Mike Stax parla parte 2: Crawdaddys, Tell Tale Hearts and more

stax.jpgCome è potuto accadere che un ragazzo inglese come te, sia andato a finire in band Californiana come i Crawaddadys? Puoi raccontarci brevemente la storia del gruppo?
I Crawdaddys nascono per mano di Ron Silva e Steve Potterf a San Diego, in California nel 1978. Nel 1979 pubblicano il loro primo album Crawdaddy Express sulla Voxx di Greg Shaw (R.I.P.). Nei primi mesi del 1980 pubblicano due 7” sempre su Voxx.
Io ero uno studente che viveva in un piccolo villaggio dello Yorkshire quando ho ascoltato i Crawdaddys alla radio nel programma di John Peel. Sono uscito e ho comprato i loro dischi. Ero un grandissimo fan degli Stones/Yardbirds/Pretty Things e sono stato spazzato via nell’ ascoltare una nuova band che suonava autentico 1965/65 r’n’b’ inglese. Ho scritto una lettera da fan alla band e Ron Silva mi ha risposto invitandomi ad unirmi alla band come bassista. Così sono andato a San Diego e nel novembre del 1980 sono entrato nei Crawdaddys. Il mio primo periodo con la band è durato fino al giugno del 1981. Sono tornato nel gruppo nel marzo dell’82 e ho suonato con loro fino alla fine dell’estate dell’83. Durante questo periodo abbiamo registrato un po’ di materiale ma niente è stato pubblicato se non dopo. Alcune registrazioni sono apparse su un album intitolato Here Tis’ su Voxx Records, altre canzoni su un ep uscito in Spagna durante la meta degli anni Ottanta.

Quale era la reazione del pubblico ai vostri concerti, voglio dire suonavate del selvaggio r’n’b’ negli anni Ottanta?
Le persone non sapevano cosa fare di noi. Noi eravamo un completo regredimento a un’altra epoca, molto più primitiva, quando la maggior parte dei gruppi cercavano disperatamente di essere moderni e new wave. Ma il gruppo era realmente buono e così alla fine avevamo un discreto seguito.

Sai cosa stanno facendo adesso i membri del gruppo?
Ron Silva vive ad Oakland in California. Negli ultimi 20 anni (o quasi) ha suonato con Carl Rusk e Tom Ward nei Nashville Ramblers a.k.a. The Black Diamonds. La maggior parte degli altri vive ancora a San Diego, suonando musica.

crawdad.jpgDopo i Crawdaddys, hai formato i Tell Tale Hearts, parlaci dei primi tempi della band, dove avete preso il nome?
Ho formato i Tell Tale Hearts nell’agosto del 1983 con Bill Calhoun, Ray Brandes, Erich Bacher e David Klowden. Ho scelto il nome prendendolo da un racconto di Edgar Allen Poe. Il nostro suono combinava il sound selvaggio e bluesy delle band inglesi dei medi Sessanta con in aggiunta le influenze dei gruppi garage americani e in particolar modo i 13th Floor Elevators, gli Shadows of Knight e i Seeds. Stavamo anche scoprendo tutte questi strani e fantastici gruppi della scena Olandese come gli Outsiders e i Q-65. Più importante comunque, fin dall’inizio volevamo scrivere i nostri pezzi e lasciare il nostro marchio personale nella storia della musica piuttosto che limitarci a mettere in scena un’epoca particolare. Mentre qualche volta i Crawdaddys avevano questa aria snob da “musicisti seri” i Tell Tale Hearts erano totalmente fuori controllo. I nostri primi concerti erano improntati al caos, con membri del gruppo che cadevano, qualche volta finendo giù dal palco in preda a stati mentali alterati. Non c’erano nessuna delle costrizioni autoimposte dei Crawdaddys, volevamo che la nostra musica fosse la più selvaggia e incontrollabile possibile. Il nostro spirito era contagioso e (di solito) divertente così ci costruimmo velocemente un buon seguito localmente. Quasi subito firmammo un contratto con la Bomp/Voxx Records e registrammo il nostro primo disco nel 1984. Nel 1985 pubblicammo un 12” con sei pezzi (The Now Sound of The Tell Tale Hearts). Il gruppo è andato avanti fino al 1987.

