In arrivo un nuovo Ugly Things

Pare che verso la fine di gennaio 2008 Mike Stax e signora sforneranno un nuovo numero (il ventiseiesimo) della bibbia del garage sixties, psych, freakbeat, folk rock e derivati: Ugly Things. Si parla di 224 pagine con una mega-cover story dedicata agli MC5, compresa un’intervista inedita al compianto Rob Tyner.
Tra le altre cose ci sarà la storia dei Sons of Adam (pre Love), dei Trees, dei punk rockers Pop Rivets e uno speciale sulla scena beat norvegese degli anni Sessanta. Il prezzo – per noi europei – è di 18 dollari posta inclusa. Per info: www.ugly-things.com

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La parola a Sean Bonniwell (parte II)

bonniwell2.jpgSean Bonniwell, ovvero la voce e la mente dietro ai Music Machine, gruppo culto di garage sixties responsabile di quel massacro sonico che è “Talk talk”, ovvero il brano d’apertura del loro primo e fondamentale LP “Turn on”. Mr Bonniwell è ormai un signore che ha passato i 50 da un pezzo e che ha “trovato la via del Signore”… insomma, ora è una specie di cristiano fondamentalista, come potrete notare dal tenore di alcune affermazioni. Peccato, poi, che Mr Bonniwell abbia risposto a domande che si inventava lui… insomma, scrive quello che vuole indipendentemente da ciò che gli viene chiesto e, come se non bastasse, con una prosa circonvoluta e complessa, un misto di fraseggio biblico-cristiano, inglese arcaico e linguaggio da saggio accademico.

Hai mantenuto i contatti con i membri della band negli anni? Vorresti descrivermi ognuno di loro con un aggettivo?
Sì, a fasi alterne grazie alla tecnologia (e-mail); comunque Ron Edgar e io abbiamo fatto due date di reunion alla fine dello scorso anno: abbiamo suonato al Cavestomp a New York e allo Scramarama a L.A (visitate il sito: http://clubs.yahoo.com/clubs/thedoubleyellowline per leggere commenti e recensioni). Un aggettivo per ognuno dei Music Machine… preferirei evitare. Sono tutti amici carissimi e vicini, nonché ex compagni di gruppo. Un singolo aggettivo per ognuno di loro sarebbe un’offesa al profondo rispetto che nutro per la loro abilità musicale e la loro intelligenza. I ritratti delle loro personalità (sia comici che più drammatici) sono tracciati dettagliatamente nel libro “Beyond the garage” [il libro sui Music Machine che Bonniwell ha scritto – n.d.A]. Per averlo contattate: Christian Vision, P.O. Box 409, Porterville, CA 93258; costa $35.00 + $18.00 di spese postali per l’Europa. La storia completa dei Music Machine dagli albori alla fine (per maggiori informazioni: http://bonniwellmusicmachine.com).

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Secondo te, quali sono gli album più rappresentativi dei sixties e perché?
Sono piuttosto recalcitrante a citare LP interi (con l’unica possibile eccezione degli Yardbirds), perché quello era il periodo in cui uscivano solo singoli davvero importanti; parlo di gente come Steppenwolf, Kinks, Zombies, Norman Greenbaum (“Spirit In The Sky”) e la maggioranza di coloro che fecero parte di quello che io chiamo “movimento art rock”… artisti che catturarono la rabbia e l’idealismo della controcultura sixties. Gli LP, con le loro parti strumentali dilatate, erano confezionati solo e unicamente per i fumatori incalliti di erba, irrimediabilmente fuori di testa.

Hai qualche aneddoto da raccontare a riguardo di qualche band con cui avete suonato?
A bizzeffe, ma sono troppo numerosi per contenerli in questa intervista (sono comunque tutti nel libro: The Byrds, The Blues Magoos, The Carpenters, Blue Cheer, The Left Bank… e molti altri, compresi personaggi come Jim Morrison e Richard Pryor). Ecco un esempio [e parte con il secondo estratto copiaincolla dal suo libro! – n.d.A.]: “Talk talk” non ci deluse mai. Aveva sempre magia, e la trasmetteva sia ai Music Machine che al pubblico senza volto e urlante che non riuscì mai a sentire più dei primi due accordi del pezzo. Il nostro debutto all’Acquarius Theater a Los Angeles fu un trionfo personale e il vero e proprio inizio dell’attività del gruppo in veste di attivo partecipe alla nascita del rock come spettacolo. La gente era pigiata da parete a parete e molti erano dovuti restare all’esterno, aspettando di riuscire a entrare. Attendemmo nervosi dietro il sipario, mentre Richard Pryor terminava di scaldare il pubblico: non appena avesse finito, il palco girevole si sarebbe mosso e avrebbe presentato i Music Machine alla città di L.A. per la prima volta. Pryor, che apriva, non si era mai confrontato in precedenza con grosse folle e la sua gretta violazione dell’etichetta dei nuovi arrivati – la sua esibizione durò tre ore filate, infarcite di volgarità esplicita – venne molto apprezzata dai promoter, che da tempo immemore sono convinti che parolacce e rozzezza abbiano un immenso potenziale d’intrattenimento. A peggiorare il tutto, Pryor era davvero iperattivo ed euforico. Alla fine, quando pronunciò l’ultimo “cazzo” e il presentatore iniziò a incitare la folla perché applaudisse, dissi alla band di coricarsi sul palco e fingere di essere addormentati. Appena ci annunciarono, la grande piattaforma rotante dello stage iniziò a muoversi e il sipario si aprì. Risate e applausi riempirono la sala, quando il pubblico vide i Music Machine accasciati sui propri amplificatori e sulla batteria, apparentemente addormentati. Appena prima che fossimo completamente visibili, ci alzammo in piedi contemporaneamente dando le spalle al pubblico; io guardai tutti gli altri membri negli occhi e dissi loro: “Questo è l’inizio della fine… o la fine dell’inizio”. Ci scambiammo uno sguardo silenzioso di reciproca fiducia e unione, sorridendo. Diedi il quattro e le prime note che uscirono polverizzarono ogni dubbio sui Music Machine. Afferrai il microfono e fu come se qualcosa che fino a quel momento mi stata ingannevolmente nascosta guidasse la mia voce. Mi sentii a casa.

