Pop according to Trynka

Paul Trynka – Open up and Bleed (Sphere, 450 pp., 2007)

Approfitto dell’uscita in brossura (in lingua originale, perdonate lo snobismo: l’edizione di Arcana proprio non ci pensavo a prenderla e per un paio di motivi almeno, non ultimo un sano e stizzito senso di competizione) e di una commessa FNAC che mi pratica un 20% di sconto ulteriore causa copertina un po’ vissuta. Et voilà: ecco il librone di Trynka su Iggy in mio possesso.

Ho impiegato un po’ a finirlo (quasi un mese, causa lettura discontinua) e la sensazione finale è triplice. Il primo aspetto verte sul fatto che il libro è ben scritto e ha un capitolo intero di materiale totalmente inedito e mai sentito prima – quello sulla vacanza voodoo di Iggy ad Haiti. Il secondo è che, per alcuni versi, avrei preferito un approccio più diretto e meno narrativo (più ricco di citazioni e frasi riportate). Il terzo è che – nonostante le (sacrosante) fanfare all’epoca dell’uscita – questo libro è semplicemente onesto e ben documentato, ma non rivoluziona né chiude il discorso biografico di Iggy Pop. Come dire: bello, ben realizzato, ma manca la sensazione di opera definitiva e insuperabile (almeno nel breve e medio periodo).
Ottimo, manco a dirlo, l’inserto fotografico con almeno tre-quattro scatti mai visti. Ma, in fondo in fondo, non sono le foto a contare, nell’economia di 450 pagine.

Bel libro, ma non epocale.

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Gun Club live 1983

Ecco Jeffrey Lee Pierce & soci, dal vivo ad Amsterdam nel 1983. Il brano è “The Lie“. E occhio all’intervista!

Pistols against colpo di sonno

spis.jpegSex Pistols, Torino @ Parco Pellerina, 11/07/2008

La Milano-Torino et viceversa è una delle autostrade più ostiche dello stivale intero, soprattutto se l’unico cd disponibile in auto è Nevermind the Bollocks ad libitum, tanto per tenere sveglio il cervello e lontani gli eventuali colpi di sonno da sindrome post stress stile Un giorno di ordinaria follia. La follia che ci si può concedere di fare soltanto per quei vegliardi truffatori delle Pistole del Sesso, che suonano gratis a Torino.

Dopo slalom e gimcane tra New Nersey e auto in doppia fila su corsie d’emergenza, si giunge al fatidico luogo: Parco della Pellerina, Torino, sede del Traffic Festival 2008.
Sul palco si èappena spento l’ultimo ruggito dei Wire… troppo tardi, come troppo tardi è anche per raggiungere le prime file: infatti seppur tutti ostentassero la propria indifferenza per l’evento reunion dei reucci del punk, tale indifferenza non si è dimostrata nella pratica, concretizzandosi in “solo” (!) settantamila presenti.

Arrivano Rotten e soci. Si parte con la giostra del kitch, ed è subito “Pretty Vacant”. A seguire inanellano tutte le gemme spis2.jpegche formano l’unico inimitabile masterpiece del cattivo gusto che i Pistols hanno sfornato. A un certo punto mi ritrovo a danzare inebetito dalle scosse elettriche rifilate da Steve Jones e ipnotizzato dalle smorfie marce di Johnny Rotten: sono accanto a tre-quattro tredicenni, matricole neoiscritte nelle file del fenomeno più tormentato del ventesimo secolo. Il punk.
Poi arrivano, “Liar”, “EMI”, “No Feelings” sparate a mitraglia come colpi di kalashnikov. Mentre Rotten si contorce un po’ affannato nelle pose idiote di un tempo, piovono sul palco bottiglie e centesimi di euro di nostalgici dalle creste multicolore; i Pistols non sembrano apprezzare come agli esordi, anzi Johnny sbotta: “Perché ve la prendete con i Sex Pistols, prendetevela con il vostro cazzo di Stato”.
Tra un’invettiva e uno sputo è già tempo di “Stepping Stone”, “God Save the Queen” e l’inno “Anarchy in the UK”.

Ad aspettarci, al ritorno, c’è di nuovo una ostile Torino-Milano, il buio, la stanchezza un po’ alticcia, lo spettro del colpo di sonno e un solo disco che beffardo proclama: “Nevermind the bollocks here’s the Sex Pistols”.

