I demoni di Fiumani

fiumani.jpgFederico Fiumani – Brindando con i demoni (Coniglio, 2007)

Mi ritengo un fiumanologo minore a intermittenza e un po’ mi sento in colpa per questa mia mancanza.
Ero a Roma, agli inizi degli anni Novanta, in piena crisi da tre giorni di visita militare – la mia personalissima versione di “Tre volte lacrime”; ero indeciso tra una sana obiezione di coscienza e l’arruolamento nei parà (per dovere di cronaca scelsi poi la prima) e comprai, spinto da un’oscura forza interiore, questa cassetta dalla Ricordi di Piazza Venezia: Da Siberia al prossimo weekend. Inutile anticipare che, almeno, quei tre giorni mi sembrarono meno pesanti, attutiti dall’ossessivo ascolto del nastro.
I Diaframma mi parvero come un rimedio confidenziale ai momenti di instabilità esistenziale, quell’irrequietezza sommessa e provinciale, ma non per questo meno sfiancante e dolorosa. Liriche affilate senza necessità di urlare, “seduti a tavola in quel misero caffè”, una visione epocale, un archetipo generazionale.

Non so quante volte Fiumani abbia brindato veramente con tutti i propri demoni, per dirla come il titolo del suo libro-diario Brindando con i demoni (Coniglio, 2007); sicuramente l’ha fatto con alcuni, con quelle sue allucinazioni kafkiane che lo immobilizzano – da sempre – nella quotidianità: uno sguardo di traverso può bastare, a volte, a gettarlo nell’angoscia sociale e persistente della sua Firenze. Ma in fondo, anche se è duro ammetterlo, a tutti succede di provare i medesimi sentimenti di meschinità e inadeguatezza, all’ombra dei rispettivi campanili della nostra italietta.

In realtà il Signor Diaframma è davvero uno dei pochissimi personaggi che hanno fatto la storia del rock italiano in modo autarchico, mattone su mattone, insieme a un’altra manciata di individui. Ed è rimasto fedele a se stesso, ma nelle pagine di questo diario rock & roll, sgombrando il campo da ogni retorica ortodossa e oltranzista, confessa che la sua fedeltà è dovuta in larga parte alla speranza di rincontrare il padre perso in tenera età e riconoscerlo: un’aspirazione che, se Fiumani avesse preso altre strade e cambiato radicalmente esistenza come fecero diversi suoi amici hippy classe 1960 o giù di li, sarebbe svanita nel nulla.
fiumani1.jpg Una fedeltà di principio sembra già un buon motivo per non perdersi in vite dissolute o svendersi al dio denaro; eppure Federico sembra anche guardare con costante ammirazione l’amico e alter-ego Piero Pelù, il Lucignolo compare di vecchi giochi al sapore di LSD che da una Firenze ancora sonnacchiosa spiccò il volo verso aree internazionali; un’ammirazione che trascende le recenti cadute di stile dell’ex leader dei Litfiba, per la sua naturale estroversione e attitudine iggypoppiana alla performance.

I capisaldi di Fiumani si rafforzano cercando “affinità e divergenze” di percorso con altri suoi colleghi coetanei, che in questo continuo rimando vanno a rafforzare l’identità – volutamente di basso profilo – di Fiumani, il cui idolo di sempre è Tom Verlaine (re dei Television), a cui probabilmente si ispirò agli inizi di carriera e che rimane imprescindibilmente l’amico immaginario più fedele. Fiumani e i suoi dischi. Fiumani e le sue storie di provincia con protagoniste canzoni dai nomi di donna. E le sue donne, amate fino a giocarsi la prostata per il suo piacere più viscerale, da vero intenditore sciupa-femmine: esatto, il culo, senza falsi pudori. E poi – solo al secondo posto – i piedi sublimi di donna, con “l’odore dell’arrosto”. Un devoto stilnovista platonico della canzone, Fiumani, che nella vita si prende il suo riscatto più profondo in una sorta di mito edipico confuso.

Questa è una confessione senza mediazioni, come l’autore stesso ammette, scritta durante un anno in cui svolge la sua attività di musicista con la precisione a orologeria di un impiegato del catasto: che sia davvero questo il rock & roll, in Italia? Uno scazzo continuo con discografici megalomani e sigaro-muniti, colleghi presuntuosi e arroganti, fan superficiali e opportunisti, una giungla di date ed eventi tutt’altro che memorabili… e Fiumani in tutto questo, nonostante tutto, è sempre in piedi, da circa 30 anni a questa parte: una longevità fatta di coerenza e fatica che non hanno pari nel panorama del rock underground, soprattutto perché non è compiaciuta, né sbandierata, ma sentita spesso come un senso di colpa.
Non ci resta che brindare con i demoni di Federico Fiumani, perché sarà un po’ come bere un bicchiere con i nostri. Anche se, alla fine, i suoi diventano angelici nelle canzoni che scrive e gli scheletri nell’armadio, insieme agli scarafaggi giganti, sembrano essere spariti del tutto.

