Sola andata per Darjeeling

locandina.jpgIl Treno per il Darjeeling (film di Wes Anderson, 2008)

Quando si parla Wes Anderson e del suo cinema non esistono mezze misure: o lo si ama follemente o lo si detesta neanche troppo cordialmente. Io faccio parte della prima categoria, fin dai tempi de I Tennenbaum.
E proprio come ne I Tennenbaum e nel precedente Le avventure acquatiche di Steve Sissou, il regista texano torna a parlare di rapporti all’interno di un nucleo familiare a dir poco disfunzionale (cosa era d’altronde l’equipaggio del Bellafonte se non una gran famiglia allargata?). In questo caso i protagonisti sono tre fratelli, i Whitman: Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman), che non si parlano dalla morte del padre avvenuta un anno prima. Come di prassi nell’estetica Andersoniana i protagonisti, sono rigorosamente aristocratici o comunque upper-class, strampalati, con sindromi maniaco depressive e si muovono in un mondo che sembra la loro trasposizione in technicolor. Ma sono anche persone estremamente complesse, fragili e affascinanti, con un vissuto denso che impariamo a conoscere man mano che il film scorre.
L’occasione che li riunisce è un viaggio spirituale in India, organizzato dal fratello maggiore Francis- per cercare di ricostruire il loro rapporto, ritrovare la madre che li ha abbandonati (Angelica Houston attrice-feticcio del regista) e che ora si e’ fatta suora e vive in un monastero-eremo e non ultimo venire a capo delle loro vite complicate. Ognuno dei tre, infatti, porta con se un fardello esistenziale non indifferente: Francis non sa più se vuole vivere o meno e ha tentato il suicidio in moto – Peter scappa dalla moglie incinta che peraltro ama, perché ha paura di diventare padre e Jack è uno scrittore dal cuore in pezzi che si riduce a controllare la segreteria telefonica dell’ex-fidanzata dai telefoni delle piccole stazioni ferroviarie in cui s’imbatte.

L’India di Anderson per contro è coloratissima, magnificamente fotografata, caleidoscopica. Di fatto è anch’essa protagonista e non mero sfondo: impossibile non innamorarsene. L’incipit del film vale da solo il prezzo del biglietto ed è sicuramente il migliore visto al cinema negli ultimi tempi. Un malinconico Bill Murray insegue – inutilmente – il treno che sta partendo senza di lui, quando viene sorpassato dal più giovane Adrien Brody sulle note di “This Time Tomorrow” dei Kinks. Quando Brody riesce, infine, a salire all’ultimo momento, gli lancia un sguardo carico di comprensione e malinconia prima di unirsi ai fratelli. Decisamente sopra le righe e vincente è la colonna sonora, che mischia canzoni prese in prestito da Bollywood, una ballata stralunata di Peter Sarsted, i Kinks e gli Stones. Ancora meglio – se possibile – fà Hotel Chevalier, il corto che precede il film introducendo il personaggio di Jack e mostrandoci un’incantevole Natalie Portman in tutta la sua bellezza nature.

Come i road movie di formazione ci insegnano, più importante della destinazione, alle volte, è il percorso che si compie. E’ in questa dimensione, nel viaggio inteso in senso fisico e spirituale, che il film si esprime al meglio funzionando sia nei momenti più comici sia in quelli drammatici, riuscendo a toccare in maniera stramba, bizzarra e agrodolce temi profondi e delicati. Prima di tutto quello della fiducia persa e poi riacquistata; poi delle ferite provocate dall’abbandono e degli strascichi che ne conseguono, cicatrici (fisiche e non) comprese; infine dell’ amore di cui tutti abbiamo disperatamente bisogno anche quando non siamo capaci di chiederlo in nessun modo.
Tutto esemplificato dalle difficoltà di comunicazione tra fratelli che non possono rinunciare a unirsi in fazioni estemporanee, nascondendosi segreti, azzuffandosi, chiudendosi in se stessi fino a chiedersi (come fa Jack nel momento più duro del viaggio): “Chissà se noi tre saremo potuti essere amici nella vita, non come fratelli, come persone”. E un malinconico e disincantato Peter risponde sconsolatamente: “Probabilmente avremo avuto più chance, direi…”.