Cosa pensi delle garage band degli anni ’80 come Fuzztones o Chesterfield Kings?
Sono onorato del fatto che riconoscano l’influenza dei Music Machine e grato per il loro supporto ed incoraggiamento. Rudi Protrudi è un caro amico. Mi ha letteralmente strappato al pensionamento per mettere in piedi lo show di New York e i suoi Fuzztones hanno fatto da backing band a me e Ron con una performance spettacolare.

Vorresti parlare della tua ultima uscita su Sundazed, “Ignition”? Pensi che la nuova generazione abbia bisogno di riscoprire certe sonorità?
Penso che la maggior parte di loro lo abbia già fatto… almeno i veri seguaci del garage lo hanno fatto. Ci sono voluti 40 anni perché “Ignition” uscisse… quei brani sono stati seppelliti, nascosti, per ragioni complicate. Ma non perduti e dimenticati. La storia che racconta le modalità e i motivi per cui sono usciti, alla fine, sono troppo complicati per questa sede; mi accontento di dire solo che al momento sono pochi gli artisti con il privilegio di vedere il proprio lavoro salvato e disseppellito dall’oscurità [Sean… mai sentito parlare di ristampe ed etichette tipo Norton? Eppure non si sono mai viste tante ristampe e raccolte di brani inediti come negli ultimi anni… mah… – n.d.A]

Bene, questo è quanto… vuoi aggiungere qualcosa per i nostri lettori?
La nostra esistenza sulla terra ha una storia, un presente e un futuro: tutto ciò è stato, è e sarà fatto non in virtù dei progressi evolutivi dell’uomo (una teoria che, per essere abbracciata, richiede più fede di quella della creazione), ma a causa dell’anelito del suo cuore, che lo porta a combattere per carpire il significato ultimo della vita. Ci sono verità assolute, universali ed eterne che governano il destino dell’umanità. Io, come individuo, ho fatto in modo che la musica della mia anima arrabbiata e confusa divenisse parte del mio cuore di poeta. L’identificazione di questo fatto con un nome differente o, peggio, la negazione di questo umano desiderio di scoprire la verità è la morte del benessere collettivo dell’umanità, perché in questo modo uccidiamo la ragione ultima per la quale noi creiamo. Sia che noi dipingiamo, cantiamo, componiamo o usiamo il linguaggio per esprimere gioia, lacrime e tormento, tutto ciò è la volontà di Dio. E noi viviamo la nostra vita al massimo attraverso suo figlio. Nell’attuale piega che il 21° secolo ha preso, la verità non è andata perduta, ma necessita della speranza di recuperarla, da parte di ogni generazione. I modi in cui la verità perdura e sopravvive sono oscuri, ma è innegabile che la verità stessa non deve mai essere misurata e amministrata dai falsi profeti del nuovo ordine mondiale, i nemici della libertà che sono al governo.

La parola a Sean Bonniwell (parte I)

bonniwell3.jpgSean Bonniwell, ovvero la voce e la mente dietro ai Music Machine, gruppo culto di garage sixties responsabile di quel massacro sonico che è “Talk talk”, ovvero il brano d’apertura del loro primo e fondamentale LP “Turn on”. Mr Bonniwell è ormai un signore che ha passato i 50 da un pezzo e che ha “trovato la via del Signore”… insomma, ora è una specie di cristiano fondamentalista, come potrete notare dal tenore di alcune affermazioni. Peccato, poi, che Mr Bonniwell abbia risposto a domande che si inventava lui… insomma, scrive quello che vuole indipendentemente da ciò che gli viene chiesto e, come se non bastasse, con una prosa circonvoluta e complessa, un misto di fraseggio biblico-cristiano, inglese arcaico e linguaggio da saggio accademico.

Puoi parlarmi della genesi dei Music Machine?
Tutto iniziò con una canzone che mi stregò e mi costrinse ad ascoltarla rapito, steso sulla schiena, per un numero infinito di volte. La prima volta che la sentii avevo 13 anni ed ero pronto per una rivelazione, come lo è chiunque a quella giovane età: “Only you” dei Platters mi fece comprendere ciò che cercavo senza saperlo, ovvero soddisfare il bisogno di esprimere nel modo più sincero possibile le mie emozioni. Maturando mi orientai verso il R&B e, verso la fine del periodo folk (ero nei Wayfarers), avevo elaborato il concetto di “folk rock” (così lo chiamavo), che combinava testi significativi con l’energia degli strumenti elettrici. Non saprei dire con certezza se sono stato io a coniare il termine, ma quando accennai il concetto di “folk rock” ai Wayfarers, fui accusato di prostituzione musicale e culturale: batteria e chitarre elettriche nella musica folk? Era inammissibile! Ma, per me, era semplicemente inevitabile. “Avallati dal consenso dei più emancipati, i libertari della comunità folk coltivavano un ideale comune di speranza, ma in realtà nutrivano anche i germi di forti divisioni radicali. Fu infatti da questo giardino verde che il grosso pomodoro del sixties rock ebbe origine, crebbe e venne colto. Non fu solo il caso a portare me e altri dalle simili vedute verso l’ideale della New Frontier del presidente Kennedy: la nostra grande società non doveva vedersi negata la fiducia nel progresso… il presidente che era morto diceva che un futuro glorioso era lì pronto per essere afferrato… stavamo andando sulla luna e verso le costellazioni più lontane. Un’intera generazione stava riscoprendo il Sogno Americano, scontrandosi tutta d’un tratto con la confusione e gli ostacoli della paura… se io sia stato uno dei primi nell’ambito del rock contemporaneo a esprimere e dare voce ai travagli della trasformazione sociale, della rivoluzione e del cambiamento, non importa: io, semplicemente, mi sono limitato a mettere in versi la mia ribellione, accompagnandola con la forza della musica elettrica, laddove Mick Jagger aveva tracciato le linee guida con il gesto trasgressivo di ruttare in un microfono in TV. io avevo la netta impressione che un approccio conservatore non avrebbe portato da nessuna parte” (estratto da “Beyond The Garage”, il libro di Bonniwell sui Music Machine).


