The Official Punk Rock Book of Lists!

lists.jpgHandsome Dick Manitoba & Amy Wallace –  The Official Punk Rock Book of Lists (Backbeat Books)

I Replacements hanno deciso di chiamarsi così perché rimpiazzavano sempre qualche band che dava buca all’ultimo minuto. Il numero dei Blink 182 corrisponde invece alla quantità di fuck pronunciati da Al Pacino in Scarface. Devo è ovviamente l’abbreviazione di devolution mentre, per rimanere in Ohio, i Dead Boys presero il nome da un verso dalla “Down In Flames” dei loro antenati Rocket from the Tombs: “dead boy, running scared”…

C’è chi adora l’aneddotica e chi si bagna per le liste: questo libro, The Official Punk Rock Book of Lists, soddisfa entrambi gli schieramenti mettendo in fila sei capitoli – più o meno 300 pagine (16,95$, Backbeat Books) – di curiosità stuzzicanti e classifiche squisitamente inutili. Gli autori dell’opera, uscita ormai un annetto fa, sono Amy Wallace – giornalista con un altro paio di volumi del genere alle spalle – e nientepopodimenoche Handsome Dick Manitoba – voce dei Dictators.

La Wallace e Manitoba hanno affidato un tot di liste a personaggi del calibro di Arturo Vega, Jayne County, Bob Gruen e via di questo passo. Così, scopriamo che i tre chitarristi preferiti da Kid Congo Powers sono, in ordine crescente, Marc Bolan, Poison Ivy e Bo Diddley. I bassisti modello per Jeff Ament dei Pearl Jam? Jah Wobble, Bruce Foxton e, ovviamente, Dee Dee Ramone. I pezzi della Motown preferiti da Michael Davis? “What’s going on” di Marvin Gaye, “Look What You’ve Done” di Smokey Robinson & the Miracles e “Contract on Love” di Stevie Wonder.

Ora, venendo alla squisita inutilità del tutto, uno potrebbe anche pensare “e chi se ne frega degli assoli di chitarra preferiti da Gilby Clarke dei Guns and Roses?!?”… vero, verissimo, ma è proprio per questo motivo che The Official Punk Rock Book of Lists merita un posto nella vostra libreria, con la scritta gialla su sfondo nero – sì, i colori e la grafica tutta sono un tributo a Road to Ruin dei Ramones – in mezzo a tutti gli altri libri, tra Please Kill Me e From The Velvet to the Voivods. Ci sono, uno dietro l’altro, 13 punk morti d’overdose (da Malcolm Owen dei Ruts a GG Allin) e 21 punk morti per altre ragioni (Joe Strummer – attacco di cuore, Killer Kane – leucemia, Kurt Cobain – suicidio o omicidio?), poi i vari modi di ballare punk – dal pogo all’aerobica punk rock – le pettinature punk – dal cranio rasato al mullet – e i Do’s e Don’ts del vestiario punk…

Insomma, tra sei vomitate epiche, nove sputi d’antologia e chissà quanti menù da evitare in tour suggeriti da Jon Spencer, qualcuno si prende sul serio (e di questi potremmo pure fare a meno, ), qualcun altro regala grasse risate. Tutto lo spirito del libro sta nella classifica stilata da Handsome Dick Manitoba a pagina 84, le sue cinque pizze preferite: al secondo posto la soppresotta – scritto proprio così: soppresotta. Comprate la soppresotta dal vostro salumiere di fiducia, la portate in pizzeria e chiedete al pizzaiolo di piazzarla sulla vostra pizza; se non vi accontenta – o se vi chiede dei soldi extra per farlo – Manitoba consiglia di cambiare pizzeria.

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Jacobites: videoclip!