Il tutto poggia, comunque, su una leggerezza invidiabile, sulla capacità di dire le cose fra le righe e in maniera poetica, non appesantendo mai la visione anche quando il film sembra incepparsi, prima di ripartire.
Di fronte a tanti dubbi e incertezze, è anche un film pieno di speranza, dove si può imparare che alle volte le parole più importanti, quelle che ti bruciano dentro e che non sei mai riuscito a pronunciare, puoi dirle rimanendo in silenzio e guardandoti negli occhi. In fondo se ce la possono fare i Whitman, con tutte le loro nevrosi e i loro problemi, ce la possiamo fare anche noi. Non credete ?

Annunci

Blank generation…

Una clip tv di richard Hell and the Voidoids impegnati nel loro classicone “Blank Generation“… guardate Bob Quine! E gustatevi le interviste.

Six Pack d’addominali

Gianni Miraglia – Six Pack (Arcana, 2008)

Six Pack è rock and roll allo stato puro: è l’hardcore seminale dei Black Flag sparato a manetta, mentre si pedala attraverso la metropoli e si sorpassano incredule “camicie linde stirate dentro fragorosi SUV”. Musica speciale per orecchie dedite all’alienazione cronica e alla ferrea disciplina della solitudine.

Un romanzo punteggiato da sequenze interminabili di addominali concepite per avvicinarsi al mito degli alfamen: prototipi di supereroi che hanno addominali con licenza d’uccidere.
E poi c’è quel poster di Iggy Pop sopra un letto sfatto: da ammirare come una pin-up vintage, con il suo fisico da sopravvissuto e da supermarionetta dei tempi moderni. Un modello inarrivabile, ma a cui si deve aspirare comunque, per sentirsi vivo; per stanare figa anoressica e muscolosa dalla palestra e trascinarla fino al monolocale lurido; per sopravvivere alle sistematiche umiliazioni politically correct dell’anglosassone capo dal fisico non competitivo.

Sullo sfondo una palestra VIP comandata da un personal trainer Rambo e da receptionist modelle mancate, pavimenti lucidi calpestati da clienti finti nel fisico come nelle loro esistenze. Un ambiente rarefatto, minimale e compulsivo dal sapore dolciastro di Lexotan e Prozac.
E’ proprio in questo non-luogo fuori dal tempo che il nostro eroe trova l’autenticità del suo riscatto, in quello spasmo orgasmico addominale nascosto dentro cessi laccati in oro e in quel tic del toccarsi gli addominali per sentire di esserci, di esistere a un livello superiore. Qui trova una verità superiore, priva di mistica, ma che azzera ogni barriera sociale, rigettando l’essere nello smarrimento primitivo e cannibale dell’uomo mangia uomo.

Arcade Fire: ascensore per l’interno

the-arcade-fire1.jpgCosa ci fanno una decina di canadesi in un montacarichi dell’Opera di Parigi?
Semplice: gli Arcade Fire che suonano un pezzo in versione acustica per un regista francese (Vincent Moon) che si diverte a riprendere gruppi in ambientazioni inconsuete. Se non mi credete visitate blogotheque.net e scoprirete un mucchio di altri video di questo tipo (concert-a-emporter) fatti con gruppi come REM, Guillemots e Arcade Fire, appunto.
Certo, un gruppo che suona in un vecchio montacarichi è un’immagine bizzarra e piena di suggestioni spiazzanti: esattamente come la loro musica, o genio di un regista indipendente francese che li hai filmati così!
Curiosi? Eccovi allora qualche dettaglio in più.

