Il rituale della quotidianità nel ‘90

janes_addiction-ritual_de_lo_habitual.jpgJanes’s Addiction – Ritual de lo Habitual (Warner, 1990)

E voi dov’eravate il 21 agosto del 1990?
In realtà, neanch’io ricordo di preciso ma quasi sicuramente, trattandosi di agosto, ciondolavo per le strade del paesino dove abitavo, completamente fasciato nei miei jeans aderenti, scarpe Nike da basket e maglietta nera con sopra un pupazzo di nome Eddie che esce da una tomba con sotto la scritta “Live After Death”. Ebbene sì, ero uno dei tanti ragazzi metallari che infestavano le città e i paesotti, con le loro andature da sfigati (vorrei vedere voi, così bardati, a camminare sotto il sole di agosto) e le loro lunghe discussioni perennemente incentrate su quanto fosse diventato commerciale questo gruppo piuttosto che litigare su quale assolo di chitarra fosse più bello.
A salvarmi da un futuro da elfo emarginato e condannato a lunghe partite a Dungeons & Dragons – in attesa di quei due o tre dischi di gruppi metal “ancora degni di quel nome” (avrei snobbato il numetal ovviamente) – ci ha pensato Ritual de lo Habitual, la seconda opera in studio dei Jane’s Addiction uscita proprio quel fatidico 21 agosto del 1990.
Ricordo ancora l’effetto che mi fece il primo ascolto di “Stop”, la canzone che apre l’album: il riff funkeggiante unito a un attacco di batteria tribale e la voce particolarissima di Perry Farrell (i miei amici metallari non l’avrebbero mai considerata decente per la sua totale mancanza di pathos) mi costrinsero a dimenarmi, saltare e ballare così tanto, che dovetti lasciare le mie Nike da basket a sbollire in terrazzo per una settimana.
Ancora oggi mi riesce difficile trovare una canzone così, in grado di farmi alzare dalla poltrona, nonostante la vecchiaia arrivata: una vera fonte di adrenalina inesauribile. E se non mi credete cliccate qui.

rdlclean.jpgIl ritmo è davvero il grande protagonista della prima metà dell’album con i suoi beat tribali, le chitarre di Dave Navarro (che suonerà anche nei Red Hot Chili Peppers) che tracciano una linea sghemba tra hard rock, funk e qualche ammiccamento new wave del basso che in alcuni punti richiama anche i Joy Division. Passano così “No Ones Leaving”, “Ain’t No Right” , “Obvious” e “Been Caught Stealing”, con un bel cane che abbaia campionato che si portò via tutte le mie resistenze residue sull’utilizzo poco metal della chitarra, nonostante gli assoli presenti.
Di certo la seconda parte del disco è un proprio un bel viaggio, un viaggio che parte con “Three Days”. Questo brano è una sorta di suite zeppeliniana, suonata con la sensibilità di un gruppo di Los Angeles degli anni Novanta. Parte lenta e poi si avviluppa sempre più in un riff ipnotico che cresce di volume e d’intensità. Si potrebbe quasi definirla la “Rain Song” della musica alternativa (a un anno da “Nevermind” dei Nirvana, che deve ancora arrivare).

Anche gli altri brani della seconda parte dell’album pagano dazio ai Led Zeppelin con “Then She Did” moderna “Tangerine”, “Of Course” nella parte del sequel di “Kashmir” in versione etno e “Classic Girl” come bellissima alternativa a “Thank You” per starsene a guardare un bel cielo stellato, con gli occhi un po’ arrossati e con una fame che inizia a farsi insopportabile.

Gran bell’album, Ritual de lo Habitual, e anche ultima grande prova dei Jane’s Addiction (evitate i pochi dischi posteriori, l’esperienza Porno for Pyros di Perry Farrell e i suoi nuovi Satellite Party). Se poi volete entrare in confidenza con i Jane’s Addiction, ricordate che anche il disco precedente è molto bello (Nothing’s Shocking: sentite “Summertime Rolls” e “Ted Just Admit it..”).

Grazie Jane’s Addiction. In fondo se oggi lavoro in banca e litigo per trovare un posto sul treno (in ritardo) che mi ci porta lo devo un po’ anche a voi.
Grazie ancora

Devo vs McDonald’s

newwavenigel.jpgPare proprio che i Devo, i pionieri del punk plasticoso e wave, siano sul piede di guerra con il colosso del fast food e degli hamburger cancerogeni, ovvero McDonald’s. L’ultimo set di giocattoli (ispirati al programma American Idol e ai vari generi musicali) che la catena include con i pasti – sic! – dedicati ai bambini, infatti, contiene un personaggio che si chiama New Wave Nigel. Dove sta il problema? Beh, guardate l’immagine: Nigel indossa la tuta arancione, occhiali buffi e un inconfondibile copricapo, ovvero il famosissimo Energy Dome dei Devo. Poi, come se non bastasse, azionando uno switch sul pupazzetto, questo inizia a emettere una musichetta che pare una versione rimaneggiata di “Doctor Detroit” dei Devo.