Post punk party

Per chi non ne avesse abbastanza dopo la scorpacciata fatta con l’imprescindibile libro Post-Punk, ecco il modo di continuare a banchettare quotidianamente con sonorità che spaziano dalla new wave all’hardcore, circoscritte – più o meno rigidamente – nell’arco degli anni Ottanta. Stiamo parlando del blog The Post Punk Progressive Pop Party, consigliatissimo e caldeggiato a tutti, ma soprattutto a chi è più versato nelle sonorità della new wave. (altro…)

Blaxploitation in your (Tony) Face

cover-tony-face-big-roll-band.jpgTony Face Big Roll Band – Lady Day and John Coltrane/Hey Bulldog – (Hammond Beat, 2008)

Per chiunque segua un minimo le vicende del rock’n’roll tricolore, Tony Face (ovvero Antonio Bacciocchi da Piacenza) non ha bisogno di presentazioni. Peraltro è anche un esimio collaboratore di questa rivistaccia gonzovirtuale.
A chi, invece, è capitato qui sopra casualmente digitando su google “fica bagnata”, “andrea valentini nudo” o roba simile bastino queste quattro sigle: Chelsea Hotel, Not Moving, Lilith e Link Quartet. (altro…)

Zutons: puoi fare tutto

5366778x.jpgThe Zutons – You can do Anything (Deltasonic, 2008)

La nuova fatica degli Zutons si chiama You can do Anything: titolo veramente centrato, dato il carattere complessivo del lavoro. “Puoi fare quello che vuoi”: e così la band di Liverpool ha fatto.
Ricordate quel mix di sonorità eighties e pop-rock di Tired of Hanging Around? Bene, prendetelo e mettelo nelle mani di George Drakoulias (colui che ha prodotto dischi per Black Crowes e Primal Scream): il risultato sarà un prodotto fresco ed esplosivo.

L’esordio con “Harder and Harder” ci delinea subito un’idea dell’impostazione che McCabe e soci vogliono regalarci: chitarre tirate e voce roca ci conducono verso la west coast americana, ma una variazione finale col sax di Abi ci fa capire che il gruppo non lascerà mai la tanto amata Inghilterra.
Nei brani “Whats Your Problem” e “Family of Leeches” lo sperimentalismo del gruppo fa capolino in maniera accattivante e, da un certo punto di vista, anche ardita; se per il primo pezzo si tratta “solamente” di incrociare Thalking Heads e Primal Scream, nel secondo, si aggiungono anche delle chitarre in stile metal… l’effetto straniante è assicurato!
Insomma, You can do Anything pare quasi una pallina impazzita che continua a rimbalzare da una parte all’altra. Ci sono ballate in stile americano ( “Put a Little Aside” la vedrei bene fatta dai Red Hot Chili Peppers) e altre più prettamente Zutons-style come “Dirty Rat”; brani poppeggianti come “You Could Make The Four Walls Cry” e composizioni quasi country (alla Kings Of Leon dei tempi di “Mollys Chambers”) come “Don’t Get Caught”.
Per chiudere, non mi resta che dichiarare bellamente che: l’estate è arrivata, le vacanze sono vicine e questo degli Zutons per me sarà uno dei dischi per l’estate – uno di quei cd da portare in macchina o da piazzare nel player mp3 per tenerti compagnia durante un viaggio.

Ancora miele di fango

mudlucky.jpgMudhoney – The Lucky Ones (2008, Sub Pop)

Ne sono passati di anni da quando Mark Arm e soci si sono affacciati con la prima ondata grunge, quella che alcune penne dell’italico panorama giornalistico – a fine anni Ottanta – definirono (chissà poi perché) “il nuovo punk”. Ma bando alle polemiche, che in fondo non servono a niente e oggi non ho testa per perdermi in queste cose.

Parliamo di questo freschissimo (o quasi) lavoro della band di Seattle, che segue l’apprezzabilissimo Under a Billion Suns del 2006. Parliamone, già. Anche se in realtà non ci sono grandissime cose da dire. Nel bene o nel male (per me sicuramente nel bene) i Mudhoney sono davvero una garanzia e sembrano proprio incapaci di deludere le aspettative, sia dei fan che dei detrattori.
Quello che voglio dire è che, anche dopo 20 anni, mantengono la loro personalità, il loro sound, il loro trademark e non sembrano accusare cedimenti strutturali degni di nota. Anzi, continuano per la loro strada e a più di 40 anni sfornano ancora un album registrato in meno di quattro giorni, con un fuzz molesto e Stooges-iano ad accompagnare l’ululato di Arm e una batteria da trogloditi in fregola. Certo, c’è qualche piccola pesantezza, forse dovuta al passo non troppo sostenuto della maggior parte dei brani, ma sarebbe davvero ingeneroso e sciocco lamentarsene: i Mudhoney versione 2008 spaccano ancora e – anche se non cambieranno la vita di nessuno – hanno il sacrosanto diritto di entrare nell’Olimpo dei rocker. Ma non prima di produrre ancora una manciata di sani dischi carichi di feedback, riff e distorsione mortifera.

Johnny Thunders…

Uno strano clip – molto molto molto low budget – della ballad immortale “You can’t put your arm around a memory“. Enjoy…

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