Dalle bambole alle pistole il passo è breve

pistols-lp.jpgSex Pistols – Never Mind the Bollocks + Spunk + Chris Spedding Demos (Virgin, 1996)

Sulle panchine dei giardini della stazione, durante i pomeriggi di metà anni Ottanta, bivaccavano sostanzialmente due tipologie di personaggi: i tossici che aspettavano di comprare o si erano appena fatti e i ragazzini dei paesi circostanti, che si piazzavano lì per far passare il tempo che li separava dal treno del rientro a casa, dopo un pomeriggio di shopping o struscio nella Big Banana. Tra i grandi classici incisi con i coltellini o le chiavi sulla vernice verde delle panchine anni Cinquanta, “Sex Pistols” era gettonato quasi quanto le celtiche, “Doors” e “Rolling Stones”. Una vera e propria legittimazione culturale da parte degli underdog della piccola provincia piemontese.
Io e i miei amici non frequentavamo molto la zona, però. Stazionavamo nel corso, all’angolo di una banca, che al pomeriggio era chiusa e offriva comodi gradini per sedersi. Oppure al bar Balèta, nel vicolo. Oppure ancora in piazzetta della Lega. Eravamo ragazzini di famiglie sostanzialmente buone e senza grossi problemi, che si godevano la fase ribelle. Ci si vestiva tentando di imitare alla meno peggio le foto dei dischi, si faceva a gara a chi comprava l’ultimo LP più tirato e – ovviamente – non si vedeva una femmina nemmeno in fotografia.
I Sex Pistols, in questo contesto, erano percepiti – eccetto che da un paio del gruppo – come una band vecchia, come roba un po’ sciacquetta e superata. Vuoi mettere Kill ‘em All? O Bonded by Blood? O i Negazione? O i Suicidal Tendencies? Sarà anche per questo che il sottoscritto ha aspettato diversi anni prima di ascoltare davvero l’unico disco dei Pistols. E ne ha aspettati ancora altri prima di comprarlo (una bella stampa su vinile vintage, cortesia di un negoziaccio metal romano che vendeva roba con prezzi inventati). Sarà per questo che solo con la maturità dei 30 anni (ahimè, quasi 10 anni orsono, quindi) ho sdoganato definitivamente i ragazzi di McLaren dissolvendo del tutto riserve e pregiudizi. I Sex Pistols, oltre a suonare con competenza e a fare il loro porco mestiere, avevano ottimi pezzi rock, con melodie orecchiabili. E poi quello strato multiplo di chitarre che ti spiana come un bulldozer. E addirittura la tastiera, che c’è ma non si sente in maniera definita, che dà corpo e spessore al sound.

Tutto questo rantolo poco coerente per dire come – al solito – il pregiudizio della gioventù, quando ci mette lo zampino, ti faccia trarre conclusioni infondate, che diventano poi caposaldi difficili da demolire.
Ma non è tutto. Infatti questo doppio cd – sfornato dalla Virgin una dozzina d’anni orsono – contiene una sorpresuccia non da poco, destinata a cambiare ulteriormente la prospettiva sul gruppo, se si ha la pazienza e la lungimiranza di ascoltare questo materiale senza entrare in modalità Sex Pistols. Già, perché il secondo cd di questo cofanetto (in edizione più o meno limitata) contiene innanzitutto il mitico e bootleggatissimo (oltre che non esattamente reperibilissimo) Spunk, ovvero quella che molti puristi considerano la versione alternativa – e originale – del disco di debutto (e unico lavoro) dei Pistols.

Spunk contiene 12 brani registrati con Dave Goodman tra il 1976 e il 1977, con la formazione originale della band. Questa edizione cd è mondata dalle frazioni di dialoghi in studio e cazzeggio tra un pezzo e l’altro; ma la cosa più importante e notevole è la fotografia che ci regala: quella di una band profondamente influenzata dalle sonorità slabbrate dei New York Dolls. Rock’n’roll, glam e un ghigno sfrontato. Persino il raglio di Rotten è meno artatamente sguaiato e dialettale, così come la Les Paul di Jones sciabola riff alla Thunders/Ronson/Hunter. Insomma, con Spunk diviene davvero innegabile e chiaro come il sole il fatto che i Pistols nascono e suonano proprio come i gruppi con cui polemizzavano. E quindi? E quindi nulla: perché oggettivamente è materiale validissmo, pezzi che anche in questa forma meno da “punk anno zero” lasciano il segno in maniera indelebile.

Ma non è finita: in questo doppio cd (cercatelo: in qualche negozio di roba usata facilmente lo scoverete) sono incluse anche tre chicche ancora più succose. Le tracce numero 13, 14 e 15 del secondo dischetto (ovvero “Problems”, “No Feelings” e “Pretty Vacant”) sono i famosi demo prodotti da Chris Spedding, con un sound da pub rock, r&b imbastardito e puzzolente di vomitata in un vicolo di Londra, come solo nella prima metà dei Settanta gli inglesi sapevano fare. Una vera tempesta ritmica, con il basso di Matlock sempre un passo avanti rispetto a tutti: pulsante, saltellante, corposo, come il cuore di un hooligan fatto di speed che scopa in un cesso.
Certo, come Spedding stesso ha dichiarato in passato, questo non è esattamente il mixaggio che lui fece: la band aggiunse, in un secondo tempo, una tonnellata di riverbero per ovviare alla secchezza e scarnezza che il produttore aveva dato alle session. “I Pistols” – dice Spedding – “volevano una zuppa gigantesca di chitarre […] e quando una band cerca questo suono fa immediatamente pensare che voglia coprire delle gravi mancanze tecniche. E invece i Pistols non ne avevano, ma McLaren voleva che la gente pensasse che non sapevano suonare”. Nonostante questo, i tre brani suonano molto diversi dalle versioni che conosciamo da sempre: provate e mi direte… un’esperienza rivelatrice.

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2 commenti

  1. le scritte sulle panchine arruginite, sui muri delle stazioni sono la storia del rock…qualkuno dovrà metterle su libro prima o poi!

    beggar’s banquet

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  2. giorci

     /  agosto 21, 2008

    ma hugo bandannas è il cantante sudamericano dei port of soul?! O un omonimo? Mh…me lo immagino come un sgherro di carlito brigante, anzicheno.

    Rispondi

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