Serge Gainsbourg: Melody

Puro rock stonesiano virato in confidenziale… Serge Gainsbourg in “Melody“, dall’indispensabile album The History of Melody Nelson (1971).

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Narcotici? Sì grazie

narcotics-cd.jpgThe Narcotics – All the Purple Pussies (Teen Sound, 2008)

Dischetto fresco fresco dalla romana Teen Sound/Misty Lane, recapitato per vie traverse al bunker di Black Milk. Che dire… il sottoscritto è partito piuttosto prevenuto (don’t ask) e invece, come nella migliore delle tradizioni, si è trovato ad ascoltarlo per due volte di fila, questo CD.
Garage e rock Sixties sono gli ingredienti fondamentali per la musica di questa formazione bolognese nata nel 2003 (se ho capito bene); poi i Narcotics ci tengono anche a precisare implicitamente, nel loro Myspace, che oltre ai vati ispiratori (Stones, Stooges, Sonics, Kinks, Fuzztones, Flamin’ Groovies, New York Dolls, Modern Lovers, Seeds, MC5, Eric Burdon, Lyres, Little Richard, Sly and the Family Stone, Fleshtones, Captain Beefheart, Roky Erickson, Big Star, Miracle Workers), per comporre si affidano alla chimica e alla farmaceutica. E chi siamo noi per biasimarli…

Passiamo al dischetto: superato l’impatto con una copertina anonima, ci troviamo di fronte a 10 brani da ascoltare d’un fiato, a modo loro omogenei e compatti, di garage rock (utilizziamo la definizione più generale e ampia possibile) come va fatto. Certo, nessuno inventa nulla qui, e in più di un’occasione si sente un riff che abbiamo già sentito in questo o in quel classicone del genere, ma chissenefrega.
Il rock’n’roll prevede anche abbondanza di citazioni, autocitazioni, reiterazioni, rippaggi e tributi più o meno dichiarati. E quando è fatto così alla maniera dei Narcotics – con i muscoli tirati, il ghigno storto, il sudore sulle tempie e la pressione a 300 – non conta nient’altro.

Bella anche la produzione, che si discosta dal cliché del low-fi e del wild a tutti i costi (che spesso si traduce in un semplice e crudo effetto cessofonia senza regola), optando per suoni più caldi, puliti e studiati, che si alternano a sfuriate di fuzz mai insensate.
Un buon dischetto, decisamente, per una band che non cambierà il corso della storia del rock e probabilmente venderà qualche centinaio di copie in tutto… ma che ci auguriamo continui dritta per la propria strada zozza, drogata, nera, perdente e improrogabilmente rock’n’roll.

Amen.

Ghost on… dvd

ghostdvdslick.jpgDa sabato 1 marzo è disponibile in edizione dvd il film-documentario Ghost on the Highway (2006, di Kurt Voss). La pellicola, che dura 98 minuti, è un ritratto di Jeffrey Lee Pierce e dei Gun Club, con interviste a Dave Alvin, John Doe, Henry Rollins, Mike Martt, Peter Case e Lemmy, oltre che agli ex membri del gruppo Kid Congo, Ward Dotson, Terry Graham, Jim Duckworth e Dee Pop.

Ghost on the Highway è in vendita tramite la French Fan Club Films e potete richiederlo in questo sito; il dischetto è region free, quindi va con tutti i lettori senza problemi, ma attenzione: pare che le copie tirate siano piuttosto poche, quindi se siete veramente interessati muovetevi per tempo.
In attesa di poterlo recensire, vi anticipiamo che forse in aprile uscirà un secondo documentario di un altro regista, sempre incentrato su Pierce, ritratto nel suo periodo da Rambling Jeffrey Lee Pierce con Cypress Grove (1994). Alcolismo, nefandezza e sbando assicurati. More to come…

The Stevenson Ranch Davidians

tsrd.jpgThe Stevenson Ranch Davidians – Psalms, Hymns & Spiritual Songs (Beyond Your Mind Records, 2007)

Piacevole novità californiana gli Stevenson Ranch Davidians. Con un nome che evoca immediatamente spiritualità, proprongono una mistura psichedelica solare e “mellow”.
Le coordinate sonore della band hanno longitudine intermedia tra i Black Rebel Motorcycle Club più riflessivi e acustici, i Brian Jonestown Massacre meno schizoidi e gli Spiritualized meno depressi. I quattro consegnano canzoni con uno sviluppo classico, quasi capaci di riversarsi l’una nell’altra per dipingere un quadro psichedelico a tinte bruciate dal sole.

