Arcade Fire: ascensore per l’interno

the-arcade-fire1.jpgCosa ci fanno una decina di canadesi in un montacarichi dell’Opera di Parigi?
Semplice: gli Arcade Fire che suonano un pezzo in versione acustica per un regista francese (Vincent Moon) che si diverte a riprendere gruppi in ambientazioni inconsuete. Se non mi credete visitate blogotheque.net e scoprirete un mucchio di altri video di questo tipo (concert-a-emporter) fatti con gruppi come REM, Guillemots e Arcade Fire, appunto.
Certo, un gruppo che suona in un vecchio montacarichi è un’immagine bizzarra e piena di suggestioni spiazzanti: esattamente come la loro musica, o genio di un regista indipendente francese che li hai filmati così!
Curiosi? Eccovi allora qualche dettaglio in più.

Gli Arcade Fire sono una band giovane: nascono nel 2003 e i fondatori sono Win Butler e Regine Chassagne, ai quali si aggiungono – poi – altre sei persone (così, a essere precisi, quelli nel montacarichi dell’Opera di Parigi sono all’incirca otto).
I due fondatori del gruppo hanno entrambi una singolare storia di migrazione. Win è un americano trapiantato in Canada, mentre Regine Chassagne nasce in Canada da genitori scappati da Haiti e dal tremendo dittatore Papa Doc (questa cosa traspare in alcuni brani, prendete ad esempio il testo di “Haiti”: Mes cousins jamais nés hantent les nuits des Duvalier (“I miei cugini mai nati infestano le notti di Duvalier [Papa Doc]”).
Il loro primo album è Funeral (2004, e vai con l’allegria!) e si apre con “Neighborhood #1 (Tunnels)” un pezzo che sembra abbastanza tradizionale, visto l’attacco della batteria stile U2 di Rattle and Hum. Ma il primo colpo alla nostra sicurezza (quella che si prova nel regno del “già visto e già sentito”) arriva con la fisarmonica, che trasforma il tutto in un brano da festa di carnevale a New Orleans; poi si accelera e la voce diventa quasi hardcore (solo la voce, però) e si aggiungono tante tracce e strumenti sulla stessa linea musicale. Il tutto acquista un incedere maestoso, inarrestabile: sembra la valanga generata da un semplice sassolino.
Bel pezzo e pure quello dopo. Sentite il pianoforte da Saloon pieno di eco che vi da il benvenuto nell’anacronismo di “Neighborhood #2 (Laïka)”, poi entra la voce di Win – davvero particolare (non ve l’avevo ancora detto) – che sembra sempre sul punto di stonare o di sforzarsi oltre il proprio limite. Abituatevi: non accadrà mai e vi accorgerete di quanto sia adatta per officiare questa messa laica per qualcosa che si è perso (concetto che è l’essenza di Funeral intero).

funeral.jpg“Une Année Sans Lumière” sembra un pezzo di Frank Black, da solo o nei Pixies (fate voi), che si chiude con un ritmo anni Ottanta quasi new wave. Anche “Neighborhood #3 (Power Out)” richiama gli stessi anni (forse ho mangiato troppo, ma il ritmo di questo brano mi ricorda cose stile Wang Chung).
Con “Neighborhood #4 (Kettles)” arriva un bel lento che ricorda i Pink Floyd di “Goodbye Blue Sky”; segue il “quasi terzinato” di “Crown of Love” (pezzo con tanta malinconia dentro), che ha la funzione di far calmare le acque prima della gran sveglia: “Wake Up”.
Bene, forse non tutti sanno che (e nemmeno io lo sapevo, visto che l’ho letto poco fa su Wikipedia) gli U2 hanno scelto proprio la canzone “Wake up” come intro per il loro fortunato Vertigo-tour 2005/2006. Cosa vuol dire questo? Significa che è davvero un brano robusto e coinvolgente da subito (con gli Arcade Fire non capita spesso) e se non sarà la chitarra elettrica distorta a catturarvi, lo farà di certo il coro alla “Amico è” di dariobaldanbembiana memoria. Sarà il pezzo che più vi resterà in mente al primo ascolto, forse non il più bello dell’album (io voto per “In the Backseat”, che viene un po’ dopo e così me la tiro da esperto che scarta le cose più scontate).

