ON THE ROAD WITH THE RAMONES, di Monte Melnick e Frank Meyer (2003, 303 pg., Sanctuary)

A essere sincero, credo che i Ramones abbiano influito sulla mia formazione musicale tanto quanto la cassata siciliana può avere lasciato un’impronta nelle abitudini culinarie e alimentari degli aborigeni australiani. Sì, perché ci siamo incontrati nel momento sbagliato e, nonostante quello che ci vogliono far credere nei film, quando una relazione parte col piede storto, è fottuta fin dall’inizio.
La prima volta che li incrociai erano troppo poco hard, per i miei gusti da preadolescente metallaro seguace (senza peraltro nemmeno sapere cosa fosse) degli scampoli di NWOBHM che arrivavano in questo mortorio.

La seconda volta che ci trovammo ero vestito quasi come loro, solo coi capelli più lunghi e gli anfibi invece delle scarpette da ginnastica. Fu questo a indurmi a comprare il loro primo album, in quella giornata di settembre di circa vent’anni fa (cazzo, non ci credo che ho scritto questa frase… vent’anni… doh…); il disco non mi faceva schifo, però capite che coi DRI, i COC, i JFA, gli MDC – e tutti gli altri “velocisti” che si chiamavano con una sigla – nelle orecchie, i nostri amichetti non mi davano la botta giusta. Per nulla.

Finalmente, poi, qualche annetto dopo trovai la strada per addentrarmi nella faccenda. E iniziò quello che sembrava un idillio: mi feci un po’ di LP (alcuni in duplice copia, come la mia malattia impone), diversi 45 giri piuttosto rari, scovati come un cane da tartufi in fiere e mercatini… avevo anche una scritta bella grossa, sulla cinghia della mia chitarra di allora, che recitava “Hey Ho!”.

Poi, arrivò il ciclone del pop punk e del punk rock italiano. Improvvisamente, a metà degli anni Novanta, esplose questa cosa. Tutta la penisola, da Sondrio a Lampedusa, era in preda alla Ramones-mania. Non c’era giorno che non nascesse un gruppo di adolescenti (o non più adolescenti) che immediatamente sfornavano un 7”, preferibilmente con una foto di copertina più o meno scimiottante il primo album dei Ramones. Un incubo.

E qui successe il patatrac. Da quei momenti non sono più riuscito ad ascoltare i Ramones e la vagonata di band più o meno conosciute che suonavano come loro.

Sono uno snob del cazzo? Non è da escludere. Ma è anche vero che quello tsunami di feci musicali avrebbe ammazzato un toro. O ne eri parte o lo subivi. Io mi sono spostato.

Evidentemente non era vero amore: è la mia conclusione. Prova di questo è il fatto che ho rimesso sul piatto il primo dei Ramones solo qualche giorno fa, dopo almeno otto anni di permanenza nella sua busta di plastica. E lo stimolo a farlo non è nato da sé, ma è giunto al termine della lettura del libro in oggetto (cazzo era ora che ci arrivassimo, vero? Sorry: per reclami rivolgersi a Lester Bangs, da cui copio spudoratamente, nei limiti delle mie ridotte capacità neuronali).

“On the road with the Ramones” è oggettivamente un buon libro. La presentazione grafica è eccellente: le centinaia di foto e disegni che contiene sarebbero in grado di mesmerizzare chiunque. E infatti smettere di sfogliarlo è difficile.