Quale era la tua canzone preferita dal songbook dei Tell Tale Hearts?
Ho un po’ di favorite. “Crackin up” dal nostro primo demo tape (pubblicato sul cd raccolta High Tide), per via dell’energia e della crudezza. “Forever Alone” sul primo disco, perché mi ricorda un sacco di bei momenti passati con Bill, eravamo compagni di stanza e scrivevamo i pezzi insieme a quel tempo. Anche Bye Baby” dall’ep The Now Sound e “Promise” che è stato il nostro ultimo singolo, con il grande Pete Miesner (ex-Crawdaddys) alla chitarra.

Secondo me i Tell Tale Hearts sono uno dei migliori gruppi della scena garage-revival, pensi che siete stati sottovalutati come gruppo?
Bene, sono lusingato dalla tua osservazione. Suppongo che eravamo (e siamo) sottovalutati, ma questo per me va bene, la maggior parte dei miei gruppi preferiti di tutti i tempi erano sottovalutati! In molti modi è stata anche colpa nostra se non siamo diventati più famosi. Eravamo veramente disorganizzati. Non abbiamo avuto mai nessun tipo di management e non c’era nessun tipo di piano sul come promuoverci. Suonavamo ovunque capitava e i nostri tour erano strettamente su piccola scala.
Un’ altro problema era che io ero un immigrato clandestino, il che mi impediva di uscire dagli Stati Uniti, così mentre gruppi come i Fuzztones i Chesterfield Kings e i Miracle Workers andavano in tour in Europa e costruivano il loro seguito, noi eravamo piantati a San Diego lavorando al minimo salariale e perdendo tempo.

Perché i Tell Tale Hearts si sono sciolti? Hai qualche rimpianto per qualcosa che hai fatto o che non hai fatto con il gruppo?
Dopo tre anni e mezzo passati insieme, tutti avevano idee differenti riguardo quello i Tell Tale Hearts sarebbero dovuti diventare. Il risultato alla fine fu un compromesso e la musica incominciò a soffrirne. Dal vivo perdemmo tutta l’ energia che avevo reso la band così grande.
I dissidi interni incominciavano a farsi spazio tra i vari membri del gruppo e il divertimento fini. Fondamentalmente il nostro tempo era finito! Ho pochi rimpianti. Rimpiango la nostra inesperienza in studio quando registrammo il primo album. Fu registrato in maniera molto povera e il suono debole peggiorò quando la casa discografica remixò il disco alle nostre spalle, togliendone l’anima. Rimpiango il non aver mai registrato un disco che avesse l’eccitazione dei nostri concerti. Rimpiango anche il modo in cui le cose sono diventate amare. Iniziammo come cinque grandi amici, dopo lo scioglimento alcuni di noi non si sono rivolti la parola per molti anni. All’ inizio la musica era la prima cosa, ma verso la fine alcuni membri erano attaccati sia alle donne che alle droghe o ai loro ego. Una situazione tipica per un gruppo giovane, ma comunque un grande spreco in retrospettiva.

morlo.jpgCome erano i rapporti con le altre garage-band del tempo, quali erano secondo i gruppi migliori del cosiddetto garage-revival e perché?
Eravamo in rapporti di amicizia con le altre band di San Diego, i Gravedigger V e dopo I Morlocks, ma c’era anche una certa rivalità, specialmente con i Morlocks. Io mi sono Sempre trovato bene con tutti questi ragazzi, ma so per certo che c’erano dei problemi con altri membri del mio gruppo. Eravamo anche amici con i Chesterfield Kings, le Pandoras, Gli Unclaimed e molti altri gruppi.
Ho sempre pensato che gli Unclaimed, fossero una delle migliori band dell’intero movimento. Amavo le canzoni strane e sarcastiche di Shelley Ganz come l’ intera attitudine del gruppo e del loro suono. E dal vivo erano straordinari. Mi piacevano anche i primi Chesterfield Kings. Non m’importa della fase glam che hanno attraversato per un periodo, ora sono tornati sui giusti binari. Anche Jeff Conolly e i Lyres meritano molto rispetto.

