Tony Face: The Modfather

tony2.jpgCiao Tony, puoi parlarci della gestazione di “Uscito vivo dagli anni Ottanta” come sei entrato in contatto con NdaPress? Dopo la reunion dello scorso anno dei Not Moving questo libro, in un certo senso, chiude il cerchio intorno alla tua vita musicale durante gli Eighties, Com’è nata l’esigenza di raccontarsi e di raccontare questi anni?
Mi ero accorto che negli ultimi anni, suonando in giro, leggendo sul web e notando il proliferare di libri, di un rinnovato interesse relativo agli 80’s.
Notando allo stesso tempo che non è che se ne sapesse poi tanto, confondendo spesso gruppi, nomi, avvenimenti. Da lì è incominciata una rilettura personale del periodo attraverso ciò che avevo fatto ai tempi. Dapprima lavorando su un live con dvd dei Not Moving, ormai dimenticati e di cui non era più disponibile, discograficamente, nulla, poi sui Chelsea Hotel di cui ho curato la ristampa dell’unico album con annessi inediti.
Mancava qualcosa di scritto, che descrivesse in maniera più sincera e meno enfatica e retorica, il periodo, di cui, abitualmente, trovavo e trovo racconti epici, spesso lontani dalla realtà. Soprattutto da una realtà provinciale come ho vissuto io a Piacenza (mentre abitualmente emerge la dimensione metropolitana) e, particolare abbastanza peculiare, in maniera trasversale.
Con Not Moving, Chelsea Hotel e attività legate al movimento mod ho potuto testare gli ambienti più disparati, dal piccolo club di provincia ai grandi centri sociali, dalle discoteche ai mega concerti rock, dalle esperienze di strada ai contatti con i “vertici” della musica e dello spettacolo.
E infine ho voluto metterci quello che mi sembra manchi in molti racconti: l’ironia e la gioia di vivere che avevamo (personalmente ancora ho…).
Eravamo giovani e volevamo cambiare le cose, non c’era nulla di drammatico e disperato in tutto ciò.
Il libro l’ho mandato alla NdaPress per primo (e unico) e Massimo Roccaforte, il responsabile, mi ha detto: “Sì lo faccio”.
Tecnicamente il libro è nato e finito la scorsa estate, in un mese, sulle montagne dell’Alta Valnure piacentina. Mia moglie lavorava a Piacenza, mio figlio si addormentava alle 21:00, la tv prende due canali, non c’è il telefono (tanto meno internet) e il primo (e unico) bar è a 10 km.
Ho letto e scritto (il più delle volte a biro su fogli bianchi) con a fianco un po’ di birre tedesche del Lidl per lubrificare meglio la memoria o una bottiglia di vino imbottigliata da me (Gutturnio).

A mio modesto parere sono proprio l’ironia e la voglia di vivere a mettere il tuo libro diverse spanne sopra a altri pubblicazioni simili infarcite o di esaltazione senza misura o piene di cinismo. Comunque dopo gli anni Ottanta in pratica tu non ti sei mai fermato, fra gruppi nuovi, la tua etichetta, radio e quindi hai sempre avuto sotto controllo quello che è il polso della (passami il termine) “scena”. Quali sono secondo te i cambiamenti più evidenti in meglio e in peggio rispetto a quegli anni?
Credo non sia possibile porsi sul piano del meglio/peggio nell’ambito della “scena”.
Sono situazioni talmente lontane e differenti che non sono paragonabili.
Sarebbe come volere fare un accostamento politico tra la situazione italiana attuale con quella del dopoguerra (anche se a ben pensarci in una sorta di dopoguerra ci siamo, dopo la tabula rasa culturale, sociale ed economica berlusconiana).
Credo che l’avvento di internet abbia annullato ogni possibilità di paragone.
Dove negli anni Ottanta c’erano genuinità, passione, ingenuità (giocoforza perché c’era ben poco altro cui aggrapparsi) che facevano da motore, da spinta e da collante per chi agiva nella scena, al giorno d’oggi c’è tutto a portata di mano in tempo reale.
Puoi ascoltare qualsiasi gruppo, saperne ogni dettaglio attraverso MySpace o il sito personale, contattarli in un secondo.
Negli anni Ottanta occorrevano mesi per avere il disco di un gruppo e molto di più per saperne qualcosa in dettaglio.
Quel periodo è stato assolutamente irripetibile (non necessariamente migliore, più bello o più affascinante), semplicemente diverso.
Non rimpiango nulla, né “formidabili erano quegli anni”.
Semplicemente per ragioni anagrafiche (non per un particolare merito) c’ero e li ho vissuti intensamente.

