I Am Kloot. Questi sono tutti pezzi molto belli e vari: si passa dal brano lievemente elettrico che cresce sino al parossismo, alla ballad mai troppo melensa e – anzi – molto delicata. Non mancano i momenti più movimentati  (ma non aspettatevi di pogare…) come l’apertura di “One Man Brawl”, “Someone Like You” e “The Runaways”, che avrebbe tranquillamente potuto entrare nella colonna sonora di Quattro matrimoni e un funerale.

L’album presenta anche canzoni più cantautorali, alla Damien Rice o Tom McRae: “Suddenly Strange”, “Down at the Front” e “At the Sea”.
Non manca neppure il piccolo capolavoro con “Only Role in Town” (anche il già citato “At the sea” ci va molto vicino).
Che dire in più? E’ proprio bello ascoltare un gruppo che ha il coraggio di non seguire la moda del momento. Certo, proprio per questo gli I Am Kloot non avranno mai un successo devastante ma questo, forse, è un motivo in più per volergli bene.
Intendiamoci: se vi piace il rock dai suoni sporchi e la batteria secca in 4/4  allora non ascoltateli; o meglio, fatelo solo se avete possibilità di far andare Play Moolah Rouge un po’ di volte sullo stereo, magari pensando a tutte quelle cose importanti della vita su cui ogni tanto è bello poter riflettere, come ad esempio il calcio, le donne e – ovviamente – l’alcool.

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1 Commento

  1. Arriviamo… forse… sì, dai :: Black Milk | Freak magazine

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