Jacobites d’annata (r.i.p. Nikki Sudden) con il clip di “Don’t you ever leave me“. Godeteveli…

Star tossiche, blues e teppa

cover-movie-star-junkies.jpgMovie Star Junkies – Melville (Voodoo Rhythm, 2008)

Non conosco a fondo la discografia dei Movie Star Junkies composta, per la cronaca, da una cassetta, due 7” e un 10” split con i francesi The Feeling of Love. Così come non ho ben chiaro chi sta dietro al progetto. So solo che si tratta di una band abbastanza aperta, che qualcuno ha suonato nei surfers Braccobaldos, che ora al basso c’è Nene – Honey Don’t e Vermillion Sands – e che i ragazzi performano spesso e volentieri nei posti più malfamati d’Europa: tanto per dire, i primi di novembre partiranno per l’ennesimo tour che toccherà Svizzera, Germania e Francia.

Pur essendo un appassionato cronico di rock and roll italiano, non saprei spiegarvi il motivo di questa mia svogliatezza nei confronti della band sabauda. Sarà, forse, che ultimamente mi sono dedicato più a La Talpa e all’Isola dei Famosi? Potrebbe essere.
Sta di fatto che i Movie Star Junkies mi hanno gentilmente spedito il loro primo album e ho, così, potuto colmare questo colpevole gap. Si tratta di un discodavvero “pesante”, ma nella migliore accezione possiate immaginare. È pesante il cartone lucido della copertina, la bustina interna che riporta i testi, la grammatura del vinile, la storia dell’etichetta che lo ha stampato e – soprattutto – il peso specifico di ognuna delle 11 canzoni che compongono questo concept dedicato a Herman Melville.
Invero è pesante anche il mood generale che rimanda al Nick Cave dei Birthday Party e ai mai troppo osannati Gun Club. Una meravigliosa pesantezza vieppiù sconosciuta agli italici rockers.

Non c’è evasione da queste parti. Non c’è il punk rock che fa crock crock, non ci sono All Star dai colori accecanti e nemmeno un grammo di forzata ilarità. C’è qualcosa di molto meglio. La beatitudine di vetri che vanno in frantumi lentamente. Lo scalpitio di cavalli azzoppati. Le campanelle dei giochi d.i.y. dei nostri genitori. Il suono lontano di un film western su un vecchio televisore in bianco e nero. L’odore della terra bagnata. L’ottone arrugginito di tromba, trombone e sax: che poi ci sono veramente nella brass version di Melville suonata dalla Banda Rumorosa Bovesana.
Potrei aggiungere qualcosa sugli incastri con la bella voce femminile nella transfrontaliera “Run Away From Me”. Sulla diligenza impolverata evocata dallo spaghetti western virato surf di “Dead Love Rag”. Sulla crepuscolare “This Is Not a Light”. Sull’intermezzo circense “I’d Rather Not”. Ma in tutta sincerità servirebbe a poco. Questo è un album che va ascoltato. Poche storie.

Dico soltanto che, assieme a Slang! dei Fanatik Pillows, Melville è il miglior disco rock and roll italiano del 2008. E non è un caso che è stato registrato in quella sorta di paradiso analogico dell’Outside Inside Studio.

Roma alla rovina

road1.jpgRoad to Ruins festival VII: 11-12-13 dicembre 2008 (Roma)

Settima edizione per il Road to Ruins, il punk rock festival organizzato dal giro Rave Up Records che da quattro anni a questa parte allieta la nostra Capitale.

Giovedì 11 dicembre saliranno sul palco del Traffic gli italianissimi Scandal, Blackmondays e Titbits; nome principale della serata inaugurale Sonny Vincent, ex-Testors reduce della scena newyorkese degli anni Settanta.

Il giorno successivo, all’Init, suoneranno altre tre band tricolore: Diecibuchi, One Trax Minds e Pinta Facile. Dopo di loro, sarà il turno dei Vice Squad, vecchie glorie del punk inglese guidate da Beki Bondage. Ultima data sabato 13 dicembre al Forte Prenestino: Silver Cocks e Fourth Sin a rappresentare il Belpaese e nientepopodimenoche gli Sham 69 a chiudere la tre giorni.

