Rock, Residenti e terzo reich

3rdreichroll.jpgThe Residents – Third Reich’n’Roll (Ralph Records, 1976)

Tra il 1974 e il 75, in pieno ciclone rock Seventies, il deragliante collettivo dei Residents incide un disco (il loro terzo, in ordine di registrazione, ma secondo in ordine di uscita) che a più di 30 anni di distanza suona ancora disorientante, a voler utilizzare un aggettivo lieve.

Sperimentazione? Decostruzione? Non saprei, ammesso che mi siano mai stati chiari questi due termini in campo musicale. Piuttosto parlerei con un filo di sicurezza in più di dissacrazione, tanto a livello iconografico (la copertina nazistoide con Dick Clark nei panni del fuhrer fu censurata più volte) quanto sonoro. Già, perché qui i Residents violentano – a colpi di cantilene, rumori, versacci, modifiche di velocità e accostamenti improbabili – una sfilza di hit da classifica degli anni Sessanta: Beatles, Stones, Seeds, Iron Butterlfy, Doors, Surfaris, Syndicate of Sound, James Brown, Music Machine, Ohio Express e altri ancora.

Due suite occupano un lato del vinile ciascuna: “Swastikas on Parade” (da 17′:30”) e “Hitler was a Vegetarian” (lunga 18′:27”). Questo è il menu di un disco che fa da incipit a un importante periodo dei Residents, in cui la poetica estetico-musicale della band è improntata sul concetto di musica che parla di musica… follia, genio o spocchia intellettualoide? Non sono in grado di dare un giudizio a senso unico: forse siamo di fronte a un mix di tutto ciò.

residents2.jpgI due brani sono costituiti da un mish-mash di brandelli e frazioni di canzoni dei Sixties, cuciti assieme, rimaneggiati pesantemente, riarrangiati, mescolati e sfigurati. Pensate, all’incirca, a un alieno demente che frulla creature vive in un tritatutto gigantesco e poi assembla i pezzi rimasti, creando un polpettone degno del barone Von Frankenstein.
Molto si è speculato sul conto di questo lavoro (davvero ostico: l’ho ascoltato due volte di fila e l’esperienza è stata, diciamo così, disturbante); alla fine una teoria convincente sembrava quella del concept album sul fascismo del rock’n’roll che manipola le menti dei giovani… ma la band, a una domanda sull’argomento, ha risposto: “Potrebbe anche essere vero, come potrebbe non esserlo; noi comunque volevamo solo fare un po’ di casino e portare a casa il risultato”. Come dire… oltre a celare le loro identità fin dagli albori, i Residents si divertono anche a lasciare i poveri pirla come me in preda alle proprie congetture e seghe mentali. E, a ben pensarci, hanno pienamente ragione.

Punk? Sì, ma solo nell’attitudine. Rock? Rivoltato come un calzino, quasi irriconoscibile. Prog? No. Sperimentazione? Forse.
L’unica certezza che ho, a questo punto, è che potrò infilare il disco a fianco di The Second Album + The First Rehearsal Tapes dei Suicide. Robetta pericolosa, da ascoltare una volta ogni due-tre anni…

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