I milanesi ammazzano il sabato, ma il raglio con gli stivali non torna più?

afterhours_photo1.jpgEra una sera del 1990, autunno iniziato da poco. Erano ancora gli anni in cui si vedeva la nebbia per davvero, specialmente coi primi freddi e la fine dell’estate. Ed era anche un momento speciale per la mia cittadina natale, perché continuavano a esserci concerti, con una frequenza di due o tre a settimana, una cosa impressionante per quantità e qualità (si andava dai gruppi garage americani, all’hardcore europeo, passando per la psichedelia, il punk, lo stoner… veramente di tutto, dagli Instigators agli Embryonics, ai Tommyknockers, ai Kina… e una miriade di altri che il decadimento neuronale mi ha spazzato dai ricordi).
Dicevamo: una sera autunnale del 1990. Ecco la cronaca dei fatti.
Dopo avere attraversato il sentiero sterrato e fangoso che porta al portone d’entrata, varco la soglia dell’ex forte napoleonico che da pochi mesi ospita un centro sociale; pago un paio di biglietti da mille lire, mi timbrano una mano e mi avvio verso il palco. Rimbomba tutto, si sentono solo schitarrate rumorose, una voce tossica cantilenante e null’altro. Birretta d’ordinanza alla mano, mi avvicino al palco su cui, davanti a una cinquantina di persone, sta suonando un gruppo che pochi conoscono. Afterhours: c’è scritto sul poster del concerto. Il cantante è leggermente gonfio, ha i capelli unti a caschetto e un paio di stivali neri sopra ai pantaloni, come i soldati sudisti. Raglia in inglese, rapito dal rock garage nervoso e tagliente che macina con il resto del gruppo. Non sono male, mi piacciono abbastanza, anche se in quel momento i miei ascolti sono più sul punk hardcore californiano e washingtoniano. Diciamo che hanno qualcosa che non si capisce bene in cosa consista, ma che non tutte le band che finiscono su quel palco possono dire di avere. E quando c’è, lo si nota subito.
Dopo quattro-cinque pezzi mi perdo e probabilmente finisco altrove, a fare altro, in condizioni quantomeno opinabili.
Mesi dopo qualcuno del centro sociale mi regala un accordatore di una sottomarca giapponese: l’hanno dimenticato gli Afterhours, dice, e io magari ce l’ho bisogno. Certo, ce l’ho bisogno, ma non funziona.
A qualche anno di distanza li rivedo in tv, gli Afterhours. Cantano in italiano, si vestono da bambine e stanno tentando di farcela. Non mi fanno del tutto schifo e penso si lascino ascoltare, anche se un loro disco non riesco proprio a pensare di comprarlo. Ma in fondo l’immagine di Agnelli con gli stivali e il raglio in gola mi resta cara.
Ora, a diversi anni dal fattaccio, loro sono una band di spessore – si dice così, vero? – con collaborazioni illustri alle spalle. Hanno anche appena inciso un nuovo album, che stanno promuovendo, e hanno partecipato – con suoni marci come non mai e quindi apprezzabilissimi – al concerto nazionalpopolare del primo maggio di Roma. Confesso che non mi dispiacciono, anche se continuo a non reggere un intero disco di fila… mentre, al contrario, sono sempre in cerca dell’occasione buona per accaparrarmi i loro primi tre lavori (
All The Good Children Go To Hell, During Christine’s Sleep e Cocaine Head) a prezzo da hard discount. Tutto sta nella costanza di buttare l’occhio negli scaffali giusti, con una certa frequenza.
Potere della memoria visiva, degli stivali e del raglio.

[intro di Andrea Valentini]