Gerald Casale, bassista della band, ha dichiarato, in proposito: “La bambolina di New Wave Nigel che hanno creato è un plagio totale dei Devo e il cappello che indossa è esattamente quello che io ho disegnato, che è protetto da copyright e registrato. […] Non ci hanno chiesto nulla. E comunque non ci piacciono McDonald’s, né American Idol, quindi siamo doppiamente offesi”.

Rock-o e i suoi Fratellis

fratellis.jpgThe Fratellis – Here we Stand (Island, 2008)

Ecco la seconda fatica dei tre Fratellis di Glasgow. Dopo le sonorità più prettamente country del loro primo e riuscitissimo album, Costello Music, questa volta ci propongono un lavoro che non lascia spazio alle morbide chitarre slide alle quali eravamo abituati, ma si presenta come una raffica di colpi assestati senza soluzione di continuità. Niente più immagine del vecchio redneck seduto sulla sedia a dondolo nel lontano west, ma tanta grinta e voglia di traferirsi in una grande metropoli… magari Los Angeles.

Il primo singolo in uscita si intitola “Mistress Mabel” e no, non c’entra assolutamente niente con l’assonante canzone dei Beatles. Al limite di lei si può dire it’s only rock’n’roll but I like it! Tuttavia il pezzo che apre l’album, ovvero “My Friend John”, è da ritenersi il vero testimonial di Here we Stand. Già dalle prime note si ravvisano le intenzioni della band che in questo 2008 ci vuole lasciare un prodotto scanzonato e genuino, senza però mortificare i risultati raggiunti col loro eserdio.
Tutti i brani sono molto spesso influenzati da sonorità americane, ma i ragazzi rimangono inglesi al 100% e – per questo motivo – nelle loro canzoni non può che aleggiare quello spirito “Libertino” che ha contagiato molti gruppi d’Oltremanica.

The boys are back in town, quindi, e lo dimostrano pezzi come”Tell me a Liar” e “Lupe Brown”; ma non vengono dimenticano le origini e, verso la fine dell’album, i Fratellis regalano ancora due perle da veri countryboy: “Baby Doll” e “Acid Jazz Singer”.
Insomma, i Fratellis sono tornati e non deludono.

Violent Femmes!

Anno 1982: ecco il promo clip di “Gone daddy gone”, inno epocale dei Violent Femmes. Lacrimuccia.

Capitan Memphis e lo spettro?

spectrum.jpgSpectrum Meets Captain Memphis – Indian Giver (Birdman Records, 2008 )

“La strana coppia” potrebbe essere il sottotitolo di questa interessante e svitata collaborazione. Spectrum è lo pseudonimo dietro il quale manipola i controlli Sonic Boom, membro fondatore dei seminali Spacemen 3, mentre Captain Memphis è l’alter ego del produttore Jim Dickinson (Big Star, Mudhoney, Texas Tornados, Ry Cooder, Alvin Youngblood Heart, The Replacements, Toots and the Maytals tra gli altri).
Non ci è dato sapere come i due abbiano iniziato a frequentarsi, ma di fatto Sonic Boom ha preso il suo armamentario di elettronica analogica e si è trasferito agli Zebra Ranch Studios, proprietà del corpulento produttore americano, per dare il via a questo pazzo esperimento. E il risultato è tanto esotico quanto appetitoso.

L’elettronica calda di Spectrum trasforma i Suicide in gruppo rockabilly sotto la voce di Dickinson in “The Lonesome Death Of Johnny Ace” (una allucinante bio-song sulla vicenda del 50s rocker morto giocando alla roulette russa in un backstage nel giorno di Natale), mentre gli spettri gospel che hanno animato le piovose e lisergiche nottate di Rugby ai tempi degli Spacemen 3 tornano in “Take Your Time”. Altro episodio fuori è “Til Your Mainline Comes”, una specie di spoken word animato da un impianto jazz, in cui la voce di Dickinson (americana come una T-Bone steak) vagheggia ubriaca nella notte. Sonic risponde con una versione viscida e elettrica di “When Tomorrow Hits” dei Mudhoney, in cui le chitarre e i synth bagnano i loro cavi consumati in una pozzanghera di liquido allucinogeno.
La risposta di Captain Memphis è un roots blues con strane percussioni che si chiama “The Old Cow Died”, in cui il suo collaboratore inserisce echi ed ectoplasmici droni, e la prosecuzione del disco è tutta suddivisa tra le astuzie dei due, che si scambiano storie e suoni folli, restando però ben saldi nelle matrici più “trad” della musica che amano. Il blues, il gospel, il country e l’elettronica sono i “mezzi” per concretizzare una sovrapposizione di effetti che mette d’accordo fans di Spacemen 3, Neu!, Spectrum, Mudhoney, Staple Singers e Captain Beefheart.

La frittata di cervello è servita, signori.