Adesso suoni con i Loons, vuoi presentarci gli altri membri del gruppo?
Anja Bungert al basso e ai cori, Marc Schroeder e Chris Marsteller sono i chitarristi, mentre Mike Kamoo è il nuovo arrivo alla batteria.

Quali sono le vostre influenze, principali?
Siamo influenzati pesantemente da gruppi come gli Yardbirds, Love e i Pretty Things, ma queste influenze sono state così assorbite profondamente nel corso degli anni, la musica che suoniamo e’ un riflesso di queste influenza più che un’imitazione. Ci sono molto gruppi la fuori che stanno facendo poco più che una rivisitazione dei Sixties. Può essere divertente da guardare ma in ultima analisi e’ molto superficiale. Alla fine della giornata, vai a casa e senti gli originali non una versione simulata. Mi piacerebbe pensare che quello che facciamo abbia una profondità maggiore. Lavoriamo duramente su un suono originale e sull’avere una personalità musicale nostra.

Cosa puoi dirmi del vostro ultimo disco Paraphernalia?
L’ album ha avuto una lunga gestazione. Anche se è stato registrato interamente in un arco di tempo di poche settimane, alcune delle canzoni erano vecchie di cinque anni al momento di essere incise, mentre altre erano state scritte solo qualche giorno o settimana prima. Il disco rappresenta cinque anni o più di cambiamenti sia nella line-up del gruppo che nelle nostre vite personali, così copre un ampia sfera di stati d’ animo e argomenti. Penso che sia stato messo insieme decisamente bene comunque. Ne sono orgoglioso.

Cosa dobbiamo aspettarci dai Loons ?
La prossima cosa che faremo sarà registrare un pezzo per un tributo a Greg Shaw che uscirà su Bomp. Ho scelto una vecchia canzone dei Crawdaddys “I’m dissatisfied”, perché è una di quelle canzoni che mi ha ispirato nel lasciare l’Inghilterra e venire in America tanti anni fa. Greg Shaw è parzialmente resposanbile per questo. Stiamo lavorando su dei nuovi pezzi e speriamo di uscire con qualcosa di nuovo senza che passi tutto questo tempo. Vogliamo fare anche più tour in Europa e forse anche in altre parti del mondo. Ci piacerebbe andare in Giappone per esempio, o in Australia e in Nuova Zelanda. Speriamo che succeda.

E ora, come in Alta Fedeltà, dammi la tua top-five, per album e 45…
Cambia in continuazione, ma eccoti la mia Top five in base agli stati d’animo del giorno:

LP

1) The Pretty Things – primo disco
2) Love – Forever Changes
3) Master Apprentices – primo disco
4) Bo Diddley- Go!
5) Tim Hardin – No. 1

45

1) The Pretty Things – Rosalyn
2) The Misunderstood – Children of the Sun
3) The Outsiders – Touch
4) The Answers – Fool turn Around
5) The Mustangs – That’s for Sure

Mike grazie di tutto; qualcos’ altro da aggiungere?
Grazie per l’ interesse.

Mike Stax parla parte 1: Ugly Things

ugly-th.jpgUgly Things is obsessed with the sounds of the past, but it’s not about nostalgia, and it’s not about record collecting. It’s all about the MUSIC and the real life stories of the people that made the music happen. In the pages of Ugly Things the past continues to happen… NOW”