Il titolo dell’album sottolinea l’incedere di molte delle tracce, alcune delle quali assumono le sembianze di gospel pagani (“Let It All Go”, “Getting By”). Il versante pop è, tuttavia, ben rappresentato e alleggerisce di tanto in tanto le dilatazioni (“Nothing To Say”, “Better Day”). Spesso capaci di connivenze con i suoni shoegaze, questi Stevenson Ranch Davidians sono un’ottima ricetta per chi ama il dream pop più sognante e la zona rock più narcotica e riflessiva.

Ancora Coral

roots.jpgThe Coral – Roots & Echoes (Deltasonic Records, 2007)

Nuovo album per questo giovanissimo sestetto-prodigio proveniente da Liverpool, che già nelle precedenti prove aveva dimostrato grande maturità e capacità di scrivere canzoni. Più sperimentali e meno “classici” nei dischi precedenti, i Coral dimostrano, con Roots & Echoes, di saper confezionare un lavoro molto fruibile senza perdere il loro timbro di originalità.

La materia è tradizionale, i modelli sono quelli cari agli anni Sessanta più melodici e psichedelici, ma le suggestioni arrivano da una moltitudine di fonti. E così dalla stramba “Who’s Gonna Find Me” si passa alle atmosfere notturne di “Remember Me”, ricamata da echi e riverberi. Il singolo “Jacqueline” è un bellissimo esempio di come coniugare qualità compositiva e suono radiofonico, ad esempio. Procedendo nell’ascolto emergono più chiare le ispirazioni di stampo doorsiano (“Fireflies”) e garage-rock (“In The Rain”), ma si fanno strada anche le ballate (“Not So Lonely”, “Rebecca You”) di delicato sapore quasi folk.

I Coral, in dieci canzoni e 42 minuti, ci dimostrano quanto di buono si possa ancora fare maneggiando i vari format della canzone rock, distillando un album di invidiabile perfezione formale, che mantiene comunque la sua forza d’impatto emotivo.

Fuori Ugly Things 26!

ut-261.jpgUgly Things n 26 (Winter/Spring 2008)

Ugly Things festeggia i suoi 25 anni con il botto. La bibbia per gli amanti della musica Sixties (e non solo) celebra il quarto di secolo con una monster-issue di 224 pagine; in questa maniera, oltretutto, l’appuntamento con la rivista da annuale diviene semestrale. Questo perché, come orgogliosamente tiene a precisare Mike Stax nell’editoriale, ormai è libero di dedicarsi alla sua creatura a tempo pieno.

Come di consueto è in pratica impossibile articolare qualcosa che non sia già stata detta o che sia meno che positiva o incensante nei confronti del magazine: insomma, con molta probabilità questa recensione potrà tranquillamente essere riciclata – con gli opportuni cambiamenti – per le prossime uscite. Questo a testimonianza della costante ed elevatissma qualità del lavoro di Mike e soci. Ma passiamo ai contenuti.
A spiccare, in questo numero, è la bella e lunga intervista (che si è guadagnata anche lo status di cover story) dell’allora diciottenne – si parla del 1998 – Doug Sheppard a Rob Tyner degli MC5. Nell’ arco di una decina di pagine vengono delineati, con piglio autorevole e toni a volte dolce-amari, vedute, ricordi e opinioni del frontman della band di Detroit.
A seguire sicuramente vanno menzionati l’articolo che ricostruisce la storia dei Sons Of Adam di Randy Holden (firmato a da Greg Prevost e Mike Stax) e la bella intervista di Stax a Dave Lambert dei Fire di “My Father Name is Dad”.