In un’intervista, riferendosi alla visione comune che vuole gli 80’s come anni di plastica, si domandava a Steve Wynn se un album intenso come The Days of Wine and Roses fosse una sorta di rifugio dalla realtà che li circondava ai tempi. In che misura la vostra musica è stata un mezzo per affrancarsi consapevolmente o meno dalla realtà della provincia italiana di quegli anni? Nel mio immaginario voi avete incarnato il classico esempio del noi contro voi più di ogni altro gruppo italiano dell’epoca (e non solo), in che modo vivevate questa diversità?
E’ l’esatta interpretazione. Noi eravamo contro, per il gusto di esserlo.
Soprattutto agli inizi volevamo essere tutto ciò che non era ciò che ci circondava.
Occorre un attimo contestualizzare il periodo (fine Settanta, inizi Ottanta) in cui essere giovani significava scegliere tra:
a) gli “opposti estremismi” (che, già qualcuno lo intuiva allora, poi è stato ampiamente dimostrato, non erano altro che un buon mezzo per il “potere” e/o il “sistema” per annullare la forza eversiva e di cambiamento dei giovani meno accondiscendenti verso l’omologazione). Schierarsi con i compagni o i fasci significava fare una scelta radicale che, se andava bene, comportava, come minimo, il rischio di una sprangata in testa. Sappiamo quanti morti (e feriti, molti per tutta la vita) ci sono stati.
b) Omologarsi al sistema, ben sintetizzato da Giovanni Lindo Ferretti, quando era ancora lucido, qualche anno dopo con i CCCP in “Morire”: “produci consuma crepa” (che riecheggiava il buon Piero Ciampi di “Andare camminare lavorare”: “Andare camminare lavorare il passato nel cassetto chiuso a chiave il futuro al Totocalcio per sperare”). Il modello occidentale: produci consuma crepa, così poco diverso da quello sovietico: produci consuma (poco) crepa. E non c’erano altre alternative in vista…
c) L’eroina. Arrivarono tonnellate di eroina (non droga: EROINA). Lo avevano già fatto con successo in USA alla fine dei 60’s con il movimento hippie, le black panthers e il movimento nero che combatteva il razzismo (ancora istituzionale in molti stati americani). Vagonate di eroina e il movimento si era squagliato in poco tempo.
L’eroina alla fine degli anni Settanta aveva ancora dei connotati di ribellione, non se e conoscevano gli effetti devastanti. Personalmente per una questione etica e morale non ho mai toccato una droga che è una, neanche mai fumato una sigaretta. Non mi fu difficile starne lontano, ma non ho contato i funerali di amici che un paio di anni prima giocavano al pallone con me nei chiostri del Duomo di Piacenza e che trovavano la mattina su una panchina con una siringa infilata in un braccio.
Poi la mafia (non quella con la coppola e la lupara, quella che siede nelle alte sfere governative) si accorse che l’eroina le faceva perdere i clienti e assistemmo all’arrivo della cocaina. Pulita, indolore e che non uccide subito. E iniziarono i favolosi anni Ottanta di Craxi (recentemente riabilitato da Fassino che lo preferisce a Berlinguer…) e la spazzatura che ben sappiamo.
Ecco, noi ci mettemmo contro a tutto questo, con ogni mezzo necessario.Con l’abbigliamento estremo, con le sottoculture più strane (il mod, il rockabilly, lo skinhead, il garage punk), con il linguaggio meno comprensibile. “O stai con noi o non ci potrai mai capire”. Non volevamo essere nella massa e ogni qualvolta il “sistema” ci raggiungeva e omologava ci ritiravamo sempre più nella foresta. Alla fine ha vinto il sistema in qualche modo, ma quando ascolto o ballo del northern soul, quando mi esalto a vedere una foto degli Small Faces, quando leggo un testo dei Clash e capisco benissimo ogni sngola parola, allora so che non mi prenderanno mai (presente i Dave Clark Five “Catch us if you can”?) e che il mio rifugio è inattaccabile. Non è stato facile, ma la mia vita è immensamente migliore.

tony3.jpgIl tuo metterti contro all’epoca ti portò oltre che suonare nella band più iconoclasta dell’epoca, ad abbracciare e divulgare la cultura mod in Italia praticamente quando nessuno ne sapeva nulla o quasi. Dando quasi per scontato che per tutti sei il Mod Father italiano (a proposito: ti è mai piaciuta quest’etichetta?), cosa ti ha affascinato all’epoca e ti ha spinto ad approfondire lo stile di vita mod in tutte le sue sfaccettature, cosa pensi ti abbia dato e continui a darti quest’esperienza e come pensi ti abbia influenzato nelle tue scelte di vita?
Non mi dispiace l’etichetta di Mod Father, anche se è un po’ “usurpata” ai tanti che insieme a me costruirono il movimento in Italia e che poi l’hanno proseguito con menti e mani sapienti fino ai nostri giorni. Ma alla fine mi inorgoglisce perché comunque io mi sento ancora mod al 100% e ne continuo a seguire le vicende e l’estetica come trent’anni fa.
Non mi sono mai posto il problema di “abbandonare” o meno il mio essere mod. Sarebbe come chiedersi se è il caso di tagliarsi una mano. In questo senso credo che l’esclusività del mod-ism, intesa come estrema specificità di una filosofia di vita assolutamente originale e personale, sia stata basilare nella mia crescita attraverso le varie vicende della vita. Il cercare di essere sempre pulito ed onesto con me stesso nelle difficoltà circostanti è stato un insegnamento essenziale.
L’abbracciare il mod è stato istintivo, immediato, entusiasta. Più lo scoprivo e più lo sentivo ritagliato alla perfezione su di me e i miei gusti.
Credo che la nostra generazione sia stata più fortunata nel potere abbracciare certe “scene”, influenze, filosofie. Alla fine dei 70’s eravamo adolescenti ancora molto ingenui,
non ancora provati da quello che è accaduto dopo, quando televisione, media, pubblicità, input continui, hanno inquinato sempre di più il passaggio tra quello che considero il valore supremo della vita (più della vita stessa !), cioè l’INNOCENZA, e la scoperta della vita, della realtà circostante. Noi siamo state una delle ultime generazioni con un contatto ancora primitivo, ferino, diretto, al mondo dell’innocenza, all’istintività quasi animale nell’affrontare le cose.
Il nostro è stato un abbraccio incondizionato e totalmente sincero alle “filosofie” incontrate.
Adesso con Internet e tutto il resto l’innocenza viene diluita velocemente, indirizzata, lucidata e omologata. Io lo ritengo PEGGIO, altri probabilmente MEGLIO. Diciamo che è semplicemente diverso.