Attualmente Ugly Things è una sorta di bibbia per gli appassionati di Sixties music, com’è nato l’intero progetto? Dai primi numeri in stile copia e incolla si è arrivati oggi ad un layout molto professionale a un numero sempre crescente di pagine e articoli, ti va di parlare ai nostri lettori della crescita della rivista?
Ho iniziato a pubblicare Ugly Things nel marzo del 1983. Come sai, all’inizio era semplicemente una fanzine fotocopiata che vendeva circa duecento copie. Realizzarla ha rappresentato un processo di apprendimento, così ho cercato di alzare gli standard con ogni nuovo numero. Ora sono passati 22 anni, che spero abbiano portato dei miglioramenti sia nella presentazione sia nei contenuti. Sicuramente è stata d’aiuto la mia capacità di riunire un gran numero di scrittori ed altri collaboratori, ciascuno dei quali ha giocato una gran parte nella realizzazione di quello che è oggi Ugly Things.
Fin dal primo numero l’obiettivo della rivista è stato quello di sostenere e battersi per quei gruppi e musicisti sottovalutati e trascurati che venissero principalmente dai Sessanta, ma alcune volte anche dai Cinquanta e dai Settanta etc…
Abbiamo una sezione delle recensioni smisurata che cerca di coprire l’inondazione di ristampe che continuano a riempire il mercato. Le etichette che si occupano di ristampe coprono anche buona parte degli annunci pubblicitari sulla rivista. Più importanti delle recensioni sono in ogni modo gli articoli. C’è stata una tale esplosione di musica negli anni Sessanta e solo una minima parte è stata digerita dal pubblico. Questo significa che ci sono letteralmente migliaia di gruppi, in ogni parte del mondo la cui musica non ha avuto l’attenzione che meritava. Molti di questi gruppi hanno storie uniche da raccontare, storie che sono spesso più interessanti e sicuramente condite con più humour e pathos delle storie ormai ultra-analizzate dei gruppi che hanno avuto più successo. Scovare questi musicisti e raccogliere le loro storie è uno degli aspetti più gratificanti del lavoro. La maggior parte di questi ragazzi hanno cercato di dimenticare il loro passato rock’n’roll, impacchettandolo e riponendolo in soffitta – alcuni di loro hanno dei figli che neanche sanno che i loro padri suonavano in gruppi. In alcuni casi considerano se stessi dei falliti perché non sono riusciti a “farcela”. E’ una sensazione incredibile, quando riesci a convincere uno di questi musicisti che quello che hanno fatto in passato ha realmente un valore e che ci sono persone oggi che vogliono ascoltare la loro musica e sentire le loro storie.

Quando hai iniziato a interessarti alla musica e alla cultura dei Sixties?
Sono stato attirato da entrambe già da piccolo. Fin da bambino, negli anni Sessanta, mi alzavo in piedi nella culla e ballavo al ritmo della musica che usciva dalla radio. La prima musica che ricordo di aver ascoltato attentamente è stato l’album Rubber Soul dei Beatles, che mi padre sentiva su un registratore a bobine. Subito dopo ho scoperto i Rolling Stones e ho iniziato a interessarmi al periodo con Brian Jones. Brian Jones divenne quasi un’ossessione giovanile per me, andai perfino a Cheltenham quando avevo 14 anni per visitare la sua tomba. I primi Stones poi mi hanno portato a scoprire altri gruppi r’n’b’ inglesi come gli Animals, gli Yardbirds, Them, i Downliner Sect e i miei favoriti di ogni tempo i Pretty Things.
Insieme alla musica, sono rimasto affascinato da tutto il look e il feeling di quell’epoca: i film, la letteratura, l’arte, la moda e i cambiamenti sociali del tempo.

Quanto copie sono state stampate per l’ ultimo numero?
Per l’ ultimo numero sono state stampate 6000 copie.

Hai mai pensato di fare una raccolta dei primi numeri in una specie di best of? Devo ammettere di essermi procurato con non poca fatica le mie copie più vecchie su e-bay… penso sarebbe bello averle raccolte in grande formato.
Avrei voluto realizzare un’antologia delle prime uscite da molti anni. Non ho ancora deciso il miglior modo per farlo – se una riproduzione esatta o una versione riveduta e ampliata dei migliori articoli. Il problema è che di solito sono così preso dal numero in uscita che non ho il tempo di guardare indietro ai vecchi numeri e pianificare qualche ristampa. Farò qualcosa presto comunque, lo prometto!

