The Lipstick Killers

Un classico caso di fantaLipstick Killersstici perdenti. La testimonianza che questi ruvidi australiani hanno lasciato consta di due 7” (“Hindu Love Gods/Shakedown USA” del 1979 e il postumo, quasi introvabile, “Sockman/Pensioner Pie”) e un album dal vivo, anch’esso postumo (Mesmerizer del 1984, prodotto da Chris D. dei Flesheaters – o meglio: equalizzato da Chris D., visto che si tratta della trasposizione vinilica di quanto era registrato su una cassetta incisa durante un concerto).

I Lipstick Killers, nati da una precedente punk band (gli Psycho Surgeons, immortalati in diverse compilation di punk minore), erano di Sydney e gravitavano nell’area d’influenza dei Radio Birdman (il primo singolo è prodotto da Deniz Tek, che ogni tanto si dilettava anche a cantare negli Psycho Surgeons, tanto per dirne una), che li aiutarono anche a inserirsi nel giro delle esibizioni live.
Il sound iniziale era un garage rock con generosi dosi di frat stomp– come il brano del lato A del primo singolo testimonia senza ombra di dubbio – e una tastiera molto Radio Birdman. Proprio la qualità di questo dischetto fece in modo che Greg Shaw della Bomp/Voxx li notasse, oltreoceano.

Mark Taylor (chitarrista): “Eravamo in contatto con Greg Shaw già dal 1975, perché importavamo da lui Bomp Magazine, magliette, dischi della sua etichetta e del suo mailorder. Quando il nostro singolo uscì in Australia, gliene spedii alcune copie perché sapevo che lo avrebbe messo in catalogo. La sua reazione fu molto positiva e inaspettata: volle stampare il disco in edizione statunitense e ci invitò a Los Angeles, promettendoci che avrebbe trovato un sacco di concerti per noi”.

Un’occasione di quelle grandi. La band, tra il 1977 e il 1979, era passata a uno status di semiprofessionismo in patria e da un paio d’anni si arrabattava nel circuito dei concerti. Era nel roster di un’agenzia che curava il booking. Non era, però, un periodo felice, anche se il lavoro non mancava.

Mark Taylor: “Preferisco ricordare la band nel periodo 1976-77, quando dovevamo sudarci le opportunità per esibirci dal vivo e gratis. […] Finivamo nei ristoranti a chiedere se potevamo suonare. Affittavamo saloni, suonavamo nei centri commerciali o alle feste di compleanno. Ci prendevamo dei rischi, abbattevamo barriere e usavamo la nostra ingenuità per creare eventi e situazioni. […] Dopo due anni di lavoro con l’agenzia, invece, di supporto a gruppi come Jimmy & The Boys, Radiators, ecc. ecc., stavamo impazzendo. E le nostre canzoni stavano diventando peggiori, inferiori a quelle degli inizi. Diventavamo più bravi a suonare, ma la nostra originalità e il livello di energia diminuivano. Decidemmo di andare a L.A. perché era una cosa rischiosa – quindi l’esatto opposto di quello che stavamo facendo a Sydney”.

I Lipstick Killers, così, si trasferirono a L.A. Non sapevano, però, cosa li attendeva: erano saliti su quell’aereo sulla scorta delle sole promesse di Greg Shaw. E, infatti…

Mark Taylor: “Quando arrivammo [Shaw] sembrava essersi dimenticato dell’impegno che si era preso nei nostri confronti; comunque ricordo che ci organizzò almeno un concerto e – tutto sommato – tentò di aiutarci. Aveva anche contattato Kim Fowley perché ci chiamasse per fare qualcosa, ma credo che Fowley abbia realizzato che non eravamo certo fatti per diventare le prossime Runaways. Non so nemmeno come andassero le vendite di ‘Hindu Love Gods’ negli Stati Uniti, ma credo che sia stato ristampato almeno tre volte. Pete [Tilman, il cantante] una volta chiese all’addetto alle relazioni della Bomp un rendiconto delle vendite, ma gli venne risposto che ‘Non si può cavare sangue dalle rape’”.

Los Angeles si rivelò un disastro. Il gruppo alloggiava al Tropicana Motel, un classico albergo per musicisti spiantati, tossici e personaggi borderline, poi si trasferì in un appartamento infestato dagli scarafaggi, nel distretto di Silverlake. Resistettero meno di un anno, in quelle condizioni.

