Il viaggio degli Who

amazing-journey.jpgAmazing Journey: The Story of the Who (film di Paul Crowder e Murray Lerner, 2007)

Di tutte le band che hanno fatto la storia del rock inglese dei Sixties, gli Who sono senza dubbio quelli che hanno avuto un rapporto migliore con l’aspetto visivo della materia rock, sia quantitativamente che qualitativamente. Basta pensare alle trasposizioni per il grande schermo di Tommy e Quadrophenia, fino ad arrivare all’ormai storico The Kids Are Alright di Jeff Stein (e, ovviamente, senza dimenticare l’incendiaria apparizione in Rock’n’Roll Circus, di Stonesiana memoria).

Se era dunque inevitabile, visti i tempi (No Direction Home e Shine a Light docet), anche per loro la celebrazione sotto forma di documentario, un po’ meno scontato era l’esito dell’operazione. La visione integrale dei due dischi (più tre ore di contenuti) che compongono Amazing Journey: The Story of the Who scaccia però ogni plausibile dubbio sulla bontà dell’operazione.
Il primo disco contiene il film vero e proprio che, guidato dalla solida regia di Murray Lerner (già regista delle gesta di Dylan al Newport folk festival), ripercorre la storia del gruppo attraverso interviste appositamente organizzate per la pellicola con Pete Townshend e Roger Daltrey, pescando poi a piene mani nelle immagini d’archivio per i contributi di Entwhistle e Moon.
Il tutto è ulteriormente arricchito dagli interventi di personaggi cruciali nella carriera del gruppo: il primo manager (assieme a Kit Lambert) Terence Stamp e quello successivo (Billy Curbisheley) e poi Glyn Johns, e altri ancora.

L’ insieme delle testimonianze, e il rinnovato rapporto di stima e intesa reciproca fra Townshend e Daltrey, fanno in modo che soprattutto le loro dichiarazioni traccino un quadro preciso dell’evoluzione del gruppo nella sua lunghissima carriera, non lesinando in spontaneità (e, perché no, anche in egocentrismo, quando si tratta di spiegare i rapporti di forza in un gruppo formato da quattro individui diversissimi fra loro e – per questo – in una situazione di tensione permanente).
Non c’è buonismo o falso compiacimento nel racconto, anzi: se The Kids are Alright era la storia degli Who vista attraverso la lente deformante degli occhi di un fan, questo film fotografa la band senza filtro alcuno e diventerà molto probabilmente la bibbia per gli amanti del gruppo.

Le immagini a supporto delle interviste sono di grande qualità e coprono ogni periodo dell’epopea del quartetto di Sheperd Bush: dagli albori nei Sixties, fino alla registrazione di “Real Good Looking Boy”. Unica pecca, da questo punto di vista, è che bisogna accontentarsi di vedere solo degli spezzoni, piuttosto che le esecuzioni integrali dei pezzi dal vivo… ma è un dettaglio su cui si può chiudere un occhio.
Nel caso non ne aveste avuto abbastanza, a condire il tutto ci sono testimonianze varie di fan d’eccezione come Noel Gallagher, Sting, The Edge ed Eddie Vedder (anche se mi domando perché non ci sia Paul Weller), e un secondo dischetto – A Six Quick Ones – che è una piccola chicca.
Oltre a quattro capitoli dedicati singolarmente a ogni membro del gruppo (quello di Keith è sicuramente il più suggestivo), che analizzano da un punto di vista musicale le qualità dei quattro, ci sono le immagini finora rimaste inedita di uno dei primissimi concerti in assoluto della band, al Railway Hotel: pura manna per gli occhi e le orecchie…

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