Mark Putterford – Phil Lynott: the rocker (Omnibus Press, 2002, libro)

putterford.jpgLa fascinazione per i Thin Lizzy mi ha preso così per caso, un mattino di settembre. E’ una di quelle cose che ti trovi addosso, aggrappata come una scimmietta e non ti spieghi bene il motivo. Soprattutto se per almeno i 20 anni precedenti non ti era mai venuto in mente di promuovere i Thin Lizzy a una categoria mentale più elevata rispetto a quella delle “band-che-non-mi-interessano”.
Ma spesso le categorie sono cazzate definite a priori. E infatti… eccomi qua, come un deficiente, a decantarne le lodi e a tentare di convincere qualcuno a starmi a sentire, mentre parlo di una band a cui non ho mai dato un centesimo. E a cui ora di centesimi ne sto dando non pochi, comprandomi tutto ciò che riesco a reperire.
In un recente blitz nella capitale del Regno Unito mi sono trovato di fronte a questo libro usato (per la modica cifra di 2 sole sterline: in pratica un piccolo miracolo londinese, visti i prezzi correnti); l’ho preso e ne sono rimasto fulminato.
I Lizzy – per chi non li abbia mai nemmeno sentiti per caso – erano un gruppo irlandese dedito a un rock piuttosto duro, ma con punte di intimismo e qualche sfumatura folk (magari conoscete il loro classico “Whiskey in the jar”, ossia l’adattamento del pezzo tradizionale irlandese in chiave rockettara). Una band che ha sfornato brani da storia della musica, ma anche decine di pezzi che definire riempitivi sarebbe una presa per il culo: sono proprio brutti… punto.
Quello che li rendeva particolari era la volubilità (picchi e buchi neri si alternavano davvero senza mezze misure) e l’organico, composto da personaggi del calibro di Robbo dei Motorhead, Gary Moore e – appunto – Phil Lynott.
Lynott era il leader, bassista e cantante, di colore, ma irlandese come la Guinness. Ipercinetico, tormentato, in bilico perennemente tra un lato da bravo ragazzo attaccato a mamma e famiglia e uno da disgraziato eroinomane e figlio di mignotta senza cuore.

Io me lo ricordo quando Lynott è morto (ovviamente non di congestione, nè per indigestione di SlimFast): era l’inizio del 1986 e facevo seconda superiore. Un giorno comprai un giornalazzo di musica e ci trovai uno speciale su di lui, in memoriam, proprio perchè era deceduto da poco. Ma lasciamo perdere. Nel frattempo lui è diventato un mito, in 20 anni: un mito quasi solo dublinese (gli hanno anche eretto una statua in città) o al massimo inglese (ma nemmeno troppo)… comunque, cosa trovate in questo libro? In pratica più o meno tutto, dalla nascita fino alla morte di Lynott. Vita famigliare, i primi passi nella musica, il successo e il declino. La scrittura è buona e fortunatamente non tralascia le campane che suonano stonate, ossia chi non ha cose necessariamente positive da dire sul leader dei Lizzy.

Non vi farà diventare fan del gruppo, probabilmente, ma leggerlo sarà quasi catartico. Come lo sono tutte le storie di rock e morte. Lo sapete benissimo…

PS: incidentalmente è morto anche l’autore del libro, un blasonato giornalista rock inglese della vecchia guardia di Kerrang. Ve lo dico così, con nonchalance.

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