2007-03-26-afterhours-1.jpgGli Afterhours promettono quattordici videoclip, uno per ogni canzone de I milanesi ammazzano il sabato, il loro nuovo disco uscito venerdì due maggio per la Universal. E dire che per il precedente lavoro, Ballate per piccole iene, non avevano girato alcuna scena perché – come spiega il cantante, Manuel Agnelli – «Piuttosto che fare qualcosa che non ci convincesse, abbiamo preferito il niente. Purtroppo». Il purtroppo è decisamente ironico dato che, senza video promozionali, Ballate per piccole iene appena pubblicato raggiunse il secondo posto della classifica dei dischi più venduti in Italia. Bisseranno l’exploit? Molto probabile.
I nuovi pezzi e annessi video – “Riprendere Berlino”, “Pochi istanti nella lavatrice”, “E’ solo febbre” – sono da tempo sulla loro pagina di MySpace; Agnelli – a tal proposito – parla di promozione senza media classici: insomma, nell’era di YouTube, downloading e compagnia bella, «L’industria discografica è più debole rispetto al passato» e, allora, ecco l’antipasto servito on line e il tour organizzato in contemporanea all’uscita de I milanesi ammazzano il sabato per garantire l’effetto sorpresa. Tradotto: i fan vanno ai concerti e si ritrovano ad ascoltare canzoni con le quali hanno scarsa confidenza.
«Quattordici brani concentrati in neanche quarantacinque minuti: uno diverso dall’altro, cambiano come le scene di un film». Il risultato – garantisce Agnelli – «E’ schizofrenico». Schizofrenia significa mischiare in salsa Afterhours, «Il White Album dei Beatles, la
banana dei Velvet Underground, Doolittle dei Pixies».
E i milanesi che ammazzano il sabato? «I milanesi durante il weekend non ci sono. Il centro è deserto o, meglio, in piazza Duomo ci sono solo immigrati, che sono poi i nuovi, veri milanesi. Peccato che non ci siano integrazione e mescolanza come nelle altre metropoli europee».
Al nuovo disco hanno partecipato vecchi amici e nuove conoscenze: Stef Kamil Carlens, Greg Dulli, Cesare Malfatti, John Parish e Brian Ritchie dei Violent Femmes: «Il loro manager è un nostro fan, è stato lui a convincerlo, insistendo… Brian avrà detto “Facciamo sta cosa, così ce lo togliamo dalle palle”. Quando ero giovane per me era un idolo». Insomma, un’altra palla buttata in porta dopo uno show negli Stati Uniti, a Minneapolis per la precisione, dove il suddetto manager dei Violent Femmes ha visto dal vivo gli Afterhours.
Ma come sono i concerti di Agnelli e amici oltreoceano? «Ci siamo “ripensati” come gruppo fresco, libero dalla propria storia. All’estero ci sono meno filtri tra noi e il pubblico, siamo riusciti a convincere tutti e il nostro ego si è gonfiato a livelli allucinanti». Dopo l’uscita di Ballads For Little Hyenas – versione in inglese del disco del 2005, pubblicato dalla One Little Indian – Manuel Agnelli promette ora «Un album in italiano in Inghilterra e un disco in inglese per il mercato italiano».
Scherza, ovviamente. Ha registrato a New York alcuni pezzi de I milanesi ammazzano il sabato nella lingua di Elvis Presley: «Il cantato in italiano incuriosisce, un terzo del disco all’estero sarà così. Dal vivo invece, dopo tre canzoni, cala l’attenzione». Adesso è partita l’attività live, concerto del Primo maggio a Roma compreso. Del palco dell’Ariston, invece, gli Afterhours non ne vogliono proprio sapere: «Andare a Sanremo non serve a un cazzo».

Afterhours in tour:
Giovedì 8 maggio – Roma – Tendastrisce
Venerdì 9 maggio – Napoli – Palapartenope
Sabato 10 maggio – Bitritto (Bari) – Palalive
Martedì 13 maggio – Firenze – Saschall
Sabato 17 maggio – Pordenone – Palasport
Venerdì 23 maggio – Milano – Palasharp

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4 commenti

  1. Ho sempre pensato al deus ex machina Agnelli come un Perry Farrell “de noantri”, intento ad incensarsi con collaborazioni, festival itineranti e così via…sarà una caratteristica del rock italico quella di farsi valere nei salotti ma di fallire nella specificità dei dischi e dei live, personalmente salverei Germi, il loro esordio in italiano, per il resto forse in mancanza d’altro Lunga vita agli Afterhours

    i milanesi ammazzeranno pure il Sabato…ma sono fottuti dal resto della settimana

    al di la di tutto ottima recensione!!!

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  2. giorci

     /  maggio 15, 2008

    gran gruppo.

    agnelli gran poeta.

    istrione attillato, a simpatico

    Hai pauRA DEL BUIO resta sempre un disco stupendo.

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  3. Enrico

     /  aprile 14, 2009

    Cavoli che tempi … Embryonics e Tommyknockers (meno male che qualcuno se li ricorda) … Gran concerto … altro che afterhours! cmq bella recensione

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  1. Anni vutanta: Bacco, tabacco, live e Milano da pere :: Black Milk | Freak magazine

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