Sembrano davvero remoti i tempi di Crime, Avengers e Cheetah Chrome (tra i protagonisti delle scorse edizioni) e qualcuno storce il naso ma, come si suol dire, chi si accontenta gode. E comunque gli organizzatori promettono grandi sorprese per il Road to Ruins del prossimo maggio. Torneremo al 77 più o meno minore? Tutte le info su www.roadtoruins.it

Trust 1980

Ignoranza e competenza dagli AC/DC francesi (o, almeno, così erano presentati ai loro esordi). Paladini dell’hard rock metallico, francofoni e tamarri da dio… questo è “Antisocial” il loro brano più noto e coverizzato a fine anni Ottanta dagli Anthrax.

Pierluigi “Hate” Bella

hate.jpgPierluigi Bella, un nome e una firma che molti conoscono, data la sua lunga militanza nel circuito indipendente italiano. Ha fatto e fa davvero di tutto: giornalista musicale, distributore, gestore di un negozio di dischi specializzato, produttore, publisher di una spettacolare fanzine, guru di una delle più longeve label nostrane… potevamo lasciarci sfuggire l’opportunità di intervistarlo? No di certo.

Molti dei tuoi contemporanei italiani con precedenti nella leggendaria scena punk hanno scelto la strada della nostalgia: rifugiati e reduci, chiusi in un bunker a guardia di un passato mitico che non tornerà più. Tu che – invece – ti ostini a portare avanti progetti musicali (e non) anche nel presente, reputi che questo presente faccia davvero così schifo?
Beh, ritengo che il mondo sia cambiato fin dai primi anni Ottanta, da quando il digitale ci ha pian piano modificato le abitudini. In generale, siamo tutti sempre più omologati, ci si muove in massa, si fanno tutti le stesse cose, si comprano tutti le stesse cose… si va avanti per trend e non c’è più spazio per le individualità, e quindi sempre meno per le genialità. Oggi se hai una tua attitudine, una vera personalità, il mondo tende a escluderti, a ghettizzarti… vedi, l’era dei computer ha reso tutto più piatto e superficiale.
In ambito musicale, Internet è il vero colpevole dell’appiattimento che viviamo. Accanto ai numerosi vantaggi (che poi tanto numerosi forse non sono) del web, ci sono delle mostruosità tipo Myspace, che è il regno della superficialità, in cui conta solo apparire (il Novella 2000 della musica!). Oggi una band prima fa la pagina Myspace e poi comincia a suonare. Per non parlare di come oggi i ragazzi non sappiano più avere dei veri rapporti sociali se non davanti a uno schermo di computer. A volte penso che Internet l’abbia creato la CIA per tenere sotto controllo il mondo! Ha, ha! Di sicuro tutto ciò fa tristezza… profonda tristezza. Hanno relegato la musica prima al fottutissimo oggetto di plastica (che si chiama CD, puah!), ora addirittura al file.. .al virtuale… sarò io vecchio, ma tutto ciò a me fa davvero schifo!
Poi, se vogliamo restare in ambito strettamente musicale, penso che tranne rare voci fuori dal coro, è dai metà degli Eighties che il mondo della musica è in un’inarrestabile parabola discendente… pieno di surrogati e copiette che possono allettare solo le povere nuove generazioni, ignare di quanto successo in passato. Ma il discorso sarebbe troppo lungo…

Cosa, di quello che fai e promuovi adesso, sarebbe stato accettato anche vent’anni fa e cosa no? Per quale motivo?
Non lo so e non penso di dover essere io a dirlo. Faccio parte della scena indipendente musicale italica dai metà Ottanta, ho curato diverse etichette, lavorato per riviste e fanzine, distributori… ho una discreta esperienza nel settore, ma proprio non so risponderti. Di sicuro, vent’anni fa facevo pressapoco le stesse cose, o meglio, mi muovevo secondo le stesse coordinate attitudinali. La cosa più importante, per me, è sempre stata la libertà di espressione. In questo mondo indie – che oggi di tale ha soltanto ormai il nome, ma è completamente soggiogato alle regole di mercato e ai soldi delle multinazionali che nei primi Novanta ripresero lo strapotere incamerando e annientando le ultime grosse etichette indipendenti – fatte le pochissime debite eccezioni, c’è rimasta veramente poca gente in grado di muoversi con libertà… anzi, sembra quasi che il mondo indipendente di oggi funzioni tristemente come le major, semplicemente in piccolo. Non si è più indie per scelta, ma per esigenza (ovvero, faccio in proprio perché non mi si caga nessuno e allora tanto vale che mi atteggi a indipendente). Forse non ho risposto alla tua domanda… boh!