What we do is secret…

germsdarbylastgig.jpgE’ stato postato su Youtube un nuovo trailer del film (che tarda a uscire, nonostante sia da tempo pronto e terminato) dedicato a Darby Crash e basato parzialmente sulla sua biografia Lexicon Devil. Il titolo della pellicola è What We Do Is Secret e il protagonista è impersonato da Shane West, già nel cast di ER (il medical drama che ormai prosegue da quasi 15 anni).

Il film è incentrato sull’ultima parte della vita di Crash, ovvero sul suo “five years plan”, cioè il programma per cui in cinque anni voleva diventare una leggenda per poi suicidarsi.
Pare che alla lavorazione abbiano partecipato, in veste di consulenti, Pat Smear e alcuni membri della famiglia di Darby Crash.

Non è ancora chiaro quando la pellicola uscirà e in che veste (nelle sale? Solo su dvd?), mentre è stato reso noto che tra i cameo ci sono anche quelli di Penelope Spheeris e Captain Sensible.

Zodiac Mindwarp

Dalle spire mefitiche degli anni Ottanta, una perla di rara ignoranza e decadenza: il video di “Prime Mover” di sua maestà Zodiac Mindwarp & The Love Reaction. Di fronte a cotanta untuosità, stupidità e grettezza rock non si può che alzare il pugno e fare headbanging.

Richie Ramone contro Golia

halfway.jpg Il batterista dei “fratellini” Ramone tra il 1983 e il 1987, ovvero il buon Richie Ramone, si era imbarcato in una causa legale contro i curatori del lascito di Johnny Ramone, Wal-Mart, iTunes di Apple e altri: il motivo di questa sfida tipo Davide contro Golia erano le royalties su sei pezzi che Richie avrebbe scritto durante la sua militanza nella band.

Il verdetto (arrivato pochi giorni orsono) è stato negativo, dato che secondo il giudice il contratto firmato da Richie all’epoca prevedeva l’utilizzo delle registrazioni e il loro sfruttamento anche tramite tecnologie ancora da sviluppare (e quindi il download e la rete).
Insomma, la classica fregatura a cui chiunque abbia mai lavorato nel campo dell’intrattenimento deve sottostare: si firma la cessione per lo sfruttamento tramite mezzi di diffusione correnti e futuri.

I pezzi incriminati, firmati appunto anche da Richard Reinhardt, sono: “Smash You,” “Somebody Put Something in My Drink,” “Human Kind,” “I’m Not Jesus,” “I Know Better Now” e “(You) Can’t Say Something Nice”.

Black Keys: all’attacco…

black-keys-attack-and-release.jpgThe Black Keys – Attack & Release (2008, V2)

A due di distanza dal loro ultimo – peraltro ottimo – album Magic Potion, il duo di Akron (Ohio) torna in pista giocando il jolly a sorpresa. Per Attack & Release, infatti, per la prima volta Patrick Carney e Dan Auerbach si affidano a un produttore e lo fanno scegliendo nientemeno che Brian Burton aka Danger Mouse (Gorillaz, Gnarls Barkley). Un’unione insolita nata per mano di Danger Mouse stesso che aveva chiesto espressamente al duo di comporre dei pezzi per il nuovo album di Ike Turner.
Saltato il progetto per ovvi motivi (Ike r.i.p.), lo strano trio ha continuato a lavorare a quello che è sicuramente un album diverso da ciò a cui ci aveva abituato il duo della rubber city. Un disco che mostra un deciso passo verso nuovi lidi, evitando così un possibile precoce inaridimento della vena compositiva dei nostri.

A essere sincero il mio primo impatto con l’album non è stato dei migliori: era proprio la produzione di Danger Mouse, che mi sembrava un po’ sfocata, la causa principale dei miei dubbi. Che sono poi scomparsi ascolto dopo ascolto: poco a poco il disco ha cominciato a crescere e ora gira nel mio lettore che è un piacere.
Gli stampi della fabbrica, sia ben chiaro, non sono certo stati accantonati, ma molta carne è stata aggiunta al fuoco. Se il blues iperamplificato in salsa Zeppelin di “I Got Mine” rappresenta la continuità con il passato, le ballate drammatiche ammantate di riverbero (“Lies”), i groove r&b (“Same Old Thing”, con tanto di flauto), i sapori country e i piccoli accenni di elettronica costruiscono un più che robusto ponte verso il futuro.
I Black Keys decidono anche di offrire due esecuzioni dello stesso pezzo (“Remember When” in versione “side A” e “side B”): una in chiave soul-malinconica, per un risultato molto suggestiva,  l’altra è un selvaggio standard garage-rock… si capisce che la voglia di giocare con la musica per stupire e stupirsi è rimasta intatta, e che il gruppo può ormai decidere di manipolare la propria musica a piacere, suonando sempre e comunque personale.