Ovviamente I Music Machine, sono stati e sono piu’ di un guanto nero e capelli decolorati, comunque sia chi di voi ha avuto l’idea di questo look?
L’immagine dei Music Machine fu concepita prima ancora che la band si formasse. Ero stanco della musica folk, specialmente dei banjo… volevo qualcosa che avesse zanne e pelo e ringhiasse. La Macchina [gioco di parole riferito a Music Machine – n.d.t.] fu assemblata vite per vite, pezzo per pezzo, bullone per bullone; trovare componenti che andassero bene era il vero problema: mi servivano musicisti abbastanza coraggiosi da colorarsi i capelli, vestirsi di nero e rifiutare di suonare qualsiasi cosa che non fossero i miei brani. E comunque ero certo che solo un vero demente avrebbe voluto suonare il banjo conciato in questo modo. Poi, quando realizzi una macchina partendo da zero, viene quel momento in cui devi metterti la cintura di sicurezza, stringere il volante tra i denti e ingranare la marcia. Quando si avvia, hai due opzioni: continuare o lasciare perdere.

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Quali erano le vostre influenze? Il vostro sound e’ sempre stato peculiare e differente da tutte quelle garage band che cercavano di assomigliare ai gruppi della British invasion…
E’ innegabile che i Music Machine vengano simbolicamente visti come una “garage band”: provavamo in un garage e il vicinato, a San Pedro in California, spesso si radunava in quantità per ascoltarci. Forse questo mi qualifica piuttosto veritieramente come “nonno del punk”, nell’accezione positiva o negativa del termine (a seconda del grado di confusione mentale dei genitori che esprimono giudizi in proposito), ma la storia fu piuttosto strana. Dopotutto il sound dei MM ebbe origine da una strumentazione inadeguata, per svilupparsi e definirsi rimbalzando sulla superficie di vecchi pneumatici: mi venne addirittura in mente di trasferire tutto ciò che avevo nel mio garage nello studio di registrazione dove incidemmo, pensando che quegli attrezzi da giardino e quelle gomme macchiate d’olio avrebbero contribuito a spingere la distorsione del suono… l’idea, però, venne abbandonata al pensiero delle lame arrugginite del mio tagliaerba che sarebbe finito sotto alla plancia dei microfoni, pronto a tagliare i cavi. I tempi, le progressioni di accordi, le melodie… non ho mai costruito le mie canzoni con il preciso intento di renderle atipiche; la miglior metafora che mi viene in mente per descriverle è dire che hanno una loro vita propria, che arriva attraverso il mio spirito creativo da una fonte che mi è sconosciuta. Ho sempre portato con me un taccuino pieno di annotazioni di idee per brani. Mi venivano così, con un processo naturale e inevitabile.

Cosa hai provato quando hai visto per la prima volta “Turn on” negli scaffali dei negozi? Puoi raccontarci qualcosa delle session di registrazione del LP?
Quando ottenemmo un riscontro nazionale sulla base del singolo “Talk talk”, non immaginavamo che la band sarebbe diventata il baluardo prima di un suono e poi di uno stile che ancora oggi influenza e impronta l’evoluzione del rock. L’originalità di quei suoni (che è percepita come tale ora, molto più di quanto non lo fosse all’epoca) rappresenta un dilemma anche per me, così come per coloro beneficeranno del mio testamento: non posso prendermi meriti per l’opera del destino, né posso sminuire il potere di dio che è in grado di mettere in moto persone ed eventi. L’insieme dei nostri lavori, in tutto e per tutto, è stato il risultato di acrobatici e improbabili intrecci – non ultimo il fatto che la Macchina metteva i volumi al massimo e creava una distorsione in grado di ammazzare uno stormo d’anatre in volo. Su questo sound sono ancora in corso indagini. Brian Ross, produttore in erba, ci scovò all’Hollywood Legion Lanes, il primo bowling a Los Angeles con uno spazio per la musica dal vivo; entrò per caso e si domandò chi fosse quel gruppo che si stava dando da fare per il beneficio di sedie vuote e tavolini da cocktail. Dopo solo due settimane circa eravamo in studio per incidere 2 brani che avevo scritto 2 anni prima: “Come on in” e “Talk talk”, le quali vennero bene entrambe al secondo tentativo, nel giro di tre ore. Questa piccola pietra miliare – almeno per me – venne posta allo studio RCA, lo stesso in cui i Wayfarers erano soliti incidere; [gente preparatevi che qui parte una divagazione da vecchio rincoglionito!!! – n.d.t.]era anche il medesimo in cui andava Sam Cooke: lo so perché una volta, tempo prima, ero arrivato in anticipo a una session dei Wayfarers e lo avevo incontrato lì… fu una cosa fantastica: mi sedetti nella sala d’attesa e lo guardai mentre lavorava occupandosi delle dinamiche di un brano. Dire che mi affascinò è poco: restai completamente ammaliato dal suo modo di lavorare… a tal punto che, quando chiese a me e ai pochi altri che erano seduti nella sala d’attesa se avevamo qualche idea per il brano che stava sistemando, io dissi la mia! Mi guardò dritto negli occhi e mi chiese di spiegarmi meglio; per essere più chiaro gli dimostrai il ritmo che avevo in mente facendoglielo sentire battendo un giornale arrotolato. Capì al volo, ma, dopo alcuni tentativi falliti di riprodurre quelle sonorità, tornò da me e, con un sorriso, mi chiese se potevo prestargli il giornale arrotolato. La sua energia e il suo entusiasmo erano contagiosi e, quasi subito, riconobbi in lui queste doti che avevamo in comune. Dopo poco appresi che io ero l’unico ragazzo non di colore autorizzato a presenziare alle sue session. Questa piccola storia personale mi diede una grande motivazione e forza, che io trasposi nei Music Machine con le modalità che solo Dio sa ispirarci. Ad ogni modo, incidemmo “Talk talk” e “Come on in” in 3 ore, spendendo 150 Dollari. Mentre riascoltavamo i nastri Keith Olsen [il bassista dei MM – n.d.t.] si voltò verso di me con un sorriso complice. Non ci fu bisogno di aggiungere una parola. Ci stringemmo solo la mano, sapendo, in cuor nostro, che avremmo presto avuto successo.