La scena garage italiana spesso viene ritenuta un surrogato di quella anglo-americana, altre volte viene scambiata per un’evoluzione del beat nostrano: esattamente dove collochi l’origine del garage italiano, e con quali band iniziatrici?
Il difetto del garage nostrano è sempre stato quello di scopiazzare pari pari gli originali, finendo per essere effettivamente proprio un surrogato degli anglosassoni. E’ vero. Tant’è che nei nostri Sixties le band facevano passare per proprie delle copie dei successi USA e britannici, appropriandosene… però, in alcuni casi, quei gruppi sessanta italiani – solo alcuni di essi e presumibilmente loro malgrado (nel senso che non lo facevano apposta!) – divenivano interessanti proprio per quel provincialismo, evidenziato in alcuni dettagli, che li rendeva alla fine unici e personali.
Il garage, nella sua accezione classica, anche da noi è nato nei metà anni Ottanta grazie alla riscoperta delle punk band americane dei Sixties… ma se dovessi  farti qualche nome nettamente al di sopra della media faticherei non poco. Per quanto da allora diversi gruppi hanno sfornato discreti lavori.

zine02.jpgL’attitudine e i temi affrontati dai seminali Bloody Riot, a distanza di anni, sembrano ancora attualissimi. Pensi che abbiano goduto della giusta gloria, a Roma, e in generale nel nostro paese?
I Bloody Riot erano una band antagonista, profondamente punk. In quanto tale non avrebbero mai potuto avere successo e/o fama! Quando uscì il loro LP, nel 1984 se non sbaglio, essere punk, fare hardcore era un pò da sfigati… erano gli anni dei centri sociali e c’erano ancora – fortunatamente – gli echi dell’ideologia politica. Milioni di anni luce di differenza con i tempi del revival punk, classifiche, successi e notorietà del decennio successivo. Così come la oggi consolidata importanza a livello sociale del fenomeno punk era ancora tutta da acquisire, all’epoca. Oggi mi sembra che gruppi come i B.R. siano abbondantemente e giustamente considerati per il ruolo avuto all’epoca. Per una vera punk band , questo mi sembra l’unico traguardo possibile.

Etichetta (Hate records), negozio di dischi (Soul Food),  magazine… come ti districhi? Dov’è il trucco?
Faccio sempre e solo quello che mi piace, ciò in cui credo e che mi soddisfa al 200%. Agire in questo ambito, fare dischi eccetera è, per me, esclusivamente una passione (che fortunatamente mi dà anche di che mangiare). Sono ancora oggi convinto che per fare bene in questo ambito è l’unica strada. Mai pensare al profitto in senso assoluto. In passato ho rifiutato di fare dischi con gente che sapevo mi avrebbe portato soldi e magari anche fama, perché non era quello che volevo.
Sì, forse sono un cretino, ma non posso cambiare me stesso. Così come ho spesso fatto dischi con gente amica, a prescindere dal discorso musicale, perché anche quello è un aspetto importante… in passato ho anche avuto delle grosse delusioni: dopo aver stampato dischi di amici non proprio convincenti dal punto di vista strettamente musicale, ho ricevuto in cambio un trattamento odioso di chi sembra solo avere a che fare con l’etichetta e non con degli amici. Questo è molto antipatico. La scena romana attuale, con rare eccezioni, è in decadenza e ricalca il piatto, triste, superficale mondo internettiano che ci gira attorno. E’ piena di fighetti e atteggiati pseudo-indipendenti, gente vuota, superficiale e banale a cui piace mettersi in mostra e camuffarsi ai concerti, senza avere alcuna attitudine. Un bel troiaio, da cui oramai mi piace stare ormai abbastanza fuori. Il top, malgrado si sappia poco, a Roma fu nella seconda metà dei Novanta, quando il tutto era mosso esclusivamente da passione vera, da forte attitudine non soltanto musicale e da uno stuolo di gruppi cazzuti come i Bingo o gli Ufo Diktatorz, i Rock’n’Roll Class. E come per tutte le scene vere che si rispettano, mosse da impeto genuino e non da atteggiamenti da poseur, pochi furono i reperti discografici tramandatici. Ma tant’è…

