Beasts of Bourbon – the low road (1991, Red Eye/Polydor)

Le Bestie del Bourbon erano abituate a vedere canguri e koala che gli attraversavano la strada mentre vagavano in mezzo a mezzi deserti e piane brulle. Ci siamo capiti: Australia, baby.
Le Bestie del Bourbon, nel 1991, firmavano il capitolo finale della loro discografia non postuma.
Quattro album, quattro.

The Low Road è l’ultimo lavoro della band prima di esplodere. E, a onor del vero, nemmeno il più devastante. Per l’impatto ruvido e la forza abrasiva ci si deve rivolgere a cosette come Sour Mash, tanto per dirne una. O a The Axeman’s Jazz.
Quello che abbiamo qui è, invece, un ritratto di quelli che vanno annusati, sentiti e vissuti, per essere compresi al 100%. Uno di quei capolavori-non capolavori. Manifesti di vita, istantanee apparentemente sceme che riviste ad anni di distanza fanno più effetto di un quadro di Magritte.
Lo sentite il sapore della polvere sulla lingua? E il gusto del sangue in gola? Perchè The Low Road è questo. E’ il sapore degli anni Ottanta che se vanno, dei vent’anni che diventano trenta, delle abitudini che non sembrano voler cambiare anche se tutto là fuori ti dice “CHE CAZZO STAI FACENDO!?!?”. E’ il retrogusto di morte e birra che ti trovi sulla lingua dopo 10 anni di rock’n’roll life, in cui quasi quasi eri una star, anche se non avevi i soldi per comprarti un paio di anfibi nuovi. Ma ogni sera era una festa o quasi.

Quando ti rendi conto che forse tua madre aveva ragione quando ti diceva certe cose, che tuo padre non aveva tutti i torti, iniziano i casini. Ti senti un cretino e la prima tentazione è quella di mollare tutto e maturare. Però chitarre e amplificatori sono appiccicosi. Non ti puoi staccare così facilmente. E allora partorisci un album “maturo”. O così ti piace credere.
Ma non prendiamoci in giro. Anche se togli un po’ di distorsione e canti un po’ più melodico (magari con un paio di fraseggi funky o vagamente country), se avevi il diavolo in corpo, te lo tieni. Non se ne va così facilmente.
Ecco, questo disco è così. Come se la sacra triade SalmonJonesPerkins avesse avuto bisogno di una parentesi rassicurante. Più per gli altri che per loro. A tratti sembrano dire “Ok ragazzi, no problem. Siamo onesti musicisti cresciuti ed esperti. Non i selvaggi che conoscevate”.
Ma. Ma. Ma… non fate finta con noi. Perché “Chase the dragon” parla da sola, tossica e tagliente come sapete voi. E poi quelle due cover: “Ride on” (premiata ditta YoungScottYoung, cari miei) e “Cocksucker blues” (JaggerRichards s.p.a.).

Cercavate di prendervi in giro e di prenderci in giro. Sì. Ma per fortuna non ci siete riusciti, Bestie del Bourbon. Per fortuna: perchè in cuor vostro sapevate anche voi che quello che ci dicono per scoraggiarci non è vero. E quando lo è ci si deve girare dall’altra parte e negare anche l’evidenza. Questo è il rock, non un battesimo a Tropea. Niente dolci e ravvedimenti. Solo tagli, ferite, chitarre, alcool e un po’ di sassi ad altezza cuore. Per proteggerci un po’
Quindi, fallita la presa per il culo cosmica, vi siete sciolti. Ottimo. E qui è la grandezza di un disco come questo: è un monito.
Ricordati che devi morire? No. Ricordati che puoi morire, piuttosto. E se non vuoi morire devi prendere la vita a coltellate nelle reni.
E, soprattutto, attaccare il distorsore e non stare a sentire chi ti dice cazzate.

Amen.

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