Ecco ciò che ricorda Mark Taylor: “Restammo a Los Angeles per nove mesi e in quel periodo di tempo facemmo 12 concerti. Molti andarono benissimo, come quello al Whiskey A-Go-Go a Hollywood, con 600 spettatori. Uno dei nostri migliori concerti, a quanto ricordo, e anche il primo show di Stephen Mather [il bassista che sostituì Kim Giddy] con il gruppo. Suonammo anche con i Gun Club, i Plimsouls, gli Unknowns e diversi gruppi punk hardcore. E poi vedemmo Roky Erikson and the Explosions al Whiskey: dopo il concerto lui si fermò a stringere mani e a parlare con il pubblico. Mi strinse la mano a lungo, guardandomi fisso, e notai che aveva le lacrime agli occhi”.

Tra i 12 concerti statunitensi ci fu anche quello immortalato in Mesmerizer, frutto di un lavoro di ripulitura ed equalizzazione di un live set inciso su una cassetta. Il responsabile della pulizia è Chris D., come già detto, e il disco uscì su Citadel (la mitica label australiana) nel 1984, a band ampiamente sciolta e defunta. Già, perché Los Angeles diede il colpo di grazia ai Lipstick Killers.

Mark Taylor: “Kim iniziò a preoccuparsi per la nostra situazione economica e la sua fidanzata, a Sydney, voleva che lui tornasse a casa. Noi vivevamo tutti insieme in condizioni terribili. Kim iniziò a vagare per Los Angeles da solo, a volte si assentava anche per più giorni, dormiva sulle panchine, nei parchi. Era molto pericoloso e noi tentammo di metterlo in guardia, eravamo preoccupati per lui. Aveva anche preso a parlare in maniera incoerente. Così ci trovammo tutti d’accordo sul fatto che doveva rientrare a Sydney e decidemmo di chiedere a suo cugino Stephen di unirsi al gruppo. Purtroppo Stephen si portò dietro la fidanzata, che non era stata assolutamente invitata e venne a vivere con noi, che già eravamo in troppi in quell’appartamento. Tutto questo rese difficile concentrarsi sulla musica e sulla composizione. Divenne una situazione tipo John Lennon e Yoko Ono”.

Fu così che il gruppo, dopo nove mesi di vita grama nel nuovo continente, si sciolse e tutti tornarono a casa.
Mesmerizer è l’unica testimonianza sulla lunga distanza ed è un disco fenomenale, uno dei classici minori che possono cambiarti un pochino la vita. A proposito di questo lavoro Mark Taylor ha affermato nel 2001: “[…] Mesmerizer è ok, ma non è altro che rock, niente di speciale”.
Certo Mark: sarà “solo” rock, ma ha tutta l’energia del sound Sixties rivitalizzato, vitaminizzato e sparato a mille all’ora. Trovatelo se avete un po’ di fortuna. Il mio ultimo avvistamento di Mesmerizer, per la cronaca, è stato a Genova nel 2006, in una bancarella, per 20 euro – usato e conciato piuttosto male.
Per i completisti: il gruppo ogni tanto suona ancora in concerti di reunion e circolano dei cd con le registrazioni dei live. Lasciate perdere, però, che è meglio.

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6 commenti

  1. ENRICO

     /  maggio 19, 2008

    Visto a torino la settimana scorsa in un negozio a 15 euro, tenuto abbastanza bene!

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  2. Andrea Valentini

     /  maggio 20, 2008

    Uhmmm… io me lo prenderei, a questo punto! Che negozio, di grazia? A volte capito all’ombra della Mole…

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  3. Update: “Mesmerizer” alla fine l’ho preso a una fiera del disco nella primavera 2009 da uno strano vecchietto che aveva dischi italiani anni Sessanta (tipo Mina, Celentano etc etc) e una cassa di rock australiano. E’ comunque costato una quindicina di euro, in buone condizioni (ma non perfette).

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  4. corrado

     /  gennaio 18, 2010

    Io l’ho trovato in un negozio di dischi a Milano in buone condizioni per la somma di 8/9 euro. Quando l’ascoltai la prima volta rimasi un pò deluso o forse meritava solo più ascolti.
    Forse devo ravvedermi e riprovare a rimetterlo sul piatto. Il buon Andrea non mente mai!!!

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  5. Mah, il problema secondo me è che è un live preso da un nastro e il suono è quello che è. Però la band era notevolissima – a mio modestissimo e inutile parere.
    8-9 euro eh? Maledetten! 🙂

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  6. corrado

     /  gennaio 18, 2010

    Mi riprometto di ascoltarlo a breve ma allora mi trovavo d’accordo con quanto detto da Taylor, ovvero di un genuino disco rock!!!

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