Disco o non disco?

disconotdisco.jpgVV.AA – Disco Not Disco (Strut, 2008)

A me sono sempre piaciute le compilation (o, se il termine vi sembra troppo pop, le raccolte) più o meno illuminanti, sia di rock che di elettronica.
Nelle compilation trovi sempre quello che ti piace, che all’improvviso ti fa venire voglia di spulciare nei negozi e nei cataloghi online, che ti dà modo di scoprire artisti di cui non avevi mai sentito parlare e che vorresti avere a tutti i costi. Disco Not Disco (Strut, 2008) è proprio una di queste.

La raccolta di cui parliamo non solo serve a ri-scoprire brani della scena post punk e dell’electro dei primi anni Ottanta, ma celebra anche il ritorno della tedesca Strut Records. Si va da pezzi ormai di culto come “Mind Your Own Business” dei Delta 5 (coverizzati qualche anno fa anche dalle Chicks on Speed) alla dance-issima “Contort Yourself” di James White & The Blacks. Non manca un occhio di riguardo a certa new wave dei primissimi Ottanta come “Los Ninos Del Parque” dei Liasons Dangereuses e i Number Of Names con la pre-newromantic “Sherevari”, pregna di un sound assolutamente irresistibile e ipnotico.

Una raccolta impedibile, corredata da uno stilosissimo packaging cartonato e un libretto riassuntivo con le biografie degli artisti scritto da Bell Brewster, l’autore di “Last Night a DJ Saved My Life”.

Penne e pennate della Gioventù Sonica

Thurston Moore – Alabama Wildman (Leconte)
Lee Ranaldo – Road Movies (Quarup)

Nel Belpaese del tarallucci e vino la sindrome del musicista pennamunito sta assumendo tutta l’aria di un’epidemia. Cito a memoria alcuni musicisti dal passato-presente alternativo che si sono misurati negli ultimi tempi con l’editoria libraria: Federico Fiumani (commovente), Carlo Cannella (sorprendente), Roberto Perciballi (trucidissimo), Massimo Zamboni (spesso), Tony Face (ok), Oskar Giammarinaro (e va bene), Silvio Bernelli (così, così), Vinicio Capossela (deludente), Drigo (a che pro?), Francesco Renga (meglio trombarsi Ambra), Cristiano Godano (non ancora pervenuto). Quasi tutti hanno messo nero su bianco i cazzi propri: in maniera onesta, didascalica, romanzata, poetica, surreale ma, bando alle ciance, sempre di cazzi loro si trattava! D’altronde questa è gente che, nella maggior parte dei casi, non ha mai timbrato alcun cartellino, ha del gran tempo libero, negli anni una mezza istruzione se l’è fatta, ecc. Gente che [soprav]vive affogata nella musica, brindando spesso a gin e frustrazione. Per farla breve… pretendere da loro di non avere impulsi bukowskiani è come convincere Berlusconi a non mettersi in testa quegli orrendi capelli posticci. La risposta è alquanto scontata, penso converrete.
Invero, al di fuori della nostra italietta la musica di carta non cambia. Nick Cave, Dee Dee Ramone, Julian Cope, Lydia Lunch, Richard Hell, Billy Corgan (e potrei andare avanti all’infinito) hanno tutti fatto piacevoli scampagnate nella narrativa e/o poesia. E con risultati alterni, esattamente come i nostrani suonatori indipendenti. Il dato di fatto, alquanto curioso, è che in quegli stessi prati siamo andati a belare in molti. Spesso esaltandoci per questa o quell’altra scoreggia letteraria di Re Inkiostro piuttosto che di Mr Druido.

