Agosto 1969: il lancio di “The Stooges”

the-stooges-posters.jpg[…] A parte la copertura da parte della stampa, il disco deve essere promosso anche sul campo e gli Stooges iniziano un tour di lancio. La prima data – organizzata nientepopodimeno che dal “king of all media” Howard Stern – è venerdì 29 agosto 1969 (l’album è uscito qualche settimana prima) e si tiene al Pavillion di New York, al World’s Fairground, nel Queens.
Insieme agli Stooges, in cartellone ci sono il freak paladino della droga libera David Peel e i fratelloni MC5; le due band del Michigan allestiscono uno spettacolo torrido e violento, tanto che Stern stesso ne rimane shockato e arriva a dichiarare che sua moglie, in seguito al concerto degli Stooges, ha avuto un aborto spontaneo e che lui non avrebbe mai più voluto avere nulla a che fare con il gruppo.
Danny Fields: “Il promoter si attaccò al telefono e iniziò a dire a tutti «Attenzione a questo gruppo che si chiama The Stooges. Sono letali per i feti». Dopo questo furono messi sulla lista nera. […] Nessuno volle più avere a che fare con loro finché non diventarono famosi” .

Il debutto newyorchese degli Stooges è devastante. Steve Harris: “Iggy guardò il pubblico, si frugò nel naso, qualcuno gli gettò una lattina di birra, Iggy gliela ritirò, cantò un paio di strofe, qualcun altro tirò un’altra bottiglia che andò in frantumi sul palco, e Iggy ci si rotolò sopra, tagliandosi dappertutto” .
Alan Vega, futuro 50% del duo proto-elettronico Suicide: “Salì sul palco un tizio con le basette bionde che assomigliava un sacco a Brian Jones e che in un primo momento scambiammo per una ragazza. Aveva addosso una salopette tutta strappata, dei ridicoli mocassini. Aveva un’aria stravolta – guardava la folla e gridava: «Fanculo! Fanculo!». Poi gli Stooges attaccarono con uno dei loro pezzi e un istante dopo Iggy si lanciò dal palco dritto sull’asfalto, e cominciò a tagliarsi con una chitarra spezzata. Non era teatrale, era vera arte drammatica. […] Era tutto vero” .

iggy-and-the-stooges.jpgGli Stooges replicano a qualche giorno di distanza, nello stesso locale. In questa occasione Iggy si guadagna il posto d’onore della serata tagliandosi profondamente il torace con un paio di bacchette scheggiate di Scotty Asheton. New York è scossa da questo insensato e passionale spettacolo di pura demenza rock’n’roll. Dopo il secondo concerto la giornalista di Rolling Stone Karin Berg raggiunge il backstage e – ancora fremente ed eccitata per ciò che ha appena visto – ottiene quella che, forse, è la prima testimonianza ufficiale dell’iguana a proposito del proprio comportamento sul palco: “Ti pare che io sappia quello che faccio? […] Non lo so. Non mi piacciono i professionisti, sono sempre padroni della situazione. A me non piace. Voglio fare fluire l’energia. Percepisco questa sensazione, quest’area di concentrazione qui, nella zona genitale. Inizia così e posso sentirla, mi lascio andare e poi sale lungo il mio corpo, fino alla base del collo, alla testa e poi praticamente esplode. È simile a quello che accade nelle danze rituali, con la trance”.

[Da G. Lunati & A. Valentini, “Iggy Pop, cuore di Napalm”, Stampa Alternativa, aprile 2008]

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Laughner & friends – take the guitar player for a ride

Peter Laughner & friends – Take The Guitar Player For a Ride (Tim Kerr Records, 1995, CD)

Non so molto del disco qua sopra e con lui mi sono procurato una decina – o poco meno – di bootleg e 45 giri del buon Peter in compagnia di varie formazioni.
Dylan che si è fatto in vena una sprizza di speed in compagnia di Lou Reed e che suona di spalla ai Flaming Groovies e agli Stones. Lo vogliamo definire così, musicalmente?

Ma anche no, chè Laughner fu capace anche di delicatessen blues o acustiche che poco ingranano in quel contesto.

Vediamo di capirci. Qui siamo in presenza di una di quelle leggende iperuraniche. Metafisiche. Personaggi che hanno sfiorato questo letamaio e nessuno ricorda o quasi, ma lo hanno reso un po’ meno merdoso o semplicemente un filo più comprensibile.
Se non ci fosse stato lui probabilmente nessuno avrebbe mai ascoltato Rocket from the Tombs, Pere Ubu e Dead Boys. Avete capito bene, punkettucoli delle mie braghe molli. Se vi dicessi che 3/4 dei pezzi dei Dead Boys sono riciclaggi di brani di Laughner (magari co-scritti con O’Connor alias Cheetah Chrome)?
Questo vi dia la dimensione della sua magnificenza. Di uno che a 21 anni scriveva “non è divertente sapere che morirai giovane?” e a 24 si spegneva nel sonno per una pancreatite acuta.
Di uno che scriveva più canzoni che liste della spesa. Di uno che ha girato più gruppi di uno zingaro. Di uno che – per dio – ha scritto “Ain’t it fun”. Di uno che la notte in cui è morto, appena prima di coricarsi, ha registrato una cassetta di sola voce e chitarra, poi si è accasciato per dormire e non si è più svegliato. Era il 22 giugno 1977.
Parliamone. Che sappiate ciò che è da sapere.

Quella sera Laughner aveva partecipato a uno strano evento musicale-poetico in cui, con l’ex moglie Charlotte, aveva letto poesie e suonato qualche pezzo (lo immortala il bootleg “Amicable divorce”: cercatelo asini, ma prima ascolate la musica, ché altrimenti si va sul difficile ed è meglio procedere per gradi). Rientrato a casa, come dice nell’intro parlato del bootleg di cui sopra, si trova con 6 birre e un pacchetto di Lucky Strike. La chitarra e un registratore. E schiaccia il tasto “play”.
La sua voce è roca, molto diversa da quella a cui ci aveva abituato. E’ sul baratro Peter e non per nulla il dottore, qualche mese prima, gli ha detto: “Smetti tutto”. E lui, chiamando Lester Bangs al telefono, aveva scherzato: “Lester, non devo più bere e prendere droghe se no ci resto secco. D’ora in poi solo erba e valium… insomma, qualcosa uno deve pur farla, no?”.
E’ a pezzetti. Provato da un divorzio, dalla costante disintegrazione dei suoi gruppi, dal dilemma se unirsi ai Television o meno (non lo aveva fatto, per un solo soffio: troppe responsabilità forse…).
Schiaccia “play”. Suona. E butta giù 19 brani, tra cui cover di Television, Stones e Robert Johnson. Ogni tanto parla, come se avesse un pubblico davanti, come se spiegasse ciò che succede.
Ogni tanto incespica, come nella versione di “Wild horses” ai limiti del barocco da osteria. Ma lascia colare mezza anima. Prova con l’armonica inun brano, ma ha il fiato di un piccione morente.
E suggella il tutto con una “Summertime blues” da un minuto e venti.
Lì si chiude il gioco. Per sempre.
Ascoltatelo da soli, a volume alto, possibilmente in cuffia per cogliere le sfumature e i rumori. Come minimo dovete avere ingerito una mezza dozzina di birre e qualche additivo chimico (ma anche naturale). Altrimenti non vale. E non potreste capire, cristo.

Qui non si scopa, non ci sono compiacenti groupies a ciucciarti il prepuzio, non si beve allegramente e non si rockeggia per il gusto di fare casino.
Qui c’è il diavolo che ti azzanna i polpacci e ti avvelena. Anche se fuggi, il morso ti ha inoculato il morbo. Tenti di scacciarlo a colpi di scotch e brandy. A colpi di eroina e pillole. Ma ce l’hai, baby. Ce l’hai in circolo. Non c’è via d’uscita.

L’ennesima vittima schiacciata sull’autostrada del rock’n’roll.

Ascoltare. Subito.

Appendice: l’album in questione è ormai fuori catalogo da anni e ogni tanto spunta in vendita online (l’ultimo avvistamento è stato su Amazon, con un prezzo che sfiorava i 70 dollari). Presso questo sito è possibile invece comprare una serie di cd caserecci con altre registrazioni di Laughner, risalenti a diversi periodi della sua carriera musicale.

Goodbye Hilly

kristalspan2.jpgDoveva succedere, ma non pensavo così presto: il primo necrologio di Black Milk.

Negli ultimi giorni di agosto è morto, per complicazioni polmonari dovute a un cancro, il guru del CBGB’s: Hilly Kristal.
Non era un santo, né un benefattore e sulla faccenda del punk rock si era buttato solo perché aveva fiutato l’affare (e che affare: due milioni di dollari di fatturato annuali solo con la linea di abbigliamento marchiata CBGB’s). Eppure senza di lui poco di ciò che conosciamo e si è sviluppato nella New York underground degli anni Settanta-Ottanta sarebbe arrivato a noi.
E allora, r.i.p. Hilly. Ci si vede là sotto, dove aprirai un altro buco puzzolente e pieno di musica da impazzire.

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