In “Haiti” la voce protagonista è quella di Regine, per un brano che richiama molto i primi Talking Heads, poi arrivano Ultravox, Joy Division (almeno per la linea di basso e batteria) e ancora un bel ritmo da gruppo pop anni Ottanta ed eccovi servito “Rebellion (Lies)”, con quel “Everytime you close your eyes” ripetuto 4.000 volte.
“In the backseat” ha un testo che potrebbe vincere da solo il Nobel per la letteratura. Fa più o meno così (so che già che lo rovinerò con la mia traduzione): “Mi piace la quiete/seduta dietro/non devo guidare…/posso dormire/L’albero della mia famiglia/perde foglie/sbattono contro il posto di guida…/Alice è morta/sto imparando a guidare adesso/è tutta la vita che sto imparando…”. Canta Regine e il brano, nutrito dalla malinconia di un lutto molto vicino (del resto il titolo dell’album non è casuale) è lieve e ansiolitico: ricorda, in meglio, qualche brano (il cui titolo mi sfugge) degli Smashing Pumpkins in cui canta la bassista, sino a un momento in cui aumenta d’intensità, ma senza strafare e cadere nel pomposo con suoni di chitarra elettrica abbastanza distorta. Si chiude in dissolvenza, con un violino che gioca pigramente con le ultime note del brano.
In estrema sintesi: compratelo e ascoltatelo. Merita davvero.

neon-bible.jpgPoi nel 2007, dopo ben tre anni di meditazione attiva (tour mondiale), esce il loro secondo e per oraultimo album: Neon Bible. Dopo un disco bello come Funeral, è difficile bissare: la critica ti aspetta dietro l’angolo, il successo ti fa montare la testa e non ci sono più le mezze stagioni. Ma tutti questi luoghi comuni con gli Arcade Fire non funzionano e Neon Bible è forse anche più bello del predecessore. A un primo ascolto appare diverso, anche se non mancano gli elementi di contatto con il primo album. Prendete, ad esempio, “Black Mirror”: è Arcade Fire al 100%. Con questo intendo dire che, nonostante la varietà di suoni e di tipologie di canzone che il gruppo sperimenta, ci sono alcuni brani che te li fanno riconoscere immediatamente, e “Black Mirror” è uno. La stessa cosa si può dire di “Intervention” (il pezzo che più vi rimarrà in testa, dopo il primo ascolto di tutto l’album), di “No Cars Go” (altra canzone pronta a farsi apprezzare velocemente) e di “Windowsill”.
L’elemento di rottura arriva con “Keep the Car Running” che, dopo un intro di chitarra stile “Battle of Evermore” dei Led Zeppelin (per intenderci), viene totalmente trasformata dalla voce di Win in qualcosa di più familiare; il riferimento è molto facile da individuare: “Minchia, ma questo è Bruce Springsteen!”. Eh sì: l’ingrediente nuovo di questo album è proprio la presenza di qualche coordinata musicale più evidente e facilmente identificabile. Sentirete la presenza di Springsteen a metà tra Born in the USA e The River in brani come “Antichrist Television Blues” e “Intervention”; qualcosa di Tom Waits in “Neon Bible” e “Ocean of Noise”, dove – però – si mescola a Leonard Cohen e Chris Isaak (!).
Anche questa volta c’è posto per una parentesi pop anni Ottanta, quando la voce squillante di Regine canta “Black Wave/Bad Vibrations” (ricordate i Propaganda?), poi lascia il posto a Win per una variazione con linea melodica e atmosfera che può rammentare il Tom Waits di Swordfish Trombones (certo la voce è diversa… ma l’odore è lo stesso, secondo me).
“The Well and the Lighthouse” si mantiene sull’onda di queste reminescenze anni Ottanta, a parte la chiusura che torna ancor più indietro: un altro bel pezzo da crooner alla Bing Crosby anni Cinquanta-Sessanta. Spiazzante, come al solito, ‘sto manipolo di giovani aitanti americo-canado-haitiani…
Chiude l’album “My Body Is a Cage”, ed è l’ennesima sorpresa: un pezzo molto bello dalle sonorità alla Phil Collins di “In the Air Tonight”.

Tirando le somme, anche Neon Bible è un album che merita di essere ascoltato e riascoltato più volte: difficilmente vi stuferà.
Che dire ancora degli Arcade Fire, dunque? Prendendo in prestito un’immagine, direi che questo gruppo vi porta a spasso in una giornata senza sole, o in una di quelle in cui le nuvole coprono sovente il sole. Ma non sempre piove e comunque non vuol dire che ci si stia male. Basta starsene al coperto con in mano qualcosa di caldo per godere di questa musica, che sicuramente fa pensare. Preparatevi, quindi, a un viaggio interiore: se verso l’alto o verso il basso dipenderà in gran parte dal vostro stato d’animo del momento.

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2 commenti

  1. Kkarlo

     /  maggio 30, 2008

    Ma si può sapere quanti …zzo sono i componenti,precisamente…???Mario,và a ciapà di sùfal…!!!Comunque le tue recensioni sono sempre gradevoli e sentite,complimenti!!!Ci

    Rispondi
  2. thomas

     /  giugno 6, 2008

    il ragazzo Mario la sa lunga direi…
    ottime pagine precise e leggere…

    Rispondi

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