Ogni periodo della vita di ognuno di noi è inevitabilmente segnato dalla musica che ci accompagna, da eventi,libri, incontri. Potresti fare una lista o citarmi alcuni dischi, avvenimenti, letture, che raccontano i tuoi anni Ottanta?
Ovviamente difficilissimo ma forse neanche troppo. Per i dischi ci metto “London calling” dei Clash perché racconta meglio di ogni altro QUEL periodo, il singolo “New rose” dei Damned, “Marquee moon” dei Television, il brano “Lust for life” di Iggy Pop, “Quadrophenia” degli Who per l’ispirazione, l’opera omnia dei Jam, l’album “Glory boys” dei Secret Affair.
Tra le letture “Absolute beginners” di Colin McInnes, “Il giovane Holden” di Salinger, le parole di mille canzoni di quegli anni.
Tra gli avvenimenti il concerto a Bologna di Patti Smith nel ‘79, piccolo spartiacque e quello di Iggy Pop , sempre nel ‘79 a Parma (con, probabilmente, Bowie alle tastiere, ma non l’abbiamo mai saputo con precisione: se non era lui era un sosia). Ma anche i Prisoners a Londra, i Black Flag, gli X, gli Husker Du.

Dopo aver raccontato i tuoi anni Ottanta in maniera così convincente, ci hai presto gusto? Pensi che ritornerai presto dietro la macchina da scrivere o è e resta un episodio isolato?
Mi piacerebbe che questo fosse il primo di una lunga serie.
Mi piace scrivere e se poi c’è qualcuno legge ancora meglio.
In questo momento sto preparando, poi vediamo se e quando andrà in porto, un libro sul mod e i mod attraverso la storia essenziale e una discografia consigliata, ricordi e appunti personali e soprattutto il contributo di una serie di mod, dalla prima ora ad oggi. Il tutto condito da ampio spazio fotografico.
C’è anche materiale per un libro sugli anni Novanta, un bel sequel di questo, ma prima mi piacerebbe approfondire il discorso mod.

Perfetto, beh allora in attesa dei tuoi prossimi libri, torniamo ai giorni nostri. E’ da poco uscito un cd tributo a “Sgt. Peppers” da parte di vari artisti dell’area Piacentina al quale hai collaborato; inoltre stai lavorando al tuo primo disco solista con la Tony Face Big Roll Band al quale partecipano nomi illustri della scena del mod revival e non solo.
Se dovessimo chiudere il cerchio potremo dire che si guarda al passato per costruire il futuro anche musicalmente? Ovviamente si tratta di progetti diversi tra loro per origine, natura e intenti: ti va di parlarcene?
Io parto dal concetto che ormai non si possa più inventare nulla e che tutto deve, in ogni caso, necessariamente guardare al passato.
Per quanto mi riguarda, invece, io guardo VOLUTAMENTE al passato perché è lì che trovo la musica, la cultura e l’estetica migliore. E così è nata l’idea di omaggiare Sgt Peppers e per farlo in maniera un po’ originale abbiamo coinvolto SOLO musicisti piacentini, ma il risultato è ugualmente buono.
L’album solista è un auto omaggio ai miei 30 anni di carriera. Ho chiamato a raccolta un po’ dei miei idoli dell’epoca mod e hanno accettato quasi tutti. Il risultato non è sempre esaltante, ma per me è semplicemente eccezionale ascoltare il cantante dei Purple Hearts o il bassista dei Prisoners suonare con me. E poi c’è la nuova avventura con mia moglie, Lilith ex voce dei Not Moving, con Lilith and the Sinnersaints con cui uscirà un album in autunno.

Web:
http://tonyface.blogspot.com
http://www.lilithandthesinnersaints.com

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2 commenti

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