Una salsa straight edge?

minorhotsauce.jpgCliccate qui. E’ la notizia del momento, nei circoli punk, indie, underground: la band che ha praticamente dato vita al movimento straight edge, i Minor Threat, è finita sulle etichette di una salsa piccante dal retrogusto caraibico. Il pregio dell’intingolo sarebbe quello di donare quel quid di pepato e hot ai vostri piatti, ma senza “distruggervi l’esofago nel mentre” (cito dal testo della pubblicità).La cosa buffa è che si tratterebbe di un’operazione commerciale studiata a tavolino e pare che Ian MacKaye abbia ricevuto dalla ditta che produce la salsa, un campione del prodotto con un’etichetta che si ispirava al famoso Bottle Head, l’uomo bottiglia che troneggia sulle t-shirt della band fin dai tempi che furono.
MacKaye sembra abbia apprezzato la salsa e ha accettato senza porre divieti che il nome del suo gruppo venisse utilizzato. La sua unica condizione è stata che non deve essere usato Bottle Head.

I più maligni sostengono che questa apertura al commercio di MacKaye sia dovuta al fatto che, quasi certamente, il nome Minor Threat non è mai stato registrato e una battaglia legale sarebbe improponibile.

Richard Hell – Spurts: The Richard Hell Story

hell.jpgRichard Hell – Spurts: The Richard Hell Story (Rhino, 2005, CD)
Riccardo Inferno. Personaggio cult o semplicemente grandissimo sfigato? Genio o re dell’aurea mediocritas del punk statunitense? Meglio non rispondere a queste domande, che dopo 32 anni fanno ormai parte del personaggio e a modo loro ne alimentano la fama e la leggenda. E a noi piace così. Perché, insomma: non è che possiamo dimenticare, solo per il gusto di fare gli spocchiosi, che il signore qui presente ha suonato negli Heartbreakers di Johnny “Giovanni Genzale” Thunders, nei Neon Boys, nei mitologici Television e nei Voidoids (a lato, come condimento non necessario, aggiungiamo anche una carriera solista vagamente frastagliata e una militanza nei Dim Stars, all star band con personaggini del giro Sonic Youth e Don Fleming in organico).
Questo cd ha un po’ il sapore dell’autobiografia, come ammette Hell stesso nel ricco libretto (che – come al solito – la Rhino munificamente include: grande etichetta, sotto questo punto di vista, e non solo); si parte dagli albori per giungere agli anni Novanta… peccato manchino registrazioni (eccetto una conclusiva Blank generation) consistenti di Mister Inferno coi Television.
Ma, alla fine, cosa resta al termine dell’ultimo brano? Beh, innanzitutto il piacere di avere riascoltato una bella manciata di classici. Ma, a livello meno superficiale, questo disco è la palese dimostrazione di come – piaccia o no – Hell abbia una propria cifra stilistica ben definita, spesso poi imitata o inconsciamente utilizzata da altri. La voce schizoide, gli arrangiamenti paranoici, i suoni taglienti e “zanzaroni”, i testi piuttosto fuori di mela: lo si riconosce quasi a occhi chiusi, nei suoi pregi e nei suoi difetti. I pregi sono una certa originalità (o grande spontaneità nel rielaborare ciò che già esiste), un palese senso di disagio che la sua musica trasmette e – nei brani in cui suona (molti) – la chitarra fenomenale di Bob Quine. I difetti… trovateli voi.
La musica di Hell è comunque da ascoltare, almeno qualche volta, nella vita. Anche se non siete fanatici come lo scrivente. Però è d’obbligo un’osservazione: curiosamente queste canzoni sono invecchiate esattamente come chi le ha composte e suonate… non male, necessariamente, ma sono cambiate parecchio, alla luce del tempo passato. Come dire: per usare un parallelismo dal vago (anche se non del tutto calzante) sapore Dorian Gray, vi basti sapere che in copertina Hell sembra il Cesare Cremonini degli esordi dopo essere stato arruolato nei Green Day, mentre sul retro è più sullo stile professore di scrittura creativa (un po’ gay) dei corsi serali del Comune di Milano (vi risparmio la foto interna… anzi no, ve lo dico: qui somiglia paurosamente a Nico McBrain degli Iron Maiden).
Comunque, per cortesia, leggetevi il libretto, perché Hell (istigato da Robert Christgau) puntualmente racconta i retroscena di ogni canzone. Per buona pesa ci trovate anche una recensione di Lester Bangs e altre cosette.
Bello.