Se tutto ciò non bastasse troviamo anche un lungo report sulla scena Sixties norvegese, un articolo sui folk rocker inglesi The Trees e la storia dei Pop Rivets di Billy Childish e Bruce Brand. E poi il solito mare di recensioni di ristampe, dischi, dvd e libri. Insomma… imperdibile anche questa volta.

Per averla rivolgetevi ai vostri spacciatori di musica di fiducia, oppure contattate Stax direttamente (trovate tutti i recapiti nel sito di Ugly Things). Il prezzo, se decidete di acquistare la rivista per posta, è di 18 dollari – posta compresa – per ogni copia.

La domanda degli Holloways

theholloways.jpgThe Holloways – So this is Great Britain? (TVT, 2007)

Giovani, carini e… socialmente impegnati: questi sono gli Holloways. Tutto ha inizio nel loro pub londinese, il Nambucca di Holloway Road (strada da cui mutuano il nome): si racconta che tra una birra e un piatto di jacked potatoes i nostri baldi eroi salissero sul palco regalando qualche loro canzone agli avventori più fortunati. Usando un pizzico di ingegno e un minimo di intraprendenza (i primi due singoli sono autoprodotti) gli Holloways sono riusciti quindi a farsi notare, firmando per la TVT Records, che licenzia questo So this is Great Britain?

Il primo pezzo è la title track. Si parte con un accenno all’inno nazionale e si continua con un ritornello che l’inglese medio, con bombetta e ombrello sotto il braccio, riterrebbe ben poco patriottico: “I’m a Land of Hope and Glory, do we really rule the wave? The truth is a different story, we’re all a bunch of slaves”. Inevitabile l’automatico accostamento – vocale, musicale e contenutistico – con i Clash: ma gli Holloways sanno “citare” (copiare?) con classe, offrendoci un prodotto piacevole, scorrevole e interessante.

“Generator” è un simpatico mix di pop e ska, condito con brevi accenni di cassa dritta e assoli di chitarra, mentre “Dance Floor” non smentisce le aspettative create dal titolo, nella sua natura di pezzo veloce ed orecchiabile. “Two Left Feet” è la dimostrazione che, se si applicano, gli Holloways possono essere davvero originali: merito del mood da pezzo folk che l’armonica e i violini regalano al brano. “Most Lonely Face” è una ballatona riposante, mentre con “Malcontented One”, “Happiness & Pennyless” e “What’s the Difference” ritornano le influenze ska, con sonorità un pò più punk che caratterizzavano l’inizio dell’album.
Nel complesso, quindi, un lavoro soddisfacente; peccato solo che, per dare l’idea di band incazzata, abbiano appiattito leggermente il livello generale: troppi pezzi veloci, al limite tra il punk e il pop, difficilmente si guadagnano una propria riconoscibilità.

Cocktail e pistole con Pierce

drink-b-cover1.jpgThe Gun Club Drink Book (fan club fanzine, 1984)

Prima metà anni Ottanta. L’informazione musicale è – ovviamente – relegata a due media principali: carta e radio. Siamo in pieno periodo delle fanzine, in particolare e, sebbene in Italia la situazione sia ben lontana dall’esplosione di circa 10 anni dopo, almeno fuori dai confini il quadro è vitale e movimentato.

In tale scenario, e più precisamente nel 1984, si colloca questo mucchietto di fogli ormai ingialliti scovati in quella che – repulisti ed epurazioni violente a parte – è la collezione del sottoscritto. Stiamo parlando di The Gun Club Drink Book, 24 facciate formato A5, fotocopiate (maluccio), curate direttamente dall’Official International Gun Club Fan Club, con sede nel Surrey, Inghilterra. Chissà cosa ne pensa Gene Temesy, ovvero l’uomo monomaniaco che da vent’anni almeno si proclama unico tenutario del solo fan club della band di Pierce, con sede operativa nel New Jersey (Temesy è anche la persona che ha curato l’edizione finale di Go Tell the Mountain e le liner notes di diverse ristampe).