Ma veniamo al testo: Monte Melnick, come saprete meglio di me, è stato il road manager del gruppo per l’intero arco della loro carriera. Sulle sue spalle ricadeva praticamente tutto: gli aspetti organizzativi, i casini, i problemi personali della band… se qualcosa andava sistemato, doveva esserci lui. Sempre. E i Ramones non erano certo, a quanto si legge, dei seminaristi da portare in gita a San Pietro: insomma, il materiale da plasmare per scrivere un volume incendiario c’era tutto. Ed è proprio qui che – a modestissimo parere del vostro recensore – emerge l’unico difetto di “On the road with the Ramones”… il suddetto recensore si aspettava una visione più diretta e personale dell’autore. Un uomo che per vari lustri ha mosso i fili dell’intero backstage ramonesiano deve per forza essere una miniera di aneddoti e ricordi: materiale sufficiente per garantire il nirvana a ogni appassionato di mitologia rock’n’roll che si rispetti. Invece il nostro duo MelnickMeyer ha adottato un approccio che inaugurò a suo tempo il volume “Please kill me” e che ha fatto innegabilmente proseliti (pensiamo solo a “We got the neutron bomb” e “Lexicon devil”, tanto per citarne due belli tosti): il puzzle di dichiarazioni a tema. Insomma, ogni capitolo del libro è introdotto da una mezza paginetta scarsa di preambolo e poi si articola in una sfilza di mini-citazioni e stralci. Certo, i personaggi che intervengono sono vari e sfaccettati: dalla band stessa a George Tabb, passando per John Holmstrom e Andy Shernoff… ma cacchio, io avrei tanto voluto leggere un’altra cosa. Più alla “Stoned” di Andrew Loog Oldham, forse.

Ok, sono paranoie mie. In ogni caso qui avrete materiale di lettura copioso e, se siete come me e non avete mai seguito la band da fanatici, anche una serie di informazioni sulle dinamiche del gruppo, che sembrano tutto eccetto che normali. Anzi.

Non so quando riascolterò i dischi dei Ramones, visto che la nostra storia d’amore non è mai decollata, ma questo libro lo rileggerò presto.

Fate voi.

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LA SOTTILE LINEA BIANCA, di Lemmy & Janiss Garza (2004, 301 pg, Baldini Castoldi Dalai)

E’ difficile creare una miscela musicale che sia in grado di mettere d’accordo tutti: punk, metallari, rockers, hardcorers… i Motorhead, come ben saprete, sono uno di quei gruppi che ci sono riusciti. E continuano a farlo, a un quarto di secolo di distanza dalla loro fondazione. Certo, non saranno raffinati, innovativi, sensibili o stuzzicanti, ma… alla fine sono sempre lì ed è un piacere sapere di poter contare su di loro. Sulla cartucciera di Lemmy, sul suo Rickenbecker tonante, sui suoi porri, sulla sua voce al vetriolo e bourbon, su quelle canzoni ruvide che mischiano il blues, l’hard rock, il punk e il metal in un modo così semplice e basilare che nessuno riesce però a imitare appropriatamente.

E poi, Cristo santo, se escono libri di teste di sughero come Tommy Lee, spiegatemi perché il mondo non avrebbe dovuto godere di un’autobiografia di Mr. Lemmy in persona.

Di primo acchito, uno potrebbe anche essere scettico: il concetto, in sé, forse non è dei più allettanti. Ma è con grande delizia che vi annuncio che Lemmy sa scrivere e soprattutto è dotato di una notevole dose di ironia e spirito. Certo, la traduzione in italiano a tratti è zoppicante e penso che la versione in lingua originale sarebbe più godibile, ma accontentiamoci… anzi, ringraziamo e stupiamoci che un tale libercolo venga tradotto in italico idioma, dando così un seguito alla precedente uscita della bio dei Motley Crue (e già pareva una cosa strana!).

Da Lemmy cosa ci si può aspettare? Basta guardarlo in faccia ed è subito chiaro. Droga a pacchi, donne, comportamenti e abitudini che travalicano qualsiasi elementare regola socialmente accettata.

E noi lo vogliamo così: vagabondo imbottito di pasticche nei primi anni Sessanta, chitarrista in una cover band, poi bassista negli Hawkwind più per caso che per vocazione e – infine – cantante, bassista e fondatore del gruppo con cui ha raggiunto la notorietà.

Quello che colpisce è la quasi totale assenza di compiacimento da racconto al bar (un esempio opposto? Il libro dei Crue); Lemmy racconta una notevole dose di porcate, ma lo fa in modo che te lo immagini con quel ghigno da paresi e il tono tipo: “Sì, lo so, sono tutte cazzate… però le ho fatte. Passami lo speed che mi faccio una botta”.

Sì, diciamolo: non sarà un libro che ti cambia la vita, ma si fa leggere più che volentieri. E poi Lemmy ha il rock.

Voi forse no.

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