Gli Arcade Fire sono una band giovane: nascono nel 2003 e i fondatori sono Win Butler e Regine Chassagne, ai quali si aggiungono – poi – altre sei persone (così, a essere precisi, quelli nel montacarichi dell’Opera di Parigi sono all’incirca otto).
I due fondatori del gruppo hanno entrambi una singolare storia di migrazione. Win è un americano trapiantato in Canada, mentre Regine Chassagne nasce in Canada da genitori scappati da Haiti e dal tremendo dittatore Papa Doc (questa cosa traspare in alcuni brani, prendete ad esempio il testo di “Haiti”: Mes cousins jamais nés hantent les nuits des Duvalier (“I miei cugini mai nati infestano le notti di Duvalier [Papa Doc]”).
Il loro primo album è Funeral (2004, e vai con l’allegria!) e si apre con “Neighborhood #1 (Tunnels)” un pezzo che sembra abbastanza tradizionale, visto l’attacco della batteria stile U2 di Rattle and Hum. Ma il primo colpo alla nostra sicurezza (quella che si prova nel regno del “già visto e già sentito”) arriva con la fisarmonica, che trasforma il tutto in un brano da festa di carnevale a New Orleans; poi si accelera e la voce diventa quasi hardcore (solo la voce, però) e si aggiungono tante tracce e strumenti sulla stessa linea musicale. Il tutto acquista un incedere maestoso, inarrestabile: sembra la valanga generata da un semplice sassolino.
Bel pezzo e pure quello dopo. Sentite il pianoforte da Saloon pieno di eco che vi da il benvenuto nell’anacronismo di “Neighborhood #2 (Laïka)”, poi entra la voce di Win – davvero particolare (non ve l’avevo ancora detto) – che sembra sempre sul punto di stonare o di sforzarsi oltre il proprio limite. Abituatevi: non accadrà mai e vi accorgerete di quanto sia adatta per officiare questa messa laica per qualcosa che si è perso (concetto che è l’essenza di Funeral intero).

funeral.jpg“Une Année Sans Lumière” sembra un pezzo di Frank Black, da solo o nei Pixies (fate voi), che si chiude con un ritmo anni Ottanta quasi new wave. Anche “Neighborhood #3 (Power Out)” richiama gli stessi anni (forse ho mangiato troppo, ma il ritmo di questo brano mi ricorda cose stile Wang Chung).
Con “Neighborhood #4 (Kettles)” arriva un bel lento che ricorda i Pink Floyd di “Goodbye Blue Sky”; segue il “quasi terzinato” di “Crown of Love” (pezzo con tanta malinconia dentro), che ha la funzione di far calmare le acque prima della gran sveglia: “Wake Up”.
Bene, forse non tutti sanno che (e nemmeno io lo sapevo, visto che l’ho letto poco fa su Wikipedia) gli U2 hanno scelto proprio la canzone “Wake up” come intro per il loro fortunato Vertigo-tour 2005/2006. Cosa vuol dire questo? Significa che è davvero un brano robusto e coinvolgente da subito (con gli Arcade Fire non capita spesso) e se non sarà la chitarra elettrica distorta a catturarvi, lo farà di certo il coro alla “Amico è” di dariobaldanbembiana memoria. Sarà il pezzo che più vi resterà in mente al primo ascolto, forse non il più bello dell’album (io voto per “In the Backseat”, che viene un po’ dopo e così me la tiro da esperto che scarta le cose più scontate).

In “Haiti” la voce protagonista è quella di Regine, per un brano che richiama molto i primi Talking Heads, poi arrivano Ultravox, Joy Division (almeno per la linea di basso e batteria) e ancora un bel ritmo da gruppo pop anni Ottanta ed eccovi servito “Rebellion (Lies)”, con quel “Everytime you close your eyes” ripetuto 4.000 volte.
“In the backseat” ha un testo che potrebbe vincere da solo il Nobel per la letteratura. Fa più o meno così (so che già che lo rovinerò con la mia traduzione): “Mi piace la quiete/seduta dietro/non devo guidare…/posso dormire/L’albero della mia famiglia/perde foglie/sbattono contro il posto di guida…/Alice è morta/sto imparando a guidare adesso/è tutta la vita che sto imparando…”. Canta Regine e il brano, nutrito dalla malinconia di un lutto molto vicino (del resto il titolo dell’album non è casuale) è lieve e ansiolitico: ricorda, in meglio, qualche brano (il cui titolo mi sfugge) degli Smashing Pumpkins in cui canta la bassista, sino a un momento in cui aumenta d’intensità, ma senza strafare e cadere nel pomposo con suoni di chitarra elettrica abbastanza distorta. Si chiude in dissolvenza, con un violino che gioca pigramente con le ultime note del brano.
In estrema sintesi: compratelo e ascoltatelo. Merita davvero.

