Joe Strummer: il film

strummermovie.jpgThe Future is Unwritten (2008, di Julien Temple)

Quando le luci in sala si spegneranno e verranno illuminate da un inestinguibile falò popolato dagli aneddoti di intimi, sconosciuti e illustri amici-musicisti di Mr. Joe Strummer… bene, proprio in quel momento, dimenticatevi la militanza oltranzista, l’epopea punk-proletaria e l’ortodossia stalinista che i Clash ci hanno insegnato fino a oggi. Se il mito prolifera e continua a diffondersi (attraverso le eredità sonore ramificate e rigogliose come piante rampicanti in tutto il pianeta, dai Rancid a Manu Chao, dai Rage Against the Machine ai Los Fabulosos Cadillac), qui è il lato pubblicamente celato a emergere, dopo anni di regime musicale. Ed è sicuramente poco cinematografico. Anche per un regista smaliziato e che-la-sa-lunga-sul-punk come Julien Temple (autore dell’altro film-documentario, guarda caso, proprio sulla grande truffa del rock and roll delle pistole del sesso).

Il problema di Temple è che mentre cimentarsi con Sid Vicious e soci significò girare spezzoni comedy, un cartone animato e liquidare la storia con un po’ di effetti speciali e fumo, il narrare la parte debole, controversa, depressa del punk e i relativi tormenti esistenziali del leader dei Clash è un atto doloroso. Qualcosa che rientra in quel materiale non accessibile e non fruibile dalla macchina da presa, una specie di montaggio proibito.
Perché il cinema funziona quando è finzione, quando asseconda la natura circense del rock and roll; ma quando gli attori principali si smascherano, quando le “mentite spoglie” della verità si palesano attraverso la forma documentaristica, cinema e rock and roll diventano altro. Un’alterità indefinita e indefinibile.

In questo costante senso di indeterminatezza il regista britannico colloca, appunto, Joe Strummer: la carriera, le scelte militanti, i dubbi, la sua esistenza con i Clash e la sua sopravvivenza dopo i Clash.
Se c’è stato un male nella vita di Strummer, in The Future is Unwritten pare esser stata proprio la band che l’ha portato al successo, quella che agli esordi gli ha fatto scrivere canzoni infuocate come “White Riot”, inni generazionali come “London Calling” fino a future colonne sonore per spot di jeans come “Should I Stay or Should I go”.

Joe Strummer è una voce narrante biascicata (come lo era la sua) che per l’intera durata del film sembra provenire da un’emittente clandestina che trasmette da qualche posto sperduto. Forse dal Tibet, dove i monaci buddhisti sono i rinnovati sandinisti degli anni Ottanta.
I Clash sono raccontati come un trauma, analogamente a quello che furono i Pink Floyd per Barrett. E ditemi se Joe non somiglia tanto a Syd, nel suo girovagare senza sosta, come un barbone alcolizzato, uno scoppiato in cerca di rave e musica techno per tentare disperatamente di agganciarsi ancora a qualcosa. Ma tutto frana. I Mescaleros, le canzoni spersonalizzate tra musica elettronica, etnica, ska, e quant’altro, pur di non scomparire… per se stesso più che per il suo pubblico.

Il merito di questo film-documentario è fugare ogni dubbio sul fatto che il futuro dei Clash non è stato ancora scritto perché i Clash non erano stati concepiti per avere un futuro. Il vero inno nichilista, il “no future” dei Pistols – in realtà – doveva cantarlo Joe Strummer.

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