Menta tiepida ed eroina

peppermint.jpgBrian Jonestown Massacre – Tepid Peppermint Wonderland: A Retrospective (Tee Pee, 2004)

Il mio rapporto coi BJM è legato a una dinamica di luci e ombre, iniziata nel 2004 con un incontro casuale in un momento piuttosto peculiare della mia esistenza. Era un periodo di grossi cambiamenti, di quelli che arrivano imposti e ti schiacciano da un giorno all’altro, ti sballottano lontano dalle tue orbite psicologiche e geografiche e rischiano di farti perdere il filo di te stesso. Era anche il momento dei miei primi approcci col fantastico mondo della banda larga e di WinMX; nell’indecisione su cosa mettere in download, mi trovai ad avere il nome Brian Jonestown Massacre che mi ronzava in testa. Detto fatto: scaricai alcuni album. Non mi fecero impazzire, né mi fulminarono, ma ricordo che mi trovai a parlarne per telefono con un amico e concordavamo sul fatto che erano un gruppo – comunque la si mettesse – della madonna.

Li riscopro ora, a qualche anno di distanza, grazie al mio compleanno e allo stesso amico con cui parlai telefonicamente del gruppo nel 2004. E li riscopro nel modo più old school e banale che possa venire in mente, ovvero grazie a un greatest hits: Tepid Peppermint Wonderland.
Certo, i puristi (e io stesso, anche se purista non sono) diranno che il best of è la maniera peggiore per esplorare il lavoro di una band, ma io rispondo che questo doppio cd è decisamente una creatura che gode di vita propria e non un mosaico arroccato, fatto di pezzettini presi più o meno a casaccio da una discografia. Direi che ci si orienta piuttosto bene, qui, e si trovano anche un po’ di brani mai usciti altrove, come buona pesa.

L’impressione, alla fine del secondo dischetto, resta: i BJM sono un gruppo della madonna se amate rock, psichedelia (old school e contemporanea), punk, garage, Sixties sound e un po’ di indie pop. Non sono certo dei jolly da giocarsi quando ti prendono i momenti tipo “E adesso che cazzo m’ascolto”, ma hanno personalità e carisma da vendere, per cui vanno fruiti nei frangenti giusti. Come tutti i gruppi e gli album dotati di un minimo di carattere… carattere, peraltro, che sprizza fin dalle primissime battute ed esplode in pezzi come “When the Jokers Attack” – pericolosamente e deliziosamente vicina ai Cult di Love che coverizzano la propria “Love Removal Machine” da Electric – oppure “Open Heart Surgery”, un pezzaccio alla Cure di quelli che Robert Smith ormai se li sogna da anni perché non è più in grado di scriverli.

Allora ascoltate me: chiudetevi in casa, a persiane rigorosamente sbarrate. Accendete il condizionatore, stappate una birretta decente (trattatevi bene in questi momenti, per dio!) e mettete su questo disco – magari non scaricato… ci siamo capiti. Fatevi qualche sorso e rilassatevi (eventuali sostanze psicotrope in addizione sono a vostra totale discrezione e consigliatissime). Varrà la pena farsi questo trip con Mr Newcombe e soci. Garantito.

Veterani per l’estate

veteranscd.jpgThe Veterans – ST (It’s Alive Records, 2008)

Signore e signori, nostalgici degli anni Novanta, orfani dei Queers di “Don’t Back Down”, ecco a voi l’album dei Veterans. La band in questione è fondamentalmente un progetto solista di Andrea Caredda, cantante dei Manges, che per l’occasione ha raccolto intorno a sé parenti, amici e conoscenti ovvero membri di Surfin Lungs, Popsters, Leftlovers e Supermarket.

Tolto il dente, tolto il dolore. Il più grande handicap di questo disco è anche il suo più grande pregio: la voce e il songwriting dello stesso Andrea. Le canzoni, soprattutto quelle più punk e meno pop, ricordano inevitabilmente i Manges che rimangono – da qui alla fine del mondo e non solo a mio giudizio, ma anche sì – il miglior gruppo punk rock in circolazione.

Comunque, i dieci brani del cd (disponibile presto in versione vinilica con un artwork differente, il Nick Nolte in camicia hawaiana qui lascia a desiderare…) sono una dichiarazione d’amore per il rock and roll più solare e le melodie surf. E il pacchetto comprende, appunto, tre cover da spiaggia: “Be Cruel To Your School”, “Oceanside Park” e “Surfer’s Holiday” con tanto di tastierine, hand-clapping e coretti annessi.

Per quanto riguarda gli originali, sono frutto dell’unione tra gli extraterrestri e le statue dell’Isola di Pasqua – un titolo su tutti: “Easter Island Ufo”. Ascolto dopo ascolto, i Veterans vincono e convincono: morbidi e ruffiani al punto giusto, trattano la materia – il pop surf punk, chiamatelo come vi pare – con maestria. Mettete pure su “Dance, Darling, Dance”, “Hula Girl”, “The Tiki Art Show” e il disco per l’estate è servito.

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