neon-bible.jpgPoi nel 2007, dopo ben tre anni di meditazione attiva (tour mondiale), esce il loro secondo e per oraultimo album: Neon Bible. Dopo un disco bello come Funeral, è difficile bissare: la critica ti aspetta dietro l’angolo, il successo ti fa montare la testa e non ci sono più le mezze stagioni. Ma tutti questi luoghi comuni con gli Arcade Fire non funzionano e Neon Bible è forse anche più bello del predecessore. A un primo ascolto appare diverso, anche se non mancano gli elementi di contatto con il primo album. Prendete, ad esempio, “Black Mirror”: è Arcade Fire al 100%. Con questo intendo dire che, nonostante la varietà di suoni e di tipologie di canzone che il gruppo sperimenta, ci sono alcuni brani che te li fanno riconoscere immediatamente, e “Black Mirror” è uno. La stessa cosa si può dire di “Intervention” (il pezzo che più vi rimarrà in testa, dopo il primo ascolto di tutto l’album), di “No Cars Go” (altra canzone pronta a farsi apprezzare velocemente) e di “Windowsill”.
L’elemento di rottura arriva con “Keep the Car Running” che, dopo un intro di chitarra stile “Battle of Evermore” dei Led Zeppelin (per intenderci), viene totalmente trasformata dalla voce di Win in qualcosa di più familiare; il riferimento è molto facile da individuare: “Minchia, ma questo è Bruce Springsteen!”. Eh sì: l’ingrediente nuovo di questo album è proprio la presenza di qualche coordinata musicale più evidente e facilmente identificabile. Sentirete la presenza di Springsteen a metà tra Born in the USA e The River in brani come “Antichrist Television Blues” e “Intervention”; qualcosa di Tom Waits in “Neon Bible” e “Ocean of Noise”, dove – però – si mescola a Leonard Cohen e Chris Isaak (!).
Anche questa volta c’è posto per una parentesi pop anni Ottanta, quando la voce squillante di Regine canta “Black Wave/Bad Vibrations” (ricordate i Propaganda?), poi lascia il posto a Win per una variazione con linea melodica e atmosfera che può rammentare il Tom Waits di Swordfish Trombones (certo la voce è diversa… ma l’odore è lo stesso, secondo me).
“The Well and the Lighthouse” si mantiene sull’onda di queste reminescenze anni Ottanta, a parte la chiusura che torna ancor più indietro: un altro bel pezzo da crooner alla Bing Crosby anni Cinquanta-Sessanta. Spiazzante, come al solito, ‘sto manipolo di giovani aitanti americo-canado-haitiani…
Chiude l’album “My Body Is a Cage”, ed è l’ennesima sorpresa: un pezzo molto bello dalle sonorità alla Phil Collins di “In the Air Tonight”.

Tirando le somme, anche Neon Bible è un album che merita di essere ascoltato e riascoltato più volte: difficilmente vi stuferà.
Che dire ancora degli Arcade Fire, dunque? Prendendo in prestito un’immagine, direi che questo gruppo vi porta a spasso in una giornata senza sole, o in una di quelle in cui le nuvole coprono sovente il sole. Ma non sempre piove e comunque non vuol dire che ci si stia male. Basta starsene al coperto con in mano qualcosa di caldo per godere di questa musica, che sicuramente fa pensare. Preparatevi, quindi, a un viaggio interiore: se verso l’alto o verso il basso dipenderà in gran parte dal vostro stato d’animo del momento.

