Morlocks: back from the grave (pt. 1)

morlocks3.jpgIn occasione della ristampa per Area Pirata di Emerge, nonché di un tour europeo dei Morlocks (che toccherà anche l’Italia, a giugno), ecco un mega-pezzone dedicato alla leggenda di Leighton Koizumi e delle sue band. Qui trovate la prima parte, nel giro di una settimana seguirà il tronco finale. Enjoy.

Ero un segaiolo in erba quando Ted Friedman e Leighton Koizumi lasciarono i Gravedigger V e si unirono a Jeff Lucas, Tom Clarke e Mark Mullen per dar vita ai Morlocks. Avevo ancora il pube spelacchiato e la cosa più alternativa che avessi sentito era “Shout” dei Tears For Fears. Il bello è che quella roba mi colpì al punto che nella seconda metà degli anni Ottanta ho seguito quasi esclusivamente la new wave di prima e seconda generazione, svicolando spesso e volentieri nel post punk e nel noise. Soltanto a causa del cosiddetto paisley underground iniziai a viaggiare a ritroso alla scoperta delle gemme nascoste. In tutto questo ci mise lo zampino Rockerilla, che un mese sì e l’altro pure pompava tutti questi gruppetti neo-garage abbigliati in maniera patetica: mi facevano ridere quei cazzo di pantaloni a sigaretta, foulard svolazzanti e stivaletti a punta. Ecco perché la roba tendente al beat e alla psichedelia non mi prese più di tanto. A livello puramente estetico preferivo di gran lunga la sciatteria di Sonic Youth, fIREHOSE, Meat Puppets, Dinosaur Jr, ecc. Mi gustava molto di più chi stuprava una chitarra tenuta insieme con lo scotch, rispetto a chi aveva un culto quasi religioso per bassi Rickenbacker, chitarre e amplificatori valvolari Vox. Insomma: all’epoca ho snobbato un po’ troppo il neo-garage facendo, stupidamente, di tutt’erba un fascio.
Che tra il bianco e il nero ci fossero tante diaboliche tonalità l’ho capito nei primi Novanta per merito, o colpa, di quella flotta di avventurieri del garage-punk che incidevano per Crypt, Estrus, Rip Off, In The Red e meravigliose label del genere. Non c’è bisogno di dirvi che mondo mi si spalancò di fronte. Scoprire di aver trovato finalmente la “mia musica”, fatta non soltanto di punk ’77 o di garage ’66, ma di queste e molte altre cose messe insieme alla cazzo di cane be’… è stato strabiliante come quando s’inzuppa il biscotto la prima volta.

Questo pedante preambolo, questo bieco utilizzo privato di Black Milk, questa pubblica ammenda, hanno l’unico fine di presentarvi uno dei gruppi che più ha stravolto il mio orecchio di ascoltatore (punk)rock: i Morlocks di Emerge! Ovvero gli occhi a mandorla spiritati e l’ugola infuocata di Leighton Koizumi. Il basso più legnoso di una baita di montagna di Jeff Lucas. La batteria malmenata da Mark Mullen, come se stesse facendo a pezzi dei fustini Dixan. Le chitarre ora compostamente garagere, subito dopo fuori controllo di Ted Friedman e Tom Clarke. Un’orgia di suoni che vanno dal frat rock al soul, dal beat al r&b, dal sixties punk al catrame detroitiano di Stooges e compagnia brutta. Otto pezzacci uno dietro l’altro per venti minuti di sano delirio, che prendono le forme sinuose di un mantra rock’n’roll senza tempo e luogo.
Emerge, uscito nell’anno di grazia 1985, è considerato non a torto uno dei dischi più importanti del garage-punk di sempre. Sono fermamente convinto che il motivo sia uno solo: l’assenza di qualsivoglia, stronza appartenenza. Cuore e coglioni. Tutto lì.

cover-the-morlocks.jpgPer anni il vinile in questione è stato preda di famelici collezionisti pronti a tutto. Per quanto mi riguarda, follia pura. Sono un fottuto precario e fino a ieri ‘sto disco l’ho avuto, come molti della mia età, spalmato su una magnifica TDK D 46. Ma oggi è diverso. Con pochi spiccioli posso permettermi sia la versione in vinile colorato che quella in cd digipack. E malgrado nel Belpaese siamo abili a mandare le cose a catafascio su ogni fronte, tutto ciò lo devo/dobbiamo a nostri eroici compatrioti. Ai ragazzi pisani di Area Pirata. Lode a voi e a tutti gli altri bruciati di spaghettilandia che hanno fatto risorgere Leighton Koizumi. Sì perché forse non tutti sanno che, per una decina d’anni, l’Iggy Pop mezzo giapponese è stato dato per morto, sbattendosene altamente di smentire la notizia. A stanarlo è stato Tito dei Brainsuckers che lo ha trascinato in Italia nel 2003, sancendo così il suo ritorno sulle scene.
Il caso ha voluto che io e Tito siamo della stessa città e che il mio primo incontro con Mr Koizumi sia avvenuto in maniera del tutto imprevista. Era una triste serata infrasettimanale e me ne stavo fuori al Plastico (un ex night club convertito a club r’n’r, durato giusto un paio di stagioni) in attesa che iniziassero a suonare le giapponesi eX-Girl. Ad un certo punto dalla macchina del bassista dei Brainsuckers, l’immenso GiancarlONE, scende un biondo ossigenato con le mani in tasca e l’aria abbastanza persa. Dopo un frettoloso “Nice to meet you”, mi ritrovo dentro a gustarmi qualche drink chiacchierando amichevolmente con una delle più grandi leggende garage degli Ottanta. In sottofondo le donzelle nipponiche sparano rasoiate post punk in una cornice power-pop-art trees jolie.