The MisunderstoodQuanto lavoro c’è dietro un articolo/avventura così grande come quello sui Misunderstood che si snoda negli ultimi numeri? E’ stato un compito difficile organizzare l’ insieme delle interviste e dichiarazioni di diverse persone e dargli una sequenza sensata? Penso che probabilmente è la cosa migliore mai apparsa sulla tua rivista?
Sono veramente contento che l’articolo sui Misunderstood ti sia piaciuto così tanto. Questa storia significa molto per me. Dietro c’è stata una quantità immane di lavoro di ricerca e scrittura. Come hai notato, il compito più difficile è stato organizzare tutto il materiale. Ho intervistato dozzine di persone che avevano a che fare con la storia, così mi sono trovato con un incredibile quantità di informazioni qualche volta contraddittorie che necessitavano Di essere vagliate e messe in una forma che fosse allo stesso tempo reale e divertente da leggere. Qualche volta mi svegliavo nel mezzo della notte con la testa che mi girava piena di parole e voci. Alla fine la storia ha preso una sua direzione, e con così tante informazioni e storie ho potuto alimentarla e portarla in vita. E’ stata veramente eccitante vedere tutti pezzi mettersi insieme e prendere forma. Ho quasi finito la parte quattro ed è un grande sollievo ma anche un brivido creativo notevole.

Perché secondo te i suoni del passato sono ancora così affascinanti per i ragazzi? Sembra che i Sixties non passino mai di moda?
Gli anni sessanta sono stati senza ombra di dubbio il “Rinascimento” dell’epoca moderna. Niente prima e dopo di allora può essere paragonato al monumentale insieme di cambiamenti che sono avvenuti nel mondo e in particolare nella arti creative. Nel periodo che va dal ’64 al ’68 il r’n’r’ è diventato adulto ed ha raggiunto un apice creativo che non è stato più sorpassato. La musica rock era così giovane e fresca che quasi ogni idea sembrava nuova; le possibilita’ sembravano virtualmente illimitate. L’ energia della musica era incredibilmente positiva laddove oggi è colorata da dubbi e cinismo. La migliore sixities music e’ completamente senza tempo ecco perché non andrà mai fuori moda.

Solo pochi giorni un’ icona come Wally Tax degli Outisiders e venuta a mancare, hai qualche bel ricordo legato a lui o qualche aneddoto divertente?
Sono ancora scosso dalla notizia della morte di Wally Tax. La musica che ha realizzato (con gli Outsiders e nei suoi dischi solisti) è stata una grande parte della mia vita per più di vent’anni. Se sei un fan degli Outsiders, capirai cosa intendo quando dico che la musica di Wally e la sua voce avevano un modo per raggiungerti e toccarti nel profondo. Alcuni dei miei momenti più felici li ho passati ascoltando queste canzoni o suonandole su un palco. E nei miei momenti più bui e nelle mie ore più disperate questa musica mi ha dato il conforto e il sollievo di cui avevo bisogno. Ho sempre sentito che avrei avuto l’opportunità un giorno di incontrare Wally Tax e dirgli quanto la sua musica abbia significato per me. Ora non l’avrò più. Sono passate quasi due settimane da quando Wally ci ha lasciato e ancora non riesco a riascoltare la sua musica, non mi sento abbastanza forte per affrontare le emozioni racchiuse in queste canzoni, emozioni che sono così potenti da colpirmi dritto al fegato appena lo sento cantare. Alla fine le affronterò di nuovo. Metterò “Touch” sul giradischi o forse “Teach me to forget you” ma so già che nessuno potrà insegnarci a dimenticare Wally o come la sua musica ci ha toccati.

Puoi darci un’ anticipazione riguardo il prossimo numero, qual è il menu?
Il numero 23 e vicino alla conclusione e sarà un altro numero corposo. Abbiamo un’enorme cover story dedicata ai Belfast Gypsies realizzata da Richie Unterberger, interviste con il rocker francese Ronnie Bird and sui ragazzi del Brum Beat (la scena legata a Birmingham n.d.a.) come Mike Sheridan & Rick Price, i Checkmates da Singapore, Mike & The Ravens, Charlie Crane (The Cryin Shames, Gary Walker & The Rain), un’intervista inedita mai pubblicata con Keith Relf, e altro ancora… includendo ovviamente il prossimo capitolo della storia dei Misunderstood. Spero di farlo uscire per giugno 2005 circa.

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