Cose dal passato…

vetiver-things-of-the-past.jpgVetiver – Things of the Past (Fat Cat/Self, 2008)

Già lo capisco dalla vostra espressione: per molti di voi i Vetiver non sono che un gruppo di hippie fuori tempo massimo. Come darvi torto, d’altronde? Basta vedere qualche foto e l’ immaginario in cui si muove la band… e il gioco è fatto.
Le conslusioni di cui sopra, peraltro, sono avvalorate dalle frequentazioni del leader Andy Cabic con il guru del neo-hippismo Devendra Banhart.

L’apparenza, però, spesso inganna e dietro la facciata freak, vi posso assicurare, c’è molto, molto di più. Novello Alan Lomax teletrasportato nell’era digitale, Cabic scava (come la ragazza immortalata nella suggestiva cover) nella sua collezione di dischi e se ne esce con una dozzina di brani misconosciuti, tutti incisi fra il 1967 e il 1973. Things of the Past, come recita il titolo per l’appunto: piccole gemme perdute di un’epoca lontana, in cui il folk si rigenerava bagnandosi i piedi nella psichedelia.
Il risultato è un album dall’atmosfera pigra e indolente, sognante e sospesa, calda e analogica. Capace di inebriare con i suoi sapori a metà fra un sound puramente West Coast e atmosfere più tipicamente British.
Per nostra fortuna ci viene risparmiato l’alone tipicamente patinato e compiacente di operazioni simili: se il disco funziona (e alla grande, direi) è proprio in virtù dell’approccio ruspante della band, oltre che della selezione dei brani per nulla scontata.

E così sembra quasi di essere trasportati in un bivacco virtuale con tanto di falò, assieme alla band. Succede quando Cabic inizia fischiettando “Hook & Ladder” di Norman Greenbaum (sì quello di “Spirits in the Sky”), oppure ci regala una delizia a nome “To Baby“ firmata dal comico e songwriter Biff Rose. Sfido chiunque, poi, a non restare rapito dalla morbidezza di “Road to Ronderlin” di Ian Matthews, o dalla soffusa malinconia di “Lon Chaney” di Garland Jeffreys.

Non mancano certo le sorprese, e nel duetto di “Sleep a Million Years” (peraltro uno dei pezzi migliori del lotto) fa capolino persino la musa del neo-folk Vashti Bunyan con la sua voce da sirena; che dire, poi, del geniale ripescaggio degli Hawkwind con una versione decisamente a briglia sciolta e dal gusto folk-psych di “Hurry on Sundown”?
Aldilà del più puro interesse storiografico che può suscitare un’ uscita del genere, quello che più conta è il feeling positivo e solare del disco. Quello stesso feeling che ti fa venire di voglia di riascoltarlo dall’inizio, oppure ti porta a uscire di casa e rovistare in qualche negozio polveroso alla ricerca degli originali.
Quindi fatelo vostro, assaporandolo poco a poco, come un buon vino. Fra qualche giorno – chi più, chi meno – lasceremo la città e questo Things of the Past è la colonna sonora perfetta per un lungo viaggio, magari in macchina e da soli, non importa la meta.

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