Simon Reynolds – Post-Punk 1978-1984 (ISBN, 2007)

post-punk.jpgIntimidisce, al primo impatto, questo volume. Saranno le più di 700 pagine, saranno i 35 euro del prezzo, sarà il look spartano e asettico (peraltro trademark distintivo e – per quanto mi concerne – molto intrigante della ISBN): qualunque cosa sia, inizialmente è difficile rapportarsi a Post-Punk. È un peccato, perché vinta la timidezza (e trovati i 35 euro da investire) le soddisfazioni che ne derivano sono davvero notevoli. Anzi, anche un po’ di più. Non è un’enciclopedia tuttologica e nazionalpopolare in Scaruffi-style, non è un dizionario senz’anima, non è una guida per principianti di quelle che andava di moda allegare a Rumore qualche anno fa. Questa è un’opera maestosa in cui il giornalismo musicale a livelli quasi extraterreni si fonde con una capacità di raccontare da romanziere consumato: scordatevi le folcloristiche sgroppate di storia orale alla Please Kill Me, accantonate i deliri poetico-psicotropi di Lester Bangs, non provate neppure a tirare in ballo l’accademia di Greil Marcus. Niente di tutto questo. Post-Punk è, se vogliamo, nella tradizione di John Savage, ma meno legnoso e autoindulgente, più narrativo e senza la smaccata attitudine da “Io ero il cronista del punk e vi racconto come è andata”. Questo libro, infatti, (come dichiara l’autore stesso) è una specie di resa dei conti col passato di uno che – all’epoca dei fatti – era un ragazzino che comprava i dischi e si è trovato a seguire un fenomeno senza esattamente percepirlo come tale. Poi il ragazzino è diventato un bravo giornalista e il gioco è fatto.

Ma bando alle ciance. Cosa ci trovate dentro? Praticamente una summa delle ultime pendici del punk fino a metà anni Ottanta, con aneddoti, discografie, concerti, citazioni, analisi, storie. Il fuoco è molto Albione-centrico, nel senso che gli Stati Uniti non sono sviscerati più di tanto, pur non mancando una pletora di citazioni di artisti d’Oltreoceano. E, non dimentichiamo, che col termine post-punk in questo volume si intende veramente tutto ciò che è scaturito dal punk, non solo le pendici artistoidi poi evolutesi nella wave più commerciale o nei generi più estremi e rumoristici. Qui c’è spazio anche per l’hardcore punk, tanto per dirne una.
Bello e suggestivo. Non c’è che dire.

Tony Face: The Modfather

tony2.jpgCiao Tony, puoi parlarci della gestazione di “Uscito vivo dagli anni Ottanta” come sei entrato in contatto con NdaPress? Dopo la reunion dello scorso anno dei Not Moving questo libro, in un certo senso, chiude il cerchio intorno alla tua vita musicale durante gli Eighties, Com’è nata l’esigenza di raccontarsi e di raccontare questi anni?
Mi ero accorto che negli ultimi anni, suonando in giro, leggendo sul web e notando il proliferare di libri, di un rinnovato interesse relativo agli 80’s.
Notando allo stesso tempo che non è che se ne sapesse poi tanto, confondendo spesso gruppi, nomi, avvenimenti. Da lì è incominciata una rilettura personale del periodo attraverso ciò che avevo fatto ai tempi. Dapprima lavorando su un live con dvd dei Not Moving, ormai dimenticati e di cui non era più disponibile, discograficamente, nulla, poi sui Chelsea Hotel di cui ho curato la ristampa dell’unico album con annessi inediti.
Mancava qualcosa di scritto, che descrivesse in maniera più sincera e meno enfatica e retorica, il periodo, di cui, abitualmente, trovavo e trovo racconti epici, spesso lontani dalla realtà. Soprattutto da una realtà provinciale come ho vissuto io a Piacenza (mentre abitualmente emerge la dimensione metropolitana) e, particolare abbastanza peculiare, in maniera trasversale.
Con Not Moving, Chelsea Hotel e attività legate al movimento mod ho potuto testare gli ambienti più disparati, dal piccolo club di provincia ai grandi centri sociali, dalle discoteche ai mega concerti rock, dalle esperienze di strada ai contatti con i “vertici” della musica e dello spettacolo.
E infine ho voluto metterci quello che mi sembra manchi in molti racconti: l’ironia e la gioia di vivere che avevamo (personalmente ancora ho…).
Eravamo giovani e volevamo cambiare le cose, non c’era nulla di drammatico e disperato in tutto ciò.
Il libro l’ho mandato alla NdaPress per primo (e unico) e Massimo Roccaforte, il responsabile, mi ha detto: “Sì lo faccio”.
Tecnicamente il libro è nato e finito la scorsa estate, in un mese, sulle montagne dell’Alta Valnure piacentina. Mia moglie lavorava a Piacenza, mio figlio si addormentava alle 21:00, la tv prende due canali, non c’è il telefono (tanto meno internet) e il primo (e unico) bar è a 10 km.
Ho letto e scritto (il più delle volte a biro su fogli bianchi) con a fianco un po’ di birre tedesche del Lidl per lubrificare meglio la memoria o una bottiglia di vino imbottigliata da me (Gutturnio).