Morlocks: back from the grave (pt. 2)

morlo.jpegEccoci – a una settimana di distanza – all’appuntamento con la seconda parte del pezzo su Leighton Koizumi e le sue band (clicca QUI per andare alla parte prima). Vi ricordiamo la bellissima ristampa su Area Pirata di Emerge (in edizione vinilica superlusso – colore verde! – e cd digipack con ricco booklet), nonché il tour europeo dei Morlocks (che toccherà anche l’Italia, a giugno).
E poi, per i completisti, anche la stampa europea del recente
Easy Listening for the Underachiever su Go Down Records (anch’essa in doppia edizione: vinile colorato – rosso – e cd digipack). Si parte.
Attenzione: contiene dosi importanti di ricordi da vecchia ciabatta, opinioni arbitrarie e ricostruzioni dei fatti annebbiate dal decadimento neuronale.

Anni Ottanta blues
Sarà stato il 1989, occhio e croce. Ancora mi permettevo la trasgressione di comprare l’occasionale copia di Metal Shock, nonostante i miei anni da thrash-core maniac volgessero chiaramente al declino, per cedere il passo al punk rock e ai suoni statunitensi del proto emo-core (Dischord e compagnia bella). In un inserto della rivista spuntò una lunga intervista a uno che – si diceva – tutti credevano morto, ma era stato scovato e “torchiato”, per poi sparire nuovamente. Già, era proprio Leighton Koizumi, ancora piuttosto infognato con i vizietti che sappiamo. Chissà perché, quel pezzo (insieme a uno su Jeff Dahl) mi è rimasto impresso e a quasi vent’anni di distanza ancora lo visualizzo. Anzi, dovrei andare a spulciare in cantina per recuperare la rivista, se fossi davvero un uomo col sacro fuoco del rock. In realtà sono solo chiacchiere e distintivo e preferisco star qui a scrivere cazzate aspettando di andare in sala prove, piuttosto che tuffarmi nella muffa e negli scatoloni.

I casi della vita
Ad ogni modo, come spesso mi è accaduto in quegli anni, nonostante l’attrazione, non mi sono assolutamente curato di documentarmi, quindi giunsi alla soglia dei 25 anni senza avere mai ascoltato una nota dei Morlocks o dei Gravedigger V. Ci pensò il caso prima (una cassetta dimenticata su un ampli da un compare di band), e una provvidenziale svendita poi, a farmi ricomporre quasi tutti i pezzi di un puzzle che forse nemmeno era un puzzle… ma alla fine ci stava bene come frase. Insomma, morale della favola: poco prima del nuovo millennio ero felice possessore di All Black and Hairy (Gravedigger V), Submerged Alive e Uglier Than you’ll Ever Be (Morlocks) e – più importante di ogni altra cosa – Emerge su vinile (Morlocks, su Midnight Records, con etichetta che riporta la velocità a 45 giri, ma va a 33! Nota per Manuel: lo beccai per poche lire in un negozio che vendeva dischi usati per conto di uno che voleva sbarazzarsene… altro che prezzi folli da collezionisti: una vera botta di culo, per usare un francesismo). Bei dischi davvero – a parte, forse, il live un po’ rappezzato Uglier Than You’ll Ever Be – che però presto finirono nel bagaglio degli ascolti da non dimenticare, ma non gettonati con frequenza giornaliera.
Arrivò il 2003, la primavera se non erro; avevo cambiato città da un bel po’ e una sera, mentre mi dirigevo alle prove dopo un paio di birre, per strada incontrai un noto personaggio della scena musicale locale che mi fermò e chiese – a me e all’amico con cui ero – se volevamo suonare con Leighton Koizumi nel giro di qualche settimana.