Finalmente arriva il sabato e, sempre al Plastico, si sta per consumare una grande liturgia pagana, ovvero la prima data del tour italiano di Leighton Koizumi featuring Tito & The Brainsuckers. Una prova del nove, dato che Leighton è arrivato in città da appena una settimana e il tempo per metter su lo show è stato quel che è stato. Dopo un veloce, potentissimo soundcheck io, Leighton e il fido compare Paolo Marini saliamo trafelati nella red room del locale. Mi stupisco subito nel notare la giovinezza di Leighton Koizumi (minchia, ha solo qualche anno più di noi… sui 35!) poi la disponibilità che si legge nei suoi rilassati tratti orientali. Vederlo sorseggiare con calma una Coca Cola fa apparire inverosimile la leggenda che lo voleva morto di overdose. La conversazione è stata lunga e molto cordiale. All’inizio Leighton era quasi sorpreso che qualcuno si ricordasse di lui, fino a volerlo intervistare. Sono sicuro che allora non immaginava neanche che, dopo quella prima serata, la boccia avrebbe riiniziato a girare, che sarebbero seguiti altri tour europei e avrebbe rimesso su i (nuovi) Morlocks. Mentre Paolo sciorina il suo fluente inglese (il mio inglese è simile all’italiano del ministro Calderoli!) me ne sto lì cercando di carpire quel che posso. Prima di lasciare spazio ai ricordi di Sor Valentini, vi saluto con qualche battuta di quella chiacchierata.

leighton.jpgDicci qualcosa degli inizi dei Gravedigger V e dei Morlocks.
Ok, cosa volete sapere? Ho fondato i Gravedigger V a 15 anni, se mi guardo dietro sono più soddisfatto del lavoro con loro. Con i Morlocks un po’ meno, alcune registrazioni non erano tanto buone. Potendo qualcosa la reinciderei, in particolar modo il materiale live. Forse l’ultimo Uglier Than You’ll Ever Be! non l’avrei fatto uscire; non sapevo che esistesse finché non è venuto un tipo a dirmelo. Se fosse dipeso solo da me, mi sarei opposto: la qualità del suono è pessima, i pezzi erano buoni però le registrazioni non sono valide. Down Justice, ad esempio, è un pezzo registrato in studio che mi soddisfa. Comunque abbiamo fatto tanti show eccezionali. Tutti i membri originali dei Morlocks sono di nuovo pronti per suonare, da quando hanno saputo che sono ancora vivo. Per dieci anni non ho parlato con nessuno di loro e quindi mi hanno pensato morto come tutti gli altri. Qualche tempo fa hanno letto qualcosa di me in rete e su riviste come la vostra, così Jeff, il batterista, e Tom, il chitarrista, mi hanno chiamato e ha fatto lo stesso altra gente a San Francisco. Lì siamo ancora molto popolari.

A questo punto non possiamo che chiederti delucidazioni sulla tua presunta morte…
Ero diventato un tossico, non avevo più tempo per suonare, non ce la facevo, c’erano troppi problemi, tutto andava di merda. Pensavo sempre di non avere problemi con la droga, ma poi i soldi finivano e allora erano cazzi. Il magazine americano Spin fece un articolo che diceva che ero morto per overdose di eroina a New York, per cui si sparse la voce. In quel periodo non avevo contatti con nessuno nella scena musicale, mi nascondevo, non uscivo, non andavo ai concerti. Penso che molta gente ancora mi creda morto, però è una buona pubblicità. Back from the grave!

Larry della In The Red, in una recente intervista, ci ha detto che vi siete incontrati per caso poco tempo fa, circa dieci anni dopo il 7″ dei Morlocks che inaugurò la sua etichetta…
È vero, ho conosciuto Larry per una coincidenza. La prima volta che sono uscito a Los Angeles ero in compagnia della sua ragazza Terry Wahl, chitarrista delle Red Aunts, che mi portò a questa festa proprio a casa di Larry. Ero a Los Angeles da un mese e non sapevo tanto del posto. Sentii Larry parlare con altri ragazzi così gli chiesi: “Hey, è vero che hai un’etichetta? Come si chiama?”. “In The Red records” mi disse. Il nome non mi diceva niente, poi non avevo mai incontrato Larry: al tempo fu Tommy ad andare a New York, perché Larry viveva lì. Poi mi disse: “Suoni in una band?”. E io: “Beh, ne sto formando una nuova, ma ho già suonato in altri gruppi”. Larry: “E come si chiamavano?”. Io: “Ah, The Gravedigger V e Morlocks”. E lui tutto sorpreso: “Ma allora tu sei Leighton… ti ho prodotto un disco!”. È fantastico, sai: alle volte il mondo è veramente piccolo. Pensare che se non fossi mai andato a quella festa con quella ragazza forse non avrei mai incontrato Larry. È una cosa strana, se penso che oggi lo vedo tutti i giorni. Poco dopo, infatti, ho iniziato a lavorare con la ragazza di Larry: molte band avevano contatti con lei per trovare date, i Warlocks, i Flash Express, gli Hangmen, Jimmy Hall degli Screws. Tante band passavano a casa di Larry… Jon Spencer, Dirtbombs. Ci vediamo spesso anche oggi. Ah… sono anche vicino di casa di Beck: una mattina mi ha fermato dicendomi che era un mio grande fan!

[Clicca QUI per la seconda parte del pezzo-fiume dedicato ai Morlocks e a Leighton Koizumi]

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