A mio modesto parere sono proprio l’ironia e la voglia di vivere a mettere il tuo libro diverse spanne sopra a altri pubblicazioni simili infarcite o di esaltazione senza misura o piene di cinismo. Comunque dopo gli anni Ottanta in pratica tu non ti sei mai fermato, fra gruppi nuovi, la tua etichetta, radio e quindi hai sempre avuto sotto controllo quello che è il polso della (passami il termine) “scena”. Quali sono secondo te i cambiamenti più evidenti in meglio e in peggio rispetto a quegli anni?
Credo non sia possibile porsi sul piano del meglio/peggio nell’ambito della “scena”.
Sono situazioni talmente lontane e differenti che non sono paragonabili.
Sarebbe come volere fare un accostamento politico tra la situazione italiana attuale con quella del dopoguerra (anche se a ben pensarci in una sorta di dopoguerra ci siamo, dopo la tabula rasa culturale, sociale ed economica berlusconiana).
Credo che l’avvento di internet abbia annullato ogni possibilità di paragone.
Dove negli anni Ottanta c’erano genuinità, passione, ingenuità (giocoforza perché c’era ben poco altro cui aggrapparsi) che facevano da motore, da spinta e da collante per chi agiva nella scena, al giorno d’oggi c’è tutto a portata di mano in tempo reale.
Puoi ascoltare qualsiasi gruppo, saperne ogni dettaglio attraverso MySpace o il sito personale, contattarli in un secondo.
Negli anni Ottanta occorrevano mesi per avere il disco di un gruppo e molto di più per saperne qualcosa in dettaglio.
Quel periodo è stato assolutamente irripetibile (non necessariamente migliore, più bello o più affascinante), semplicemente diverso.
Non rimpiango nulla, né “formidabili erano quegli anni”.
Semplicemente per ragioni anagrafiche (non per un particolare merito) c’ero e li ho vissuti intensamente.

In un’intervista, riferendosi alla visione comune che vuole gli 80’s come anni di plastica, si domandava a Steve Wynn se un album intenso come The Days of Wine and Roses fosse una sorta di rifugio dalla realtà che li circondava ai tempi. In che misura la vostra musica è stata un mezzo per affrancarsi consapevolmente o meno dalla realtà della provincia italiana di quegli anni? Nel mio immaginario voi avete incarnato il classico esempio del noi contro voi più di ogni altro gruppo italiano dell’epoca (e non solo), in che modo vivevate questa diversità?
E’ l’esatta interpretazione. Noi eravamo contro, per il gusto di esserlo.
Soprattutto agli inizi volevamo essere tutto ciò che non era ciò che ci circondava.
Occorre un attimo contestualizzare il periodo (fine Settanta, inizi Ottanta) in cui essere giovani significava scegliere tra:
a) gli “opposti estremismi” (che, già qualcuno lo intuiva allora, poi è stato ampiamente dimostrato, non erano altro che un buon mezzo per il “potere” e/o il “sistema” per annullare la forza eversiva e di cambiamento dei giovani meno accondiscendenti verso l’omologazione). Schierarsi con i compagni o i fasci significava fare una scelta radicale che, se andava bene, comportava, come minimo, il rischio di una sprangata in testa. Sappiamo quanti morti (e feriti, molti per tutta la vita) ci sono stati.
b) Omologarsi al sistema, ben sintetizzato da Giovanni Lindo Ferretti, quando era ancora lucido, qualche anno dopo con i CCCP in “Morire”: “produci consuma crepa” (che riecheggiava il buon Piero Ciampi di “Andare camminare lavorare”: “Andare camminare lavorare il passato nel cassetto chiuso a chiave il futuro al Totocalcio per sperare”). Il modello occidentale: produci consuma crepa, così poco diverso da quello sovietico: produci consuma (poco) crepa. E non c’erano altre alternative in vista…
c) L’eroina. Arrivarono tonnellate di eroina (non droga: EROINA). Lo avevano già fatto con successo in USA alla fine dei 60’s con il movimento hippie, le black panthers e il movimento nero che combatteva il razzismo (ancora istituzionale in molti stati americani). Vagonate di eroina e il movimento si era squagliato in poco tempo.
L’eroina alla fine degli anni Settanta aveva ancora dei connotati di ribellione, non se e conoscevano gli effetti devastanti. Personalmente per una questione etica e morale non ho mai toccato una droga che è una, neanche mai fumato una sigaretta. Non mi fu difficile starne lontano, ma non ho contato i funerali di amici che un paio di anni prima giocavano al pallone con me nei chiostri del Duomo di Piacenza e che trovavano la mattina su una panchina con una siringa infilata in un braccio.
Poi la mafia (non quella con la coppola e la lupara, quella che siede nelle alte sfere governative) si accorse che l’eroina le faceva perdere i clienti e assistemmo all’arrivo della cocaina. Pulita, indolore e che non uccide subito. E iniziarono i favolosi anni Ottanta di Craxi (recentemente riabilitato da Fassino che lo preferisce a Berlinguer…) e la spazzatura che ben sappiamo.
Ecco, noi ci mettemmo contro a tutto questo, con ogni mezzo necessario.Con l’abbigliamento estremo, con le sottoculture più strane (il mod, il rockabilly, lo skinhead, il garage punk), con il linguaggio meno comprensibile. “O stai con noi o non ci potrai mai capire”. Non volevamo essere nella massa e ogni qualvolta il “sistema” ci raggiungeva e omologava ci ritiravamo sempre più nella foresta. Alla fine ha vinto il sistema in qualche modo, ma quando ascolto o ballo del northern soul, quando mi esalto a vedere una foto degli Small Faces, quando leggo un testo dei Clash e capisco benissimo ogni sngola parola, allora so che non mi prenderanno mai (presente i Dave Clark Five “Catch us if you can”?) e che il mio rifugio è inattaccabile. Non è stato facile, ma la mia vita è immensamente migliore.