On stage with Leighton
E’ così che (vi risparmio le traversie pre-concerto) io e la band in cui suonavo allora ci trovammo a dividere il palco con Koizumi e la backing band dell’occasione (Tito & The Brainsuckers). Una serata bizzarra, di cui ricordo vivamente alcuni dettagli. Uno è l’allora batterista dei Brainsuckers (l’avranno cambiato? Lo spero per loro… o magari negli anni si è un po’ ammorbidito), un vero testone che rifiutò di prestare le aste e i sostegni degli elementi, costringendo noi e un altro gruppo a fare i salti mortali per mettere insieme uno straccio di batteria-Frankenstein, mentre lui suonava comodo e sciallato col suo rack alla Iron Maiden. Poi Leighton, zitto, mite, gentile: mi autografò la copertina di Uglier Than You’ll Ever Be (dedica: “Andrea, brother, you must rock the garage!”) e mi disse: “Questo non ce l’ho!”. E ancora un pubblico teso e pronto a esplodere di fronte all’ugola dei Morlocks, l’organizzatore del concerto che arrivò alla fine di tutto, con una faccia beata, chiedendo: “Allora ragazzi, a che ora suonate?”. Poi Leighton che faceva numeri e si scatenava, non volevano più lasciarlo scendere dal palco; al terzo-quarto bis sparì dietro una tenda: non ce la faceva più… ma la gente voleva il suo sangue. E lui tornò per cantare ancora. E alla fine del concerto mi venne vicino e mi disse che la nostra cover di “Paint it Black” gli era piaciuta molto. Voi non l’avete mai sentita… meglio così, credete a me. Insomma, uno di quei momenti che – seppur non raccontabile agli eventuali nipoti per scarsità di materiale narrativo spendibile – ti rimane dentro e ogni tanto ci pensi, sorridi un attimo e continui a fare quello che stavi facendo.

morlocksalbum.jpgDal karaoke all’Area Pirata
Certo, l’operazione Leighton fu una bella idea divertente, ma con un respiro di non più di due-tre mesi. Perché in fondo lo pseudo karaoke del garage singer con backing band nostrana, finita la botta iniziale del “Cazzo, non ci posso credere: Leighton Koizumi dei Morlocks!”, lasciava il tempo che trovava. Complice forse anche un disco di cover Sixties (su Ammonia, se non erro) che non diceva nulla di particolare, uscito per cavalcare l’onda del ritorno. E a poco è valso, qualche anno dopo, il lavoro di come-back dei Morlocks (ovvero Easy Listening for the Underachiever, uscito ora per Go Down in edizione europea), un album assolutamente non malvagio, ma… insomma, non giriamoci intorno, che è meglio dire le cose direttamente: i Morlocks – almeno per il sottoscritto – sono quelli che puzzano di 1985, di eroina, di garage revival della prima ondata. E infatti (amen!) finalmente qualcuno ha avuto la bella idea di ridare alle stampe l’esordio del gruppo uscito esattamente a metà del decennio degli yuppies e dell’edonismo senza limitismo.
Dicevamo, quindi, di Emerge. Un disco di una violenza sconcertante; ti attacca, ti stordisce e ti ha già ammazzato prima ancora che tu ti renda conto di cosa sta succedendo. Questo anche in virtù del minutaggio ultraridotto: in pratica una specie di Group Sex o di Dealing With It (citazioni a uso degli hardcore fan di una certa età) del garage revival. Riff minimali trafugati dalle cantine più muffose del Sixties, masticati e digeriti per essere riproposti con chitarre rabbiose e parametalliche (non mi sono drogato: concedetemi qualche vezzo!) a tratti, con il rantolo satanico di Koizumi a fare da contrappunto. Questo è un ascolto che vi segnerà, comunque e sempre. Nel bene o nel male.

A questo punto c’è veramente poco ancora da dire, se non: onore e gloria ai ragazzi di Area Pirata (già tra i santi e beati del rock’n’roll per avere stampato cinque anni fa Land of Nothing dei Not Moving) per questa nuova edizione di Emerge. Se poi avete un po’ di palle, accaparratevi l’edizione in vinile rosso… ce ne sono 500 copie e poi stop.

