R.I.P. Lance

lance022.jpgE’ più di una settimana che è successo. Lance Hahn, deus ex machina dei J Church è morto.
Era noto che da tempo era malato, aveva subito alcuni interventi e – non avendo assicurazione sanitaria – era in debito perenne. Purtroppo durante una seduta di dialisi (era malato di reni) ha avuto un tracollo e a soli 40 anni se n’è andato.
Fa un certo effetto, a onor del vero, dato che è un mio coetaneo o quasi (appena un paio d’anni di differenza, in pratica) e più o meno discontinuamente lo seguivo da fine anni Ottanta, quando iniziai a comrpare regolarmente Maximum Rock’n’Roll e poi le varie Flipside, Punk Planet e compagnia bella. Lui scriveva molto e sfornava dischi (coi suoi J Church) come una catena di montaggio.
Lo incontrai anche personalmente, a Genova, in occasione di un concerto della sua band. Lui, gioviale e rotondetto, si avvicinò al banco della mia distribuzione e si guardò molto attentamente tutti i 45 giri in vendita per poi comprarne un paio, tra cui ricordo un titolo Dischord… pagando mi mostrò il disco tutto sorridente e mi disse: “Lo cercavo da un po’!”.

Antonio “Tony Face” Baciocchi – Uscito Vivo Dagli Anni ‘80 (NdA Press, 2007)

uscitovivobmp.jpgAcquistato dal sottoscritto con colpevole ritardo, questo libretto è – a priori – consigliato a tutti coloro che hanno minimamente a cuore la storia dell’underground italiano e che amano la prosa “vissuta”, quella che ha immediatamente i colori e il sapore del vero.
Tony, per i pochi (spero) che non lo sapessero ancora, è uno dei simboli dell’Italia musicale sotterranea degli ultimi 30 anni: batterista di Chelsea Hotel, Not Moving, Hermits, Lilith e Link Quartet, guru della Face Records, produttore, fanzinaro, organizzatore di concerti/festival/raduni, nonché iniziatore del movimento mod peninsulare. Detto questo, procediamo.
Io devo essere sincero: non so se – come in molte altre sedi è stato scritto – questo libro è “fondamentale per capire gli anni ’80”. Sarà che me li sono un po’ cuccati anche io e allora non ci trovo molto da capire, sarà che a me più che il lato Eighties, del volume, ha colpito l’epica rock (in accezione ampia) della saga di una band e di un fan appassionato che si consacra alla musica… sia come sia, per me il tratto veramente eccezionale del lavoro di Tony è proprio la storia palpitante di una passione totale. Che ti porta a provare in cantine malsane a cui si accede da botole, che ti fa guidare per migliaia di chilometri per rimborsi mai sufficienti, che ti fa accettare le condizioni più allucinanti pur di salire su un palco e sputare per mezz’ora tutto quello che hai dentro.
Tutto questo è raccontato tramite schizzi veloci (che raramente superano le tre-quattro pagine) e cronologicamente non ordinati. Una scelta coraggiosa e a modo suo vincente, perché il tutto acquisisce dinamica e imprevedibilità.
L’unica pecca è che, arrivati a pagina 121, se ne vorrebbe ancora. E un bel po’. Invece non resta che una bella galleria fotografica prima di doversi rassegnare alla fine del libro. Questo è frustrante… avrei voluto leggere ancora altre 120 pagine, almeno!
Per cui, Tony, aspettiamo il secondo volume e lì ci racconterai per filo e per segno di Johnny Thunders, di Nico, degli autografi di Ciriaco De Mita, delle registrazioni di Sinnermen a Tor Pignattara e di mille altre cose che per questa volta sono rimaste nell’empireo del rock’n’roll a decantare.

David Tangye/Graham Wright – How Black Was Our Sabbath (Pan, 2005)

black-sab.jpgIl titolo e gli strilli sulla copertina promettono succosa ignoranza e lasciano presagire aneddoti da scambiarsi, la sera, di fronte a birre e Barbera superiore. Il fatto è che le promesse solitamente valgono quanto un centimetro di bava di lumaca… poi se sono fatte sulla copertina di un’edizione in brossura di una bio non autorizzata dei Black Sabbath, allora il valore della facenda precipita inesorabilmente.
Iniziamo col dire che questo libro dovrebbe (DOVREBBE) esere stato scritto da due roadie della band. Il condizionale è imperativo, perché è chiaro che i due suddetti presunti autori – in realtà – si sono limitati a rilasciare qualche dichiarazione, poi cucita da qualcuno armato di pazienza e nessuna verve rockettara.
Ci voleva un genio da impiegato dell’anagrafe ultrasettanenne, o da giornalista della seconda republica, per smorzare ogni minimo afflato di mitologia in una storia che ha per protagonisti Tony Iommi, Ozzy Osbourne e i Black Sabbath. E che cacchio!

Quello che stupisce e delude è, infatti, la mancanza di ignoranza e la piattezza della vicenda. Sembra una bio scritta da un editorialista de La Stampa in un giorno morto di metà agosto: dove sono gli eccessi, i casini, i disastri, le atmosfere mortifere?
Tutte occultate, come a volersi tutelare da strali e menate, data la natura non ufficiale del libro. Pararsi il culo è un un’arte e una necessità, ma se poi significa scrivere la storia dei Sabbath facendola diventare la biografia di una cover band di Serravalle Scrivia, allora c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Pollice verso. Da evitare, a meno che non lo troviate a 50 centesimi… allora val bene lo sforzo.

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