tony3.jpgIl tuo metterti contro all’epoca ti portò oltre che suonare nella band più iconoclasta dell’epoca, ad abbracciare e divulgare la cultura mod in Italia praticamente quando nessuno ne sapeva nulla o quasi. Dando quasi per scontato che per tutti sei il Mod Father italiano (a proposito: ti è mai piaciuta quest’etichetta?), cosa ti ha affascinato all’epoca e ti ha spinto ad approfondire lo stile di vita mod in tutte le sue sfaccettature, cosa pensi ti abbia dato e continui a darti quest’esperienza e come pensi ti abbia influenzato nelle tue scelte di vita?
Non mi dispiace l’etichetta di Mod Father, anche se è un po’ “usurpata” ai tanti che insieme a me costruirono il movimento in Italia e che poi l’hanno proseguito con menti e mani sapienti fino ai nostri giorni. Ma alla fine mi inorgoglisce perché comunque io mi sento ancora mod al 100% e ne continuo a seguire le vicende e l’estetica come trent’anni fa.
Non mi sono mai posto il problema di “abbandonare” o meno il mio essere mod. Sarebbe come chiedersi se è il caso di tagliarsi una mano. In questo senso credo che l’esclusività del mod-ism, intesa come estrema specificità di una filosofia di vita assolutamente originale e personale, sia stata basilare nella mia crescita attraverso le varie vicende della vita. Il cercare di essere sempre pulito ed onesto con me stesso nelle difficoltà circostanti è stato un insegnamento essenziale.
L’abbracciare il mod è stato istintivo, immediato, entusiasta. Più lo scoprivo e più lo sentivo ritagliato alla perfezione su di me e i miei gusti.
Credo che la nostra generazione sia stata più fortunata nel potere abbracciare certe “scene”, influenze, filosofie. Alla fine dei 70’s eravamo adolescenti ancora molto ingenui,
non ancora provati da quello che è accaduto dopo, quando televisione, media, pubblicità, input continui, hanno inquinato sempre di più il passaggio tra quello che considero il valore supremo della vita (più della vita stessa !), cioè l’INNOCENZA, e la scoperta della vita, della realtà circostante. Noi siamo state una delle ultime generazioni con un contatto ancora primitivo, ferino, diretto, al mondo dell’innocenza, all’istintività quasi animale nell’affrontare le cose.
Il nostro è stato un abbraccio incondizionato e totalmente sincero alle “filosofie” incontrate.
Adesso con Internet e tutto il resto l’innocenza viene diluita velocemente, indirizzata, lucidata e omologata. Io lo ritengo PEGGIO, altri probabilmente MEGLIO. Diciamo che è semplicemente diverso.

Ogni periodo della vita di ognuno di noi è inevitabilmente segnato dalla musica che ci accompagna, da eventi,libri, incontri. Potresti fare una lista o citarmi alcuni dischi, avvenimenti, letture, che raccontano i tuoi anni Ottanta?
Ovviamente difficilissimo ma forse neanche troppo. Per i dischi ci metto “London calling” dei Clash perché racconta meglio di ogni altro QUEL periodo, il singolo “New rose” dei Damned, “Marquee moon” dei Television, il brano “Lust for life” di Iggy Pop, “Quadrophenia” degli Who per l’ispirazione, l’opera omnia dei Jam, l’album “Glory boys” dei Secret Affair.
Tra le letture “Absolute beginners” di Colin McInnes, “Il giovane Holden” di Salinger, le parole di mille canzoni di quegli anni.
Tra gli avvenimenti il concerto a Bologna di Patti Smith nel ‘79, piccolo spartiacque e quello di Iggy Pop , sempre nel ‘79 a Parma (con, probabilmente, Bowie alle tastiere, ma non l’abbiamo mai saputo con precisione: se non era lui era un sosia). Ma anche i Prisoners a Londra, i Black Flag, gli X, gli Husker Du.

Dopo aver raccontato i tuoi anni Ottanta in maniera così convincente, ci hai presto gusto? Pensi che ritornerai presto dietro la macchina da scrivere o è e resta un episodio isolato?
Mi piacerebbe che questo fosse il primo di una lunga serie.
Mi piace scrivere e se poi c’è qualcuno legge ancora meglio.
In questo momento sto preparando, poi vediamo se e quando andrà in porto, un libro sul mod e i mod attraverso la storia essenziale e una discografia consigliata, ricordi e appunti personali e soprattutto il contributo di una serie di mod, dalla prima ora ad oggi. Il tutto condito da ampio spazio fotografico.
C’è anche materiale per un libro sugli anni Novanta, un bel sequel di questo, ma prima mi piacerebbe approfondire il discorso mod.