[Clicca QUI per andare alla prima parte dell’articolo]

morlocks-1991-wakemewheni.jpg

Rogue Male

roguemale-fv.jpgRogue Male – First Visit (Music for Nations, 1985)

Una meteora che solo i più attenti ricorderanno per una recensione su HM e una pseudo intervista apparsa sullo stesso quindicinale. Quattro deviati che, per un quarto d’ora o poco meno, sembrarono rappresentare (almeno per Kerrang!) il futuro dell’heavy metal e della musica estrema: abbigliati stile Mad Max, con un tocco di Robocop e Terminator, brutti e unti, furono probabilmente i precursori del look grebo e neo-biker portato alla ribalta da Zodiac Mindwarp, nonostante l’evidente inclinazione al futurismo postatomico.

Era il 1985 quando i Rogue Male si affacciarono sul panorama del rock metallico; la divisione tra ali estreme di thrasherspeed metaller contro glamsterhard rocker più classici era già nata e si acuiva con la comparsa di band sempre più estreme in entrambi i campi: parlo di pestoni violenti e velocissimi oppure di proto drag queen decoratissime con sciarpine vezzose e spandex. In questo panorama i Rogue Male erano un po’ come uno struzzo blu in chiesa durante un matrimonio… insomma, non c’entravano un emerito e beato cacchio.
A parte il look deviante, la loro musica era semplicemente troppo avanti (o – altrettanto semplicemente – troppo ancorata a certe radici universali) per piacere ai giovani fans assetati di estremi. Stiamo parlando di un gruppo che univa una potenza d’assalto simile a quella dei Motorhead più impetuosi, un timbro vocale scippato direttamente a Lemmy, un grande gusto per sfornare riff rock’n’roll suonati con pesantezza e velocità, i migliori stilemi del metal moderno con quelli del rock duro anni Settanta e si concedeva anche alcune accelerazioni più moderne (insomma, nel 1985 se un gruppo duro non tirava, allora non valeva un cazzo, secondo la comune opinione… io ero uno che comprava i dischi col contachilometri: sotto certe velocità, non ero interessato). Anzi, a dire il vero, erano più Motorhead loro dei veri Motorhead, che a metà anni Ottanta erano ormai sulla via del declino totale. A testimonianza di questo basta l’ascolto del brano d’apertura del loro primo LP First Visit, la canzone intitolata “Crazy Motorcycle”: la prima cosa che viene in mente è la band di Lemmy, aggiornata lievemente nelle sonorità e nella produzione.

Il primo album (un capolavoro, se vi interessa la mia opinione) vendette pochissimo, tanto che la major che li aveva sotto contratto li scaricò. Riuscirono però a pubblicare un seguito, ovvero Animal Man su Music for Nations, un disco che passò del tutto inosservato suscitando solo pochi ilari commenti per il loro look, che nel corso di un anno era ultreriormente peggiorato e ormai era assolutamente fuori da qualsiasi schema accettato nella comunità metallica.
A volte il mondo è decisamente da rifare e lo dimostra anche nelle piccole cose come questa. Gruppi che avrebbero meritato, se non altro, di essere ricordati con rispetto, finiscono nel dimenticatoio senza appello.

John Felice post Real Kids

felice.jpgJohn Felice & the Lowdowns – Nothing Pretty (Norton, 2004)

A volte il caso è proprio un burlone, ma simpatico, non c’è che dire. E ti fa trovare un disco come questo a 2,50 euro – usato of course – in un negozietto un po’ qualunque, di quelli dove si va così per far passare le mezz’ore quando non si ha altro da fare. Ebbene, questo album è di una side band post Real Kids: nella formazione ci sono – infatti – John Felice e Billy Borgioli.

Non mi aspettavo nulla di esaltante, a onor del vero, ma dopo un primo ascolto rapido la mitologia ha iniziato a salire. Partiamo dal fatto che questo disco, secondo la leggenda, era già una rarità prima di uscire nei negozi, visto che la compagnia di distribuzione chiuse il giorno stesso in cui doveva iniziare a spedire i pacchi di vinili ai venditori (era il 1987). Certo, uscirono poi almeno un paio di versioni europee l’anno seguente (una su New Rose – sempre presente, come da manuale, agli appuntamenti toipci – e una su SPV), ma l’album non è mai stato un oggetto di facile reperibilità. Ci ha pensato quindi la Norton, nel 2004, a ristamparlo come dio comanda. E nulla mi leva dalla testa che è stata un’ottima scelta.