A proposito: hai qualche aneddoto o curiosità sulla raccolta di rarità dei Lost Sounds che hai stampato?
Appena ascoltai Black Wave rimasi folgorato, fu un’emozione unica, come quelle che non provavo più da anni. Avevo già apprezzato il loro LP d’esordio, ma non alla stessa maniera. Il nuovo album era geniale, nello stile e nel suono. Unico. Definire i LS una garage band è una grossa michiata. Ed estremamente riduttivo. Anyway… da quella folgorazione nacque una vera e propria esigenza di contattarli. Di Jay sapevo, me ne aveva parlato Eric Oblivian (erano insieme nei primissimi Reatards), ma mi rispose Alicja. Mi mandò, fra le altre cose, una delle 25 copie del CD homemade Outtakes & Demos che lei confezionò per avere qualcosa da vendere ai concerti. Mi proposi così di stamparlo su vinile, perché la ritenevo una splendida collection. Lei ne fu felice. Sai, all’epoca i LS erano davvero sfigati: troppo complessi per il popolo del garage e del punk ed eccessivamente grezzi e ignoranti per quello del fottutissimo circuito college e/o dell’alternative rock di ‘staminchia (che di alternativo, come già detto, non ha proprio nulla).

zine05.jpgQuando, per la prima volta,  hai incontrato la “luce” che ti ha illuminato per dedicarti al culto del garage?
Sai, quando mi relegano al ruolo di “garagista” mi incazzo. Per me uno che ascolta solo garage (e in generale tutti quelli che ascoltano solo un genere di musica) ha probabilmente l’encefalogramma piatto! E poi bisogna capirsi quando si parla… e quindi saper dare il giusto significato alle parole: oggi sembra tutto opinabile, tutto relativo. Vai su Myspace e vedi descrizioni con termini assai allettanti, poi ascolti e capisci che nel 99% dei casi le descrizioni sono solo cazzate buttate lì per fare i fighi, per lo più rappresentano quello che la gente vorrebbe essere non quello che è in realtà. Tristissimo!
Comunque, se parliamo del garage nel suo significato originario, io come tantissimi (quasi tutti) ho vissuto fin dagli albori la scena del Sixties revival nata nel 1983-84, avendo particolare eccitazione nello scoprire gente come Sonics e Seeds, per la prima volta ristampati all’epoca grazie al rinato interesse e al seguito di Chesterfield Kings, Gravedigger V, Plan 9, Fuzztones. Ma, tanto per esser chiari, già prima del punk nei primi/metà anni Settanta, grazie soprattutto a un fratello più grande e ai fratelli più grandi dei miei e dei suoi amici, a casa mia si sentivano i cantautori italiani e il rock classico. Nel ’77 da quattordicenne vissi il punk e poi, sempre più consapevolmente, tutta la stagione della new-wave. Poi l’hardcore, il noise…
Nei primi’80 facevo un programma di classic blues alla radio e oggi ascolto anche jazz, africani e qualsiasi cosa mi dia delle emozioni. Non sono mai stato un ghettizzato, mai limitato a un genere. Non riuscirei mai ad ascoltarne solo uno. Mi offendo meno quando mi si dice che ho un’attitudine punk o garage. Quello si. L’attitudine è ciò che conta. E che distingue la gente.