Perfetto, beh allora in attesa dei tuoi prossimi libri, torniamo ai giorni nostri. E’ da poco uscito un cd tributo a “Sgt. Peppers” da parte di vari artisti dell’area Piacentina al quale hai collaborato; inoltre stai lavorando al tuo primo disco solista con la Tony Face Big Roll Band al quale partecipano nomi illustri della scena del mod revival e non solo.
Se dovessimo chiudere il cerchio potremo dire che si guarda al passato per costruire il futuro anche musicalmente? Ovviamente si tratta di progetti diversi tra loro per origine, natura e intenti: ti va di parlarcene?
Io parto dal concetto che ormai non si possa più inventare nulla e che tutto deve, in ogni caso, necessariamente guardare al passato.
Per quanto mi riguarda, invece, io guardo VOLUTAMENTE al passato perché è lì che trovo la musica, la cultura e l’estetica migliore. E così è nata l’idea di omaggiare Sgt Peppers e per farlo in maniera un po’ originale abbiamo coinvolto SOLO musicisti piacentini, ma il risultato è ugualmente buono.
L’album solista è un auto omaggio ai miei 30 anni di carriera. Ho chiamato a raccolta un po’ dei miei idoli dell’epoca mod e hanno accettato quasi tutti. Il risultato non è sempre esaltante, ma per me è semplicemente eccezionale ascoltare il cantante dei Purple Hearts o il bassista dei Prisoners suonare con me. E poi c’è la nuova avventura con mia moglie, Lilith ex voce dei Not Moving, con Lilith and the Sinnersaints con cui uscirà un album in autunno.

Web:
http://tonyface.blogspot.com
http://www.lilithandthesinnersaints.com

Il mio amico Sleazegrinder

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Boston, Massachussets: la chiamano la Atene d’America, per i più di 100 college e università ospitati nell’area metropolitana. Eppure, tra libri di testo, esami a questionario e campus ripieni di studenti fuori sede, qualcosa di oscuro trama. Sì, perché qui, celato dal basso profilo di un tale Ken, dimora sua maestà Sleazegrinder. Semplicemente stiamo parlando del capo supremo di http://www.sleazegrinder.com, la prima e unica megalopoli del rock.
Sleazegrinder si manifestò per la prima volta nella seconda metà dei Novanta come columnist in quel folle e sublime esperimento editoriale che fu Hit List (rivista mensile statunitense dedicata solo al rock’n’roll nelle sue sfumature più sanguigne: dal garage al punk hardcore, passando per il metal underground, il rockabilly, lo screamo e il grebo rock). Qui lui era il vero difensore del rock, il guerriero che scovava le gang più assurde di reietti con una chitarra al collo e donava loro una ventina di giorni di esposizione al pubblico (se, nel frattempo, non erano già finiti in galera o morti di overdose).
Dopo il fallimento di Hit List il signor Sleazegrinder (per amor di cronaca: il nome è lo stesso che Cobalt Stargazer, chitarrista di Zodiac Mindwarp & The Love Reaction, aveva dato al proprio strumento – una Les Paul talmente distrutta da fare schifo) letteralmente esplose, dando vita in breve tempo a un sito tutto dedicato alle sue recensioni e interviste (www.sleazegrinder.com) e a Bad Girl City, portale contenente recensioni di dvd vietati ai minori e interviste a pornostar (da un paio d’anni defunto e inglobato nel sito principale). Ora Sleazegrinder è anche a capo di un’etichetta (la Sleazegrinder Records), collabora con due mensili musicali prestigiosi (Kerrang! e Classic Rock Magazine), scrive libri (vi consigliamo Gigs from Hell) e produce film indipendenti (la sua prima fatica è intitolata 13 Ways to Deal Coke e dovrebbe presto essere disponibile). Tutto ciò nel tempo libero: perché il suo lavoro è salvare il rock. Ce l’ha detto lui stesso…

Sleazegrinder, è il 2007, ma l’argomento è sempre caldo: chi diavolo salverà il rock’n’roll?
Sembra proprio che toccherà a me. Perché no?

“Internet e rock’n’roll” inizialmente suonava come una bestemmia in Vaticano, ma le due faccende sembrano avere legato piuttosto bene. Pensi che la rete sia stata utile al r’n’r? Oppure ha solo aiutato migliaia di band mediocri a inflazionare la scena?
Internet ha portato il rock’n’roll alla gente… cioè: alla gente che vive in posti isolati, in mezzo al nulla. Dei tizi, in Siberia, che devono costruirsi gli amplificatori coi cubetti di ghiaccio, adesso possono ascoltare subito i gruppi più fighi che anche tu ti senti. Ed è grande. Certo, in rete ci sono talmente tante band che tentano di attirare l’attenzione, che è difficile capire quali meritano davvero… è qui che devi prendere una decisione e schierarti. E se devi farlo, fidati dei consigli di Sleazegrinder. Davvero.

Tu che rapporto hai con la rete?
Ogni mese vendo online circa mille dollari di dvd porno che mi arrivano da recensire… direi che il mio rapporto con Internet è ottimo e sereno!

Quale è la cosa migliore che il rock’n’roll ti ha dato? E la peggiore?
Niente di bello. Il r’n’r è sempre lì che cerca di rovinarmi e annientarmi: l’ha fatto per più di 30 anni. Qualche giorno ci riuscirà anche, ma non oggi.

Facci una soffiata: quali sono le cinque migliori nuove band in circolazione?
Mi spiace: sono informazioni top secret. Posso solo dire che in una c’è una bionda provocante e tatuata che canta e… veramente in tutte e cinque ci sono delle bionde che cantano e troieggiano. Non dovrebbe essere difficile individuarle.

Ora hai il potere di resuscitare un rocker defunto: Lester Bangs, Johnny Thunders o Bon Scott? O qualcun altro? E perché?
Credo che tutti e tre stiano bene dove sono ora. Non era esattamente una passeggiata, per loro, stare al mondo. Però direi che mi manca molto Wendy O Williams e la resusciterei: ci faremmo delle belle lotte a colpi di motosega; poi entreremmo con un carro armato in uno stadio dove suonano i Motley Crue e faremmo finalmente a pezzi quelle fichette.

www.sleazegrinder.com
www.sleazegrinderrecords.com
www.myspace.com/sleazegrinder

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