cover-libro-tmoore.jpgIn mezzo a ‘sta marmellata più o meno commestibile, fa specie il pressoché totale silenzio dei media di settore nei confronti delle interessanti elucubrazioni narrative dei due massimi alfieri della Gioventù Sonica. Circa tre anni fa, infatti, in un punta di piedi ha fatto la sua comparsa nelle librerie italiane Alabama Wildman di Thurston Moore (Leconte, pp. 153, € 15,00). Eppure, da vent’anni a questa parte, qualunque stronzatella faccia Mr Moore – non Michael, Thurstone, ma anche Michael a pensarci bene – con la sua chitarra pare sia la migliore in mezzo all’immensa latrina del free(post)punk planetario.
Strano. Davvero strano. L’allampanato Thurston, per una volta, non se lo è cacato nessuno. E in realtà neanche io. Nel senso che il libro in questione ha surfato per un anno buono tra il mio comodino e la mia scrivania, soggiornando sovente nel cesso, senza che mi sia degnato di sfogliarlo una sola volta. Poi, quando mi sono deciso a mettergli addosso mani e occhi, il libello l’ho divorato in un pomeriggio. Adesso, a parte le poesie – poco comprensibili e oggettivamente pesantucce – c’è da dire che le memorie, le vecchie foto in b/n, i racconti abbozzati e, soprattutto, la lunga chiacchierata (sonicXsmith) con Patti Smith e i contrappunti di intervista con clap mi hanno emozionato al punto di rimettere sul piatto il doppio vinile di Daydream Nation. E poi, pur detestando dal profondo del deretano qualsiasi postfazione, le due paginette di Richard “gonzo” Meltzer da sole valgono il prezzo di copertina. Ecco un assaggio: “Non ci si può sbagliare: questo è un libro che parla di femmine. Quelle che si è effettivamente scopato, quelle che avrebbe potuto scoparsi, quelle che gli sarebbe piaciuto scoparsi, quelle della sua fantasia. Non si direbbe dalla sua musica pomposamente artistica […] No, non si è scopato Lydia Lunch. […] E poco ne sa di quanto in realtà fosse a portata di mano il cestino per il pranzo di lei. Io stesso ho assaggiato il Pranzo di Lydia… e lasciatemi dire che era molto, molto gustoso. […] Patti Smith, d’altra parte, nessuno di noi se l’è scopata, sebbene una volta le ho messo la mano sulla fica”.

cover-libro-lranaldo.jpgDella serie “via uno avanti l’altro”: l’estate scorsa una piccola, ma cazzuta, Casa Editrice di provincia ha dato alle stampe Road Movies di Lee Ranaldo (Quarup, pp. 173, € 15,00). Anche in questo caso il libro è già da Chi l’ha visto?. Un peccato, un vero peccato, perché il chitarrista dei Sonic Youth ha scarabocchiato i suoi personali diari degli anni Ottanta con lo sguardo trasognato del fotografo d’esterni: nel suo obiettivo ci sono finiti campi di granturco, fabbriche dai mattoni quadrati, paesi appoggiati alla base dei monti, tramonti sfocati, celi cerulei, alberi folti.
La scrittura di Ranaldo è piana, riposata, in una qualche misura classica; una sorta di no man’s land nella quale s’incontrano Flannery O’Connor e Jack Kerouac. Una scrittura volutamente lenta che obbliga il lettore attento a soffermarsi sui piccoli caratteri tipografici. Una scrittura che si parla addosso, autoreferenziale come nella migliore tradizione della Beat Generation. Una scrittura di viaggio e in viaggio: “Forse una cosa che mi piace del viaggiare, e di tutte le persone che incontri, è che non ti impegni in rapporti che cercano di durare per sempre. […] Di solito puoi parlare solo fino a un certo punto con una persona prima di esaurire gli argomenti significativi, e allora è bello conoscere tanta gente nuova con cui scambiare idee”.
Nulla di imprescindibile, sia chiaro. Ma questa voluta lentezza, questo evitare qualsiasivoglia fuoco d’artificio, questo normalizzare la vita on the road e gli incontri con altri campioni del calibro di Dinosaur Jr, fIREHOSE, Saccharine Trust, Butthole Surfers, ecc., questo mostrare fragilità e debolezze, questo fermare l’attimo su un taccuino come un anonimo uomo della strada è davvero cosa buona e giusta. Soprattutto in un periodo nel quale, spesso e volentieri, la stantia epica del rock’n’roll viene imbellettata con luccicanti copertine in quadricromia e messa comodamente a riposare nei dozzinali scaffali dei megastore.

Replacements: trucco e parrucco

replacem.jpgLa Rhino, etichetta da tempo responsabile di campagne di ristampa a dir poco da sbrodolarsi addosso, annuncia che dal 22 aprile sono disponibili tutti i dischi dei Replacements del periodo Twin Tone (in edizione rimasterizzata ed expanded), più una raccolta.
Resta il dubbio sul fatto se davvero il mondo necessitasse di una simile operazione (peraltro non nuova, per quanto riguarda i Replacements). A ogni modo, i fan di Paul Westerberg e della band non potranno che gioire. E poi lo sappiamo… le ristampe Rhino sono ierresistibili.

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