Qualche band delle nostre parti che non ci farebbe sfigurare all’estero?
Ho sempre pensato che noi italiani siamo un po’ beceri e un po’ geniali. Così anche nella musica. La storia infinita è che, a prescindere dai generi, quando ci limitiamo a imitare e scimmiottare gli anglosassoni facciamo quasi sempre ridere e diventiamo beceri. Ma se prendiamo solo degli spunti d’ispirazione rielaborandoli alla nostra maniera, ogni tanto riusciamo a essere davvero geniali. Oggi è aumentato notevolmente il numero dei gruppi, ma secondo me siamo a un punto bassissimo d’ispirazione. Non riesco a farti dei nomi… però, nonostante in Italia non ci sia alcun lampo di genio, penso che in molti possano tranquillamente non sfigurare all’estero. E’ talmente scarso anche il livello internazionale, ormai…

Sonic Youth live @ Alcatraz

[Post poco misurato e forse offensivo per i cuoricini più deboli e pacati]

E’ brutto uscire da un concerto con le palle che girano. Succede, mi sa, ai rockettari quando si avvicinano alla mezza età e si trovano in una sala ripiena di indie fans, ragazzine, giovinotti, buzzurri che fumano nonostante la fottuta legge Sirchia (che maledii profondamente all’epoca, ma ora non disprezzo più di tanto), francesi ubriachi, bisonti poganti che manco fossero al concerto degli Slayer del 1987 al Palatrussardi, tour di Reign in Blood.
Succede ai rockettari di cui sopra che hanno – in più – una borsa che pesa 15 kg con dentro roba che non si deve rompere.
Succede ai rockettari di cui sopra e borsamuniti quando si trovano una band d’apertura del concerto composta da tre down che hanno scoperto un segreto pazzesco: se attacchi a basso e chitarra un numero n di effetti e piazzi tutto a manetta, escono dei rumori con cui ti puoi anche divertire. Per 48 secondi circa. Dopo devi essere terminato con estrema violenza e pregiudizio. Soprattutto se non hai una batteria, ma un cranioleso che percuote dei tamburozzi africani fuori tempo.
I tre down sperimentatori non so come si chiamano, ma è meglio così perché altrimenti mi verrebbe voglia di andarli a cercare e di infliggere a loro, e a chi li ha generati, alcune simpatiche torture (che culminerebbero nella morte tramite apertura della gola con colpo di badile arrugginito del mio fu nonno). Gruppi così sono una piaga, non hanno il rock, sono pretenziosi e inconcludenti, artistici come una striscia di merda su una mutanda portata per una settimana.
In pratica: trovatevi un lavoro senza troppe pretese (vi vedrei bene a lavare i pavimenti in un centro commerciale durante le ore notturne), vendete tutti gli strumenti e scomparite nel buco nero che vi compete.

Capitolo Sonic Youth.
Gruppo storico: ok. Onore e merito alla carriera: certamente. Gruppo seminale: nulla da dire. Thurston Moore sembra sempre un ragazzino: verissimo. Però dopo 3-4 pezzi tutto quello che riuscivo ad articolare era un classico e intramontabile “bravi, ma basta”. Un po’ per colpa di quelli di prima che mi hanno fatto possedere da un plotone di SS zombie. Un po’ perché il noise rock a me ha più o meno sempre detto poco o nulla.
E infatti ho ri-scoperto il motivo per cui, nei miei lunghi anni di acquisti musicali, ho comprato un solo disco dei Sonic Youth (nel 1992 mi pare) e ha ancora oggi la cellophanatura intatta, o quasi: ho aperto la plastica, ne ho sentito un lato e l’ho riposto nello scaffale da cui non è mai più uscito. Qualcosa vorrà dire… peccato che avevo rimosso.

Esco dal concerto attorniato da un’orda di giovini e meno giovini in estasi post-coitale. Io ho i testicoli che girano e male alla spalla destra per colpa di quel cazzo di borsa. E continuo a pensare: bravi, ma basta.

Etrom.

PS: il lato didattico della serata è che ho definitivamente inquadrato (e marchiato a fuoco sull’epidermide della mia coscienza) il tipo di rock che mai e poi mai voglio, ho voluto e vorrò suonare.

Julian Cope goes to Japan

julian-cope-japanrocksampler.jpgJulian Cope – Japrocksampler. Come i giapponesi del dopoguerra uscirono di testa per il rock’n’roll (Arcana, 2008)

“Quello che vi garantisco è che questo libro vi farà cambiare atteggiamento nei confronti della musica, dell’arte, del tempo… e della vita stessa”
(Julian Cope)

E’ fin dai tempi della doppia biografia Head On/Repossesed che vedo Julian Cope più come uno scrittore con l’hobby per la musica, che non viceversa. Impressione confermata poi con la lettura di Krautrocksampler, splendido saggio sull’universo del Krautrock – colpevole (in senso buono ovviamente) di aver riaperto le porte del cosmo a una nuova generazione di ascoltatori, creando una sorta di piccolo caso.
Insomma, in un mondo in cui spesso i libri a tema musicale (e non solo) sono scritti con i piedi, la capacità affabulatoria dell’arcidruido è come una boccata d’aria fresca e merita il massimo del rispetto e della considerazione possibile. Non me ne voglia il buon Julian se, pur apprezzando i Teardrop Explodes e parte della sua sterminata carriera solista, lo preferisco seduto dietro la macchina da scrivere o il laptop.

In questa sua ultima fatica, Japrocksampler, Cope mette di nuovo al servizio della propria penna e dei lettori tutta la sua abilità di antropologo musicale. E non solo. Partendo dalla rivoluzione, sociale e culturale del Giappone all’indomani del dopoguerra, pone l’accento sul periodo di transizione che ha visto il paese del Sol Levante muovere i primi passi dallo stato di nazione a impronta medievale attraverso un processo di occidentalizzazione accelerato dal r’n’r’che arriva dall’America.
Questa meticolosa ricerca copre un periodo piuttosto ampio, arrivando fino a metà degli anni Novanta, dove Cope scavando e inzuppandosi le mani negli anfratti più reconditi della materia underground giapponese, perpetra la ferma constatazione iniziale che “di rock’n’roll giapponese è intrisa gran parte della musica più interessante d’inizio XXI secolo”.

Nel corso delle 400 pagine che compongono il tomo assistiamo, dunque, alla nascita della scena sperimentale giapponese, con tanto di divertente aneddotica su una Yoko Ono al tempo non ancora signora Lennon, della scena Eleki (rivisitazione in chiave jap della surf music americana), fino all affermarsi di giovani band di agitatori musicali e situazionisti nonché veri e propri rinnegati come Flower Travellin’ Band, Les Rallizes Dénudés o gli Speed Glue & Shinki (che devono la loro ragione sociale alle droghe da cui dipendevano).
Il limite? Se sai dove sta è perché l’ hai superato” diceva Hunter S. Thompson: e vi posso assicurare che di limiti e barriere i gruppi raccontati nel libro ne hanno passati tanti. Indipendentemente dai gusti personali e dal vostro grado di fissazione o curiosità verso i lati meno conosciuti e weird dello scibile rock, questo è un libro da avere a tutti i costi, dove la gioia (anche infantile in alcuni casi) per la scoperta del nuovo e una scrittura che si compiace di essere decisamente sopra le righe (Lester Bangs docet) contribuiscono a produrre un corpus di mitologia rock come da tempo non si vedeva e leggeva. E, scusate, ma di questi tempi non è certo poco. Lasciarsi conquistare quindi, è facilissimo.

Prendete il sottoscritto, per esempio, accalappiato in una noiosa domenica pomeriggio passata alla Feltrinelli dall’esaltante copertina che riproduce quella dell’esordio della Flower Travellin’ Band. Se, poi, siete difficili e schizzinosi già di natura vi invito a leggere come ultimo rimedio le recensioni dei 50 dischi che formano la créme japrock. E se poi (come me) non vi gettate alla caccia dei titoli più significativi su Ebay, beh c’è davvero qualcosa che non va in voi.
Come ulteriore complemento al libro, segnalo inoltre il sito (www.japrocksampler.com) aperto dall’ illustre arcidruido che funziona da vera e propria enciclopedia e database per tutti gli artisti e i dischi citati nel libro.

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