Il presidente di questo club inglese è Mike Mastrangelo (che, peraltro, ha recentemente curato il booklet di quella mezza fuffa che è il doppio cd Da Blood Done Signed my Name) e nei suoi intenti The Gun Club Drink Book deve divenire l’organo ufficiale degli iscritti. Il problema è che non si hanno notizie di altri numeri, a parte quello che ho qui davanti a me.

drink-b-edit.jpgThe Gun Club Drink Book (il cui titolo è rippato pari pari da quello di un raro libro statunitense degli anni Trenta del secolo scorso – quotato intorno al migliaio di dollari – che parla di cocktail e alcoolici) è un classico esempio di ‘zine do it yourself monotematica, con un obiettivo unico: raccogliere informazioni un po’ ovunque e assemblarle in una sola pubblicazione, a uso e consumo dei fan e degli adepti. In pratica l’evoluzione di quelli che gli statunitensi chiamano scrapbook.
I contenuti, quindi, sono una specie di collage – diciamo naif, via – di materiale proveniente da pubblicazioni musicali legittime, foto di diverse incarnazioni della band, l’imancabile testo di canzone trascritto, qualche recensione, disegni da terza media, spezzoni scritti a mano in cui si parla – sempre in maniera molto generica e sibillina – di novità e grosse sorprese per il futuro.

E’ palese che The Gun Club Drink Book è stato assemblato in un arco che abbraccia il periodo compreso tra Miami e Las Vegas Story – più precisamente ancora da dopo l’uscita di Death Party a quella di Las Vegas Story. E’ veramente buffo e naif come gli articoli scritti prima della pubblicazione di TLVS siano rimasti nella fanzine, creando così una schizofrenia per cui in alcune pagine si parla con ansia e aspettativa di questo disco che forse uscirà in un futuro prossimo, mentre in altre ci sono parole, recensioni e foto tratte dall’album stesso.

I pezzi da novanta del numero in realtà sono tre. Il primo, quello davvero interessante, è un’intervista del marzo 1982 presa dal New York Rocker, in cui Pierce, Terry Graham e Ward Dotson rispondono a turno. Uno scambio di vedute su vari argomenti e – in particolare – una chiara esposizione di come viene vista la scena losangelena dai tre gun clubber. Non hanno molte buone parole: anzi. E’ il concetto stesso di scena a ripugnarli e a tenerli lontani il più possibile da quei giri.

drink-b-back.jpgSeconda perla, dal sapore più che altro folkloristico, è la quarta di copertina, ovvero la pagina dedicata ai Gunslinger in cui svetta questo disclaimer: “Volete essere anche voi dei Gunslinger, proprio come questi tizi fichissimi!!? Certo, e allora mandatemi una vostra foto ADESSO!!”. Indovinate, quindi… si tratta di una galleria di fan del gruppo in formato foto-tessera. Buffo come uno dei Gunslinger sia nientemeno che sua maestà Long Gone John, guru e mente della Sympathy for the Record Industry (che anni più tardi ha pubblicato un singolo e alcune ristampe dei Gun Club, come ben saprete).

Il terzo e ultimo highlight della fanzine è la pagina espressamente dedicata al fan club, in cui si pubblicizza il merchandising in vendita. Ci sono dei poster e delle foto live (da comprare a scatola chiusa), due tipi di t-shirt (uno con Patricia Morrison, l’altro con un pastrocchio di disegno incomprensibile) a 5,50 sterline l’una e – infine – un fantomatico nastro intitolato The Live Club Tape – Feeling Lucky Punk?, disponibile per 3,50 sterline.

Ultima nota di colore, per chiudere con un tocco sempre più naif: nella fanzine trovate l’indirizzo di casa di Mastrangelo, nonché il suo numero di telefono fisso. Chissà perché, ma mi ha fatto impressione… altro che MySpace e posta elettronica.

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