Rock’n’roll veloce e nervoso, con venature garage e power pop, nella migliore tradizione dei Real Kids e con qualche pennellata stonesiana in più. Un disco che sa di malinconia e di tempo passato, di teste che non cambiano nonostante l’età e di cicatrici sotto al giubbotto di pelle – sì proprio quello che a volte ti senti troppo vecchio per mettere, ma l’idea di uscire senza ti terrorizza. Come alcune cose di Cheetah Chrome primissimi anni Novanta (lasciamo perdere il tamarrissimo e rappezzato live di qualche anno fa), coi Ghetto Dogs (esiste un bel 10″ su Get Hip, magari non più reperibilissimo, ma ne vale la pena) e soprattutto con Mike Hudson (un 7″ all’attivo, con due brani da lacrima).

Pezzi top del momento: “I’ll Never Sing That song Again” (ballatona da rocker amaro, con qualche palese citazione di “Sweet Home Alabama”) e “Nothing Pretty” (dall’incedere coinvolgente e classico).

Un disco del Kaiser… Chiefs

200714kcytam.jpgKaiser Chiefs – Yours Truly, Angry Mob (B-Unique, 2007)

Eh, lo so: Yours Truly, Angry Mob non è proprio fresco-fresco d’uscita, ma l’ho scoperto recentemente e mi sembra si meriti una recensione.
Il primo singolo estratto si intitola “Ruby” (e chi non conosce quel ritornello che fa “Ruby, Ruby, Ruby, Ruby!”) e devo ammettere che è stato la causa del mio allontanamento dal gruppo che, a dire il vero, ho adorato ai tempi dell’usicita del loro esordio Employment. All’epoca, infatti, i cinque ragazzi di Leeds si presentavano come una band genuina, vicina alle sonorità brit-pop degli anni Novanta, ma con la giusta dose di originalità. Il loro look quasi working class, poi, aveva fatto il resto…

Ma torniamo al nostro singolo. Con “Ruby” i Kaiser Chiefs cambiano e si avvicinano molto di più alle regole stilistiche imposte dal mercato: sonorità più anni Ottanta e look più patinato, come dimostrano la pettinatura a schiaffo e i jeans attillati di Ricky Wilson (cantante). Non sono più il gruppo di “I Predict a Riot” e quasi mi sono sentita tradita.
Però qualche tempo fa, invece, ascoltando su radio XFM Manchester l’ultimo singolo estratto da quest’album, “Love’s not a Competition (but I’m Winning)”, mi sono ricreduta. Il pezzo, in realtà, è la classica ballata che gira attorno agli standard del modello inglese, ma ciò che mi ha colpito è stato il gusto agrodolce che riesce a lasciarti in bocca una volta finita. Forse sarà per la pioggia di note alla Cure o forse per il testo un po’ malinconico, ma il pezzo riesce a incollarsi al cervello, creando quasi dipendenza.

In realtà un pò tutto Yours Truly, Angry Mob ha la capacità di appiccicarsi nella testa di chi lo ascolta, grazie a pezzi molto orecchiabili, dai ritonelli facili e canticchiabili. Tipici esempi sono brani come “Ruby”, “The Angry Mob” (con coro da stadio finale), “Heat Dies Down” e “I Can Do It Without You”. Una miscela molto piacevole di pop, rock e tastiere (a volte troppo sintetiche) pervade l’intero prodotto, che diviene un insieme di vibrante energia, fin dal primo all’ultimo pezzo.

Forse è la recente penuria di novità interessanti a rendere questo lavoro più prezioso di quello che in realtà sarebbe; ma coi tempi che corrono trovare una band completa e capace di arrangiare una canzone dall’inizio alla fine non è cosa da poco. E devo ammettere che, anche in questo loro secondo album, i Kaiser Chiefs ci riescono a meraviglia!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: