The Rolling Stones – the greatest rock’n’roll band in the world, a cura di David Dalton (libro, Star Books, 1975)

rolling.jpgIl feticismo musicale è uno dei vizi più sublimi e nello stesso tempo pericolosi che una persona possa annoverare nel proprio curriculum. Questo infame disturbo della personalità, che mi regala però tanto godimento quando meno me lo aspetto, mi ha portato all’acquisto tramite Ebay di questo volume in cui non riponevo nessuna speranza. Giusto l’idea di trovarci qualche foto che non avevo ancora. E invece, cari miei, devo ricredermi. A parte le foto (spettacolose), in queste 180 pagine in formato da libretto economico (tipo quelli che vendono nelle edicole per placare l’improvvisa sete letteraria dei bagnanti in estate) sono raccolti estratti da interviste d’epoca, saggi, resoconti di concerti, una storia cronologica della band giorno per giorno stile diario… insomma, un ottimo Bignami degli Stones con notevoli perle.

Diciamo che il libro copre esaurientemente il periodo fino a It’s only rock’n’roll: le cose migliori sono i capitoli su Brian jones e l’intervista a Keith Richards presa da Rolling Stone (mai letta una trascrizione così fedele del suo slang! Secondo me gli inglesi stessi hanno difficoltà a capire certi suoi costrutti e modi di dire!). Un gioiellino che solo i più zozzi trovarobe e i più incarogniti frequentatori di discariche potranno permettersi.

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Tupelo – in the fog (CD, Vacation House, 1996)

Pensate a quell’area grigia, di confine (popolata dai più stereotipati fantasmi e stilemi della provincia nordica), che potremmo idealmente chiamare il punto di fusione di Piemonte e Lombardia. Questa nostra italianissima Terra di Mezzo ha dato i natali ai Tupelo, band tanto misconosciuta quanto interessante. Certo, l’origine geograficoanagrafica non ha mai giocato a loro favore e poi, senza falsi pudori, non dobbiamo dimenticare che portavano “il marchio dell’infamia”. Sì. Sapete di cosa parlo? Ok, è presto detto: erano uno dei gruppi usciti per la neonata – all’epoca – Vacation House. Cercherò di spiegarvi: fare un disco per V.H. a metà anni Novanta era un po’ come far uscire un libro per una di quelle microcase editrici che ti pubblicano se tu paghi per l’uscita del tuo volume. Risultato: distribuzione difettosa, nessuna esposizione del prodotto, selezione degli autori inesistente… ecco. Immaginatevi il corrispettivo musicale di questa situazione. Io credo che Rudy (il boss V.H.) facesse tutto in buona fede e con passione, ma il suo catalogo dei primi tempi era quanto di più lisergico ed entropico si potesse immaginare: uscite di gruppi pop punk (qualcuno ricorda i terribili Mondo Topless?), CD alle soglie dell’acid rock, dischetti di hardcore metal etc etc. La fiera del tutto di tutto. E, parlando da distributore, cioè da uno che poi si trovava la roba V.H. da vendere, vi posso dire che tutti questi dischi (in maggioranza erano miniCD) erano i-n-v-e-n-d-i-b-i-l-i. Sul serio. Perché la gente era disorientata e non riusciva a trovare una chiave di lettura in questa produzione (e in parte perché alcuni di questi gruppi erano proprio mediocri). In questo quadretto postatomico si inseriscono i Tupelo, tra i primi a vedere il proprio lavoro immortalato in un miniCD dell’etichetta vercellese. Ricordo di avere avuto quel disco in distribuzione per anni e di averlo, alla fine, scambiato con uno svedese per un bootleg dei Gun Club su vinile (gli svedesi a volte ragionano proprio strano!); ricordo anche di averlo ascoltato qualche volta, all’epoca, e di avere pensato che erano piuttosto fighi, ma non sarebbero andati da nessuna parte. Troppo scuri, rumorosi, blues. E infatti, a dispetto di un certo interesse della stampa di settore per i nascenti Chrome Cranks e altre schegge deviate del noise blues newyorchese, i nostri compatrioti figli delle risaie non ebbero mai quella grande esposizione. Morale: il gruppo pubblicò anche questo CD full lenght per l’etichetta di Medea, per poi scomparire, segnato anche dalla tragica dipartita del leader Stiv Livraghi (in un incidente, se non rammento male). Eppure, a risentirlo ora, “in the fog” suona davvero bene. Cazzo se suona bene. Tupelo era il suono della swamp music delle risaie, lo stridore della frontiera lombardo-piemontese, il lamento degli sfigati costretti a ubriacarsi di vino fatto in casa o di cattivo whiskey comprato al supermercato. Certo, i suoni non sono in grado di reggere il confronto con una qualsiasi produzione di questo genere, anche di 20 anni fa, ma l’anima c’è tutta. Vi siete mai chiesti come avrebbe suonato Nick Cave o Jeffrey Lee Pierce se fosse nato in Padania? Qui ne avete un assaggio. E se vi va di culo come a me, questo CD potreste trovarlo nuovo a 5 Euro o meno.

The Fall – seminal live (LP, Beggar’s Banquet, 1989)

fall-live.jpgNon tutti i dischi possono essere ascoltati in ogni momento. Anzi, diciamo una volta per tutte la sacrosanta verità: un disco, se sentito nel momento sbagliato, può essere percepito nel modo più distorto e fuori fuoco possibile. E’ per questo che, in un piccolo angolo recondito di me stesso, mi domando che senso abbia il mestiere di critico musicale… il critico deve “per forza” recensire i dischi. Eppure essendo luilei umano, non gode di imparzialità e infallibilità; anzi… tutt’altro. E allora non venitemi a dire che dopo una giornata di merda in cui magari vi si è piantato il pc, vi hanno fatto una multa per divieto di sosta, avete pagato 200 euro di bolletta del telefono, la fidanzata vi ha fatto girare il cazzo e vi sono saltate le prove col gruppo, potrete mettere su questo live dei Fall e godervelo, anziché avere un attacco di itterizia e tentare di cuocerlo nel microonde ascoltando a palla una raccolta su Dojo degli Stiff Little Fingers.

Poi nella vita reale è semplice ovviare a questi inconvenienti: se si è un critico si hanno a disposizione copiosi foglietti con rassegne stampa e biografie. Ecco sì. Questi devono essere l’ancora di salvezza per chi fa il mestiere di critico criticateur criticatutto. Copia qua, incolla lì, due frasonzole e via. Recensione finita. Applausi.Ma comprendo. Sì, vi capisco.

Io solo di recente ho avuto la rivelazione sul conto dei Fall e, in particolare, questo live mi sta convincendo della loro grandezza. Il fatto è che non avevo mai imbroccato il momento giusto per capirla, la loro musica. Vi assicuro che – almeno per me – non è stato semplice trovare la chiave di accesso. Perché i nostri scozzesi, capitanati da quel matto di Mark E. Smith, sono un vero rebus, quasi da Settimana Enigmistica. Immaginate un dj ai limiti della lobotomia totale che mixa lo psych’n’roll dei Cramps con la new wave poppettara dei primi Simple Minds e certe intemperanze New York art punk dei primissimi Talking Heads di “1977”. In tutto questo c’è spazio per una spruzzatina di sixties sound (e la cover dei Kinks inclusa non è casuale, credetemi), qualche pennellata di sguaiato alt.country ante-litteram (o folk punk?) e puntate in territori quasi lisergici. Come spesso accade in presenza di lavori di un certo valore, è difficile selezionare un climax o un brano particolare. Diciamo che è meglio prenderlo come un tutt’uno, a dispetto della parziale frammentarietà (almeno sulla carta), data dal fatto che i brani inclusi provengono da almeno 4 concerti differenti tenuti nell’arco di due anni. “Seminal live” non sarà un disco epocale, di quelli che troverete nelle enciclopedie o nelle playlist di Rolling Stone o altre cosette simili. Ma voi fareste bene a dargli un ascolto… datemi retta.